scrivere nelle varie lingue d'Italia

Leopardi in genovese, o il senso e il non senso del tradurre in una lingua «minore»

«Infatti le traduzioni non si fanno soltanto per agevolare l’intelligenza di opere letterarie o scientifiche, classiche o straniere: le si fanno altresì per un ben inteso orgoglio nazionale, per soddisfazione e diletto. Si fanno per un lusso, se vuolsi, o per esercizio intellettuale, per provare la grazia e vigoria di un idioma; tanto più quando il si voglia vindicare da immeritati vilipendi, da stolti pregiudizii, e farlo conoscere qual esso è; oppure per ingentilirlo e piegarlo a tutte le concezioni della mente, allenarlo ai più alti voli della fantasia. […] Or bene, sia pure che a un Genovese non occorra la traduzione per conoscere il divin Poema; non è davvero questo lo scopo precipuo della versione, ma sì gli altri vantaggi, oltre la soddisfazione di dimostrare a tutti la latinità e intima italianità del nostro idioma, così poco conosciuto e tanto calunniato; provando col fatto la sua idoneità a trattare con precisione e sveltezza le materie più sublimi, esatte e imaginose».

Presentando nel 1909 la sua classica traduzione genovese della Divina commedia (traduzione da lingua a lingua, non destrutturazione, rifacimento, né tanto meno parodia) Angelico Gazzo esponeva lucidamente il proprio punto di vista di intellettuale militante, convinto della funzione che la traduzione può svolgere nel processo di standardizzazione e fissazione di una lingua, esattamente come era avvenuto (e la sua osservazione in merito suona tutt’altro che scontata, per i tempi in cui scriveva) per i volgarizzamenti medievali. In questo passaggio Gazzo fa anche un’altra affermazione significativa, affermando che il suo lavoro non intendeva avere una funzione pratica immediata: ai lettori della sua traduzione, pensando soprattutto al pubblico còlto al quale la destinava, essa non risultava certo necessaria per avere accesso al messaggio dantesco.

Orgoglio nazionale (o chiamiamolo regionale, o locale o come più ci piace), soddisfazione personale, diletto, volontà di provare le possibilità espressive e comunicative dell’idioma prescelto, favorendone magari la standardizzazione: penso che in queste motivazioni, in toto o in parte, possa riconoscersi la stragrande maggioranza di quanti, ieri come oggi, si cimentano con la versione in lingue minori di testi più o meno «classici» da altri idiomi, siano essi quelli che direttamente incombono, col peso del loro prestigio e della loro ufficialità, sulle varietà nelle quali si è deciso di tradurre, o siano lingue di cultura topograficamente e geneticamente «distanti».

In ogni caso, per chi abbia superato la concezione in ogni caso reazionaria di una distinzione tra la letteratura «in lingua» e quella «dialettale» (o «in dialetto» che dir si voglia, una distinzione assai italiana nella sua ipocrisia), lavorare sulla traduzione, non soltanto poetica, è spesso esercitazione proficua, proprio perché libera, da un lato, dello sforzo intellettuale insito nella creazione ed elaborazione di un messaggio originale, consentendo dall’altro di salvaguardare tutte le altre esigenze e tutte le altre aspirazioni connesse con l’attività di produrre testi: esprimersi, comunicare idee, generare bellezza. E c’è anche, per quanto mi riguarda, il notevole vantaggio di appropriarsi in maniera intima di ciò che si traduce, di ri-crearlo penetrandovi direttamente, sia che si comprenda e si accolga l’intenzione dell’autore originario, sia che la si adatti alle proprie più intrinseche esigenze, liberi in fondo dalla necessità, che è propria del tradurre professionale, di trasferire esattamente, secondo la classica definizione nidiana, non solo la lettera del messaggio originale, ma anche il suo senso profondo.

Ho un’esperienza decennale di traduttore dal genovese, dallo spagnolo e dal francese in italiano e un’altrettanto lunga militanza come traduttore da queste tre ultime lingue, e da altre ancora, in genovese: vedo che si tratta in buona parte di attività assai diverse. In genovese, anzitutto, traduco esclusivamente ciò che amo e che sento mio, cosa che nel tradurre in italiano non è strettamente necessaria: in quest’ultimo caso posso aver tradotto per divertimento, ad esempio, non meno che per interesse intellettuale e persino per quattrini.

L’unica occasione in cui una mia traduzione in genovese ha svolto una funzione per così dire professionale è stato, qualche anno fa, la versione del romanzo La bocca del Lupo (A bocca do lô, De Ferrari, Genova, 2018) di Remigio Zena, di cui mi interessava verificare o sfatare il luogo comune ricorrente di una fedeltà sintattica del testo italiano rispetto al sostrato genovese dell’autore, in nome di una sua adesione ai canoni veristi: ed è subito risultato che no, la sintassi di Remigio Zena ha poco e nulla di calcato su quella del genovese. Altre traduzioni in prosa, al contrario, rimaste significativamente inedite, le ho fatte appunto per amore del testo originario, come quelle dall’inglese di Poe o dallo spagnolo di Galdós (La novela en el tranvía / O romanso in sciô tranväi), Unamuno (San Manuel Bueno, mártir / San Manuel o bon) e più recentemente Lorca, con La casa de Bernarda Alba / A cà de Benarda Alba, un dramma che non mi spiacerebbe vedere rappresentato.

Ma sono, essenzialmente, un traduttore di poesia, dal barocco spagnolo a Baudelaire con una più specifica attrazione per la poesia europea del Novecento, da Kavafis (lì mi aiuto col greco classico e con le traduzioni in altre ligure romanze) a Machado, da Hikmet (attraverso il francese e l’italiano) a Montale, Ritsos, Seferis, Borges e così via. Un giorno forse farò una raccolta di questi esercizi, così come ho fatto (E restan forme, Zona, Lavagna, 2015, Navegante, Zona, Genova, 2019) e forse farò ancora delle mie poesie originali; ho preso però l’abitudine, ogni tanto, di pubblicarne qualcuno su Facebook per testarne, per così dire, la validità presso quegli amici e conoscenti con i quali sono in contatto.

Faccio riferimento a questa modalità di divulgazione perché mi è capitata piuttosto di frequente, in questi casi, una circostanza inaspettata. L’italiano è poco presente, come si vede, tra le mie lingue di partenza, essenzialmente perché ne frequento poco la letteratura contemporanea. Il mio amore per Leopardi mi ha portato tuttavia a voltare in genovese buona parte dei Canti, e di offrire ai lettori diversi esempi di questo lavoro. Il fatto insospettato è stato che in più occasioni le mie traduzioni, a giudicare dai commenti delle persone in grado di leggere il genovese, sono state apprezzate proprio per aver soddisfatto uno scopo per il quale non erano state concepite, ossia per avere avvicinato il lettore alla comprensione del testo.

Devo sottolineare che fra i miei interlocutori ci sono persone mediamente còlte e che definirei in ogni caso animate da sana «curiosità» intellettuale; aggiungerò poi che il mio genovese non è particolarmente immediato, trattandosi di una lingua poetica sulla quale lavoro da anni con una ricerca lessicale e sintattica che risente anche – inevitabilmente – della mia professione. Ora, anche ammettendo la difficoltà di un lettore medio a entrare in consonanza immediata con l’italiano di Leopardi (e al di là della retorica sulla lingua «più bella del mondo», sappiamo quanto ciò condizioni oggi la nostra percezione dei classici), sono abbastanza convinto che per un lettore genovese il livello di difficoltà ad accedere alle mie riletture sia piuttosto alto.

Ma se qualcuno sostiene che attraverso il «mio» Infinito è riuscito ad apprezzare meglio la bellezza dell’originale, e non credo che ci sia piaggeria in questa affermazione, ciò può significare che, molto al di là delle intenzioni, una traduzione in genovese (o in sardo, o in piccardo, o in provenzale) possa rispondere anche all’unico scopo per il quale solitamente non si traduce in queste lingue? Non sono in grado di dare una risposta, ma ho cominciato a chiedermi con sempre maggiore frequenza se la funzione essenziale, comunicativa di qualsiasi lingua non sia in ogni caso più forte delle mitologie identitarie e dei processi identificativi ai quali molti di noi attribuiscono un’importanza eccessiva nel momento in cui «operano» in un codice di limitata diffusione. Forse la Parola poetica si sostiene da sola, andando molto oltre le nostre stesse intenzioni e arrivando per vie insondabili a rivendicare ed affermare la propria intrinseca verità: e allora il motivo, il significato, il senso per il quale traduciamo, si rivelano essere meno tali che non la giustificazione che ci diamo dell’essere, di quella Parola, gli inconsapevoli vettori.

Quærno de traduçioin

ftoso@uniss.it

 

L'autore

Fiorenzo Toso
Fiorenzo Toso
Fiorenzo Toso (Arenzano, 1962) vive tra la Liguria, dove risiede, e la Sardegna, dove è professore ordinario di Linguistica all’università di Sassari. Dialettologo, è specialista dell’area linguistica ligure, alla quale ha dedicato numerosi studi, con riferimento in particolare al contatto linguistico tra genovese e altri idiomi e alle varietà d’oltremare, alla storia linguistica e letteraria e a vari temi relativi al lessico: tra gli altri Il tabarchino. Strutture, evoluzione storica, aspetti sociolinguistici, Milano, Franco Angeli, 2004; Linguistica di aree laterali ed estreme. Contatto, interferenza, colonie linguistiche e «isole» culturali nel Mediterraneo occidentale, Recco, Le Mani, 2008; La letteratura ligure in genovese e nei dialetti locali. Profilo storico e antologia, Recco, Le Mani, 2009; Piccolo dizionario etimologico ligure, Lavagna, Zona, 2015. Si occupa anche di minoranze linguistiche in Italia e in Europa, con riferimento agli aspetti sociolinguistici e glottopolitici e alle tradizioni letterarie (Lingue d’Europa. La pluralità linguistica dei Paesi europei fra passato e presente, Milano, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006; Le minoranze linguistiche in Italia, Bologna, Il Mulino, 2008), di etimologia italiana (Parole e viaggio. Itinerari nel lessico italiano tra etimologia e storia, Cagliari, CUEC, 2015) e di metalinguaggio della linguistica. Libero docente di Filologia Italiana, collaboratore tra l’altro del Lessico Etimologico Italiano fondato da M. Pfister e dell’Atlante Linguistico del Mediterraneo, di La cultura italiana diretta da L. Cavalli Sforza (2009) e della Enciclopedia dell’italiano diretta da R. Simone (2010), dirige il progetto del Dizionario Etimologico Storico Genovese e Ligure. È anche traduttore dallo spagnolo e dal francese in italiano, dallo spagnolo e dall’italiano in genovese; in quest’ultima lingua è autore del volume di poesia E restan forme (2015).

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