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Il tempo della Rosa bianca

“Il vecchio faceva: Padrona, padrona. Nessuno in casa lo aveva sentito all’infuori di me. Allora mi sono affacciato per buttargli due soldi, ma vidi che era pulito e aveva una valigetta che, inginocchiandosi, apriva. Sai cosa aveva nella valigetta? Carta da lettere e cartoline. Così posso scrivere alla mia picculina [sic] su carta da lettera Sultana, quella dei venditori ambulanti e delle palte di montagna, che è la mia preferita. Non è stato bello e misterioso che un vecchio venisse a rifornirmi di carta da lettere, e che ora sia scomparso fra il prato giallo di ranuncoli e il frumento che comincia ad adornarsi di papaveri?”

L’incanto di un paesaggio di girovaghi che scendono in pianura, di un mondo agrario che custodisce il mistero e regala, nel loro impercettibile volgere, luminose epifanie naturali, è qui colto in poche e dense parole che fanno pensare in fine a un lungo movimento di macchina. Le scrive, in un 15 maggio del 1935 dalla casa paterna di Baccanelli, alle porte di Parma, Attilio Bertolucci, un ragazzo di ventiquattr’anni che a quella data ha già pubblicato due libri di poesia che gli sono valsi l’attenzione di alcuni tra i maggiori poeti del suo tempo. La destinataria della lettera si chiama Evelina Giovanardi, studia lettere classiche a Bologna, dove è in pensione presso una famiglia. I due sono stati compagni di classe al liceo e sono ora fidanzati, ma gli studi universitari li tengono lontani. Attilio è rimasto a Parma, iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza dove non dà, svogliatamente, che pochi esami mentre frequenta con assiduità le proiezioni cinematografiche e i caffè letterari che animano la colta e privilegiata città ducale. E legge i suoi poeti, naturalmente, che sono Laforgue, Toulet, Apollinaire… Non sembrano molte le occasioni di cui dispongono i due giovani per incontrarsi, soprattutto per gli impegni di studio di Evelina, “la” Ninetta, e a colmare la distanza dovrà intervenire un nutritissimo scambio di lettere e carte postali che con cadenza quotidiana – esclusi i periodi estivi delle comuni vacanze in Versilia – cementa un affetto destinato a durare per tutta la vita. Questo cospicuo epistolario, di cui aveva parlato lo stesso Bertolucci in una lunga conversazione con Paolo Lagazzi uscita nel 1997, e che Ninetta conservava gelosamente, vede ora la luce presso Garzanti per le cure attente e affettuose di Gabriella Palli Baroni, tra le principali studiose del poeta di Parma (Attilio e Ninetta Bertolucci, Il nostro desiderio di diventare rondini, Milano 2020, pp. 523). Le lettere, scritte in larga parte negli anni che vanno dal ’33 al ’35, quando finalmente Attilio lascia Giurisprudenza per iscriversi a Lettere a Bologna, consentono ora uno sguardo ravvicinato sulla vita quotidiana dei due innamorati, sui loro gusti, sulla loro formazione e sulla “sostanza” medesima di un legame che diverrà materia di una delle più alte poesie del nostro Novecento. Le predilezioni cinematografiche, letterarie, musicali vanno infatti insieme – soprattutto per Attilio – a una febbrile ansietà di fronte agli imprevisti di una salute sentita a torto o a ragione come minacciata, al desiderio di stabilità e felicità familiare, di ricovero entro una dimensione affettiva assoluta e benefica: “Quando mi dicevano che mi mancava qualcosa anche nelle cose che scrivevo credo che avessero ragione: mi mancava quel senso di contatto con la vita che tu mi dai” (26 agosto 1933). Un’affermazione questa da non trascurare, se pensiamo che il ’34 è l’anno di un capolavoro come Fuochi in novembre, il canzoniere dedicato a Ninetta – “l’amata di un Trovatore, la donna de lonh” secondo Pietro Citati – che inizia con la memorabile Rosa bianca. E La rosa bianca avrebbe dovuto essere anche il titolo del libro, su cui non poche informazioni, seguendo i passi del carteggio, possiamo raccogliere anche a proposito di poesie importanti come Ifigenia (“i piccoli occhi puri” sono quelli di Ninetta) o come l’incantevole Pagina di diario. Allo stesso modo, mentre ci si addentra nella lettura, possiamo seguire il corso delle scoperte letterarie – e compaiono i nomi di Pound e di Eliot letti in traduzione per la prima volta, e di Faulkner che attrae e respinge – e musicali – il jazz, Palestrina, Stravinsky ascoltato in un concerto a Bologna che resta nella memoria, così come pure, e non di minore interesse, ci è dato cogliere il rivelarsi della precoce consapevolezza critica di Attilio che prefigura, in più punti, gli sviluppi decisivi della poesia della maturità: “È un poeta [scrive ad esempio di George Meredith] che scrive dei romanzi, e m’interessa molto perché io sono un poeta (?) che vuol scrivere dei romanzi” (19 gennaio 1934).

Quanto a Ninetta non va certo rubricata entro un pallido deuteragonismo: la sua prosa asciutta, le sue informazioni puntuali, la serietà del suo impegno, la freschezza delle sue impressioni di lettura e di vita, il suo lieve talora ironico ma sicuro far fronte alle ansie dell’innamorato, ne fanno autrice a pieno titolo di questo romanzo “copiato dal vero”, per usare un’espressione cara ad Attilio.  E la sua figura, i cui tratti fisici vengono sovente, quasi ossessivamente richiamati, è a prendere posto da subito nel cuore di quell’ “autobiografismo elegiaco e difensivo” (P. V. Mengaldo) che sempre più muove le pagine della grande poesia bertolucciana. Ce lo ricorda meritoriamente Gabriella Palli Baroni offrendoci, a introduzione del carteggio, una raccolta di tutte le poesie che Attilio dedica a Ninetta attraverso gli anni o che Ninetta presuppongono: un vero libro nel libro, che si segnala anche per la puntualità e l’empatia del commento.

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L'autore

Marco Vitale
Marco Vitale
Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano dove al lavoro di bibliotecario unisce la traduzione letteraria e le collaborazioni editoriali. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011. La sua poesia è raccolta nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore 2018, premio Luciana Notari e premio Dino Campana 2019) e comprende cinque volumi di versi. Una sua silloge, tradotta in tedesco da Maja Pflug, è uscita a Mendrisio presso Josef Weiss Editore nel 2008 col titolo Ein Winter. È di prossima pubblicazione negli Stati Uniti (New York, Gradiva Publications) una scelta antologica delle sue poesie in traduzione inglese, a cura di Barbara Carle, Ha pubblicato la monografia Parigi nell’occhio di Maigret, Unicopli 2000 (nuova edizione 2013) e curato il volume intervista a Evaldo Violo Ah, la vecchia BUR! : storie di libri e di editori, Unicopli 2011. Collabora a “Cenobio” e a “Poesia”.

(foto di Dino Ignani)