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Eleonora Rimolo intervista Massimo Parolini

 Nato a Castelfranco Veneto (TV) nel 1967, laureato in Antropologia filosofica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi su “La coscienza di Zeno”, Massimo Parolini è stato addetto stampa del Centro Universitario Teatrale (C.U.T.) di Venezia, per il quale ha scritto e rappresentato le commedie “Il medico della peste” e “Svevo e Joyce”. Presso la Casa Editrice “Editoria Universitaria” ha pubblicato un libro di poesie sulla guerra nella ex-Jugoslavia (Non più martire in assenza d’ali) che ha vinto un Premio Speciale al Premio Internazionale di Poesia “San Marco-Città di Venezia”. Dal 1995 si è trasferito a Trento. Come giornalista ha collaborato dal 1997 alle pagine culturali dei quotidiani “Alto Adige”, “Adige”, “Corriere del Trentino”, “Didascalie” e “L’Adigetto”. Dal 1997 è insegnante di italiano e storia presso le scuole superiori del Trentino. Da alcuni anni è curatore di mostre di artisti trentini del Novecento. Nel 2015 ha pubblicato la raccolta La via cava (LietoColle) che ha vinto nel 2016 il primo premio (sezione opera edita) del Concorso di poesia “Nestore” di Savona e nel 2017 il secondo premio (sempre sezione opera edita) del Premio di poesia “Giovanni Pascoli – L’Ora di Barga”. Nel 2017 ha dedicato un ricordo in versi a Gloria e Marco, i due giovani fidanzati di Camposampiero e S. Stino di Livenza scomparsi a Londra nell’incendio del Grenfell Tower (https://www.youtube.com/watch?v=7UK9YodhAQw). Sempre presso LietoColle ha pubblicato (2018) il poemetto #(non)piove, dedicato a una giornata di rinascita di D’Annunzio e della Duse ai giorni nostri. Nel 2019 ha collaborato con l”artista Giuliano Orsingher nella mostra di arte ambientale “E-VENTO” (sull’uragano Vaia) con il poemetto Lamento per lo schianto (Publistampa edizioni-Fondazione Castel Pergine onlus). Nel 2019 è stato selezionato (per la sezione inediti) al Premio “Pagliarani” con il poemetto L’ora di Pascoli (pubblicato nel 2020 dall’editore Fara; segnalato al “Premio Montano”, premiato a “Il Meleto di Gozzano”). Sempre con “Fara” ha pubblicato il libro di racconti Cerette (2020). 

L’Ora di Pascoli appare come la ricostruzione di un dramma familiare che però è anche nido, storia, intreccio di biografie che ci parlano dell’universo del poeta entro cui egli operava e viveva. Da dove nasce l’idea di questo progetto e a quale finalità tende?

Desidero innanzitutto ringraziare te, Eleonora, per l’opportunità che mi stai dando con questa intervista di presentare il mio poemetto. L’idea, confesso, non è nata come costruzione di un progetto a priori, bensì si è affermata, è “avvenuta” in modo spontaneo, si è imposta come un flusso che mi ha attraversato (senza possibilità di resistenza). Mi trovavo a Barga di Castelvecchio, nell’ottobre del 2017, per ritirare il secondo premio per libro edito al concorso “G. Pascoli – L’Ora di Barga” (ed ora, ricontrollando, mi accorgo che il primo premio l’avevi vinto tu, col libro Temeraria gioia, ma ricordo che non avevi potuto presenziare…). In quell’occasione ci era stata  offerta l’opportunità di una visita guidata al piccolo borgo barghigiano (con i suoi monumenti e palazzi principali) e di visitare la Casa Museo di Pascoli. Non, quindi, una semplice premiazione, ma una cura particolare, da parte degli organizzatori del Premio, nell’accompagnare sulle tracce pascoliane i premiati (e gli altri convenuti). Confesso che gli spazi e gli oggetti di casa Pascoli mi hanno trasmesso altro e oltre ciò che la gentile guida diceva: dal collare del cane Gulì agli strumenti della cucina col loro vocerìo, dal salottino allo studio coi tre tavolini, dalla camera da letto del poeta col fucile da caccia regalatogli ma mai usato (anche se esibito in foto) alla macchina da scrivere con un solo martelletto: feticci animistici, non presenze mute. La sorella Maria (la Mariù del poeta) che gli sopravvisse per oltre quarant’anni in quella casa, la custodì rendendola (con la cappella, gli scritti, gli oggetti e l’intera proprietà) monumento di rilevanza nazionale (evitando in questo modo che fosse smembrata per via testamentaria). Visse continuando ad attingere l’acqua dal pozzo del cortile e usando le lampade ad olio fino al 1953 (anno della sua scomparsa). Stese una specie di cellofan protettivo su tutto, fermò il tempo al nido duale intrecciato in quella casa con Giovanni per diciassette anni. Come un’abile entomologa fissò con gli appositi spilli tutti gli oggetti del fratello che in qualche modo custodivano come negli Horcrux della saga di Harry Potter (contenitori di frammenti d’anima nella magia nera per raggiungere l’immortalità)la sua presenza viva. Lo stesso Maria fece per custodire la memoria del “suo” Giovanni, da tramandare ai posteri: divenne la sua biografa con lo scritto Lungo la vita di Giovanni Pascoli, rielaborazione dei suoi diari e appunti di una vita, curate e integrate da Augusto Vicinelli, uscite per Mondadori solo nel 1961. Ecco: questi feticci hanno iniziato a ispirarmi immediatamente assieme anche a tutto il contesto  barghigiano (il paesaggio collinare circostante, il paese coi suoi monumenti fra i quali il Duomo di S. Cristoforo, le bellissime terracotte dei Della Robbia poste, oltre che nel Duomo stesso, nella chiesa di S. Francesco e nella piccola chiesa di S.Elisabetta, dentro il complesso dell’antico monastero dell’ordine francescano delle Clarisse di Barga, oggi sede del Conservatorio, la chiesetta di Caprona con la sua schilletta…). Il resto l’ha fatto l’amore per la poesia pascoliana, i suoi versi, i suoi fonemi che aleggiano in noi (e forse come frequenze nella spazio universo) e ci commuovono: ci muovono con loro a donare qualcosa: questo ho sentito, senza progettarlo. Importante, poi, anche la lettura de Il fratello ritrovato. Le lettere di Giovanni Pascoli a Raffaele curato dalla prof.ssa Alice Cencetti nel 2017 (con la fine della secretazione da parte del Centro Archivistico della Scuola Normale Superiore a cui erano state affidate dalla nipote dello stesso Raffaele) che apre uno squarcio spesso inedito sull’anima del poeta, mettendo a nudo ansie, desideri, sofferenze, tensioni familiari e altro. La figura del fratello Giuseppe, di cui varie lettere  parlano,  considerato da Giovanni un “ricattatore”, un “ramingo”, un disadattato, la pecora nera della famiglia (delatore della polizia, spiantato, fraudolento) ha poi voluto entrare nel flusso ispirativo, ponendosi come il figliol prodigo  che permette l’evento misterioso-miracoloso della riunione del nido nella notte di S. Martino:  Giuseppe fu inventore, in età adulta,  un genio della meccanica, tra il 1897 e il 1909, ebbe tredici attestazioni, comprensive di onorificenze e di brevetti. Progettò letti e barelle per ospedali e da campo, carrozzine per bambini, brevettò l’agganciatore meccanico per vagoni ferroviari, la cassetta postale per lettere con sistema anti pioggia, il contatore idraulico: purtroppo non riuscì però a sfruttare economicamente le sue invenzioni. Sposò una maestra elementare conosciuta a Belluno e con lei visse (sempre con lavori saltuari) spostandosi in seguito a Bolzano Vicentino e lasciandola, alla sua morte prematura, vedova con sei figli piccoli. Una figura tutta da riscoprire. In realtà, a posteriori, mi sono reso conto di un’antinomia: Giuseppe corrisponde al Barbiere del paradosso di Russel: è l’unico della famiglia che può riunire nell’insieme-nido tutti i membri che non riuscirebbero a unirla. Lo stesso poeta, che pur prestò spesso soldi al fratello, non facendolo sapere alla sorella Maria, che non glielo avrebbe permesso, non avrebbe certamente incluso “Peppino” (come lo chiamavano in famiglia) nel nido ideale. Maria, poi, nemmeno a parlarne: al primogenito di Giuseppe, Giovanni, che voleva riallacciare i rapporti di parentela dopo la morte dello zio poeta, lei rispose: “ Io non ricevo chi non conosco”. Torniamo al paradosso: Giuseppe è l’unico della famiglia che può riunire nell’insieme-nido tutti i membri che non riuscirebbero a unirla. Ma per far parte dell’insieme-nido, dovrebbe anche lui essere un membro che non riesce a unirla. Dovrebbe farla unire quindi da… sé stesso (unico barbiere del villaggio, unico membro di casa Pascoli capace, anche per interesse e flessibilità, di ricomporre il nido con i suoi drammi, rancori, asti). Quindi Giuseppe, per appartenere al nido (quello reale, con la sua incapacità, non quello idilliaco ideale) non può appartenerci: solo così lo può ricomporre. Ecco che l’abbraccio con i genitori e i fratelli sul piano prettamente logico sa di fittizio, crea un breve contatto, non crea una cucitura reale. Questo nel campo della logica (umana): se invece ci spostiamo sul tavolo del “perdono” e abbandoniamo la logica, possiamo dire, che come in un sogno di pace, il nido pascoliano si può, realmente, ricucire. Questa è diventata, opera costruendosi, la finalità inconscia del mio poemetto: solo un gesto di assoluto perdono reciproco, ma anche dei mandanti e dei sicari nell’assassinio del padre Ruggero, da parte dei membri della famiglia, può permettere la pace ai Pascoli e il ritorno nella mensa condivisa.

Ida e Maria appaiono come le colonne portanti della vita emotiva del Pascoli: i testi a loro dedicati in questo volume sono eleganti, sommessi ma centrali, decisivi: quanto secondo lei hanno influito sullo stile del Pascoli stesso? C’è una volontà da parte sua di riprodurre i sentimenti dell’autore verso le due sorelle, così morbosi e a tratti contrastanti?

Quanto la figura affettiva delle due sorelle abbia influito sulla forma e lo stile della poesia pascoliana non saprei immaginarlo; ho cercato, attingendo anche a vari versi del poeta, di immaginare invece delle situazioni nelle quali i tre fratelli fossero assieme nel condividere l’accoglienza: Giovanni con la vera custode della casa Mariù  a dare il benvenuto al resto della famiglia sulla soglia di casa, le due amate sorelle dalle mani d’oro che cuciono la tovaglia e poi plasmano la pasta, la Reginella dalle bianche braccia (Ida) che fa agitare gli strumenti della cucina, Mariù (terziaria francescana) che implora la Madonna che il nido si riunisca sempre. La lettura psicopatologica della sessualità pascoliana negli ultimi tempi ha avuto una battuta d’arresto anche in seguito alla ricerca d’archivio e allo studio di carteggi e documenti fino ad oggi sconosciuti da parte della dott.ssa Rosita Boschetti, direttrice della Casa Museo Giovanni Pascoli di S. Mauro, “gettando nuova luce”, come riporta la stessa studiosa “su aspetti controversi e talvolta travisati della biografia di Giovanni Pascoli. La personalità del poeta romagnolo, così vivace ed appassionata fin dall’età giovanile, è stata alterata dalla visione della sorella Maria, che con la sua opera monumentale, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, ha pesantemente condizionato ogni  ricostruzione  biografica  successiva.  Agli  occhi  di  Maria,  il  fratello  doveva  apparire come un uomo disperatamente bisognoso di ricostruire un nuovo ‘nido’ con le sorelle, quasi avulso dalla realtà, del tutto dedito a loro, in un legame esclusivo e morboso che non prevedeva interessamento a figure femminili esterne. Questi stereotipi sulla vita del poeta vengono spazzati via alla luce delle centinaia di lettere consultate: oltre ai carteggi conservati a Castelvecchio di Barga, si sono rivelate preziose quelli del Fondo Murari dell’Accademia Pascoliana di San Mauro e, ancor  di più, le lettere desecretate solo nel 2015, relative al carteggio di Pascoli col fratello Raffaele, ora conservate presso la Scuola Superiore Normale di Pisa”. Rimando gli interessati alla lettura integrale dell’articolo in questione di Rosita Boschetti, Pascoli inatteso: una revisione della biografia pascoliana (“Studium” lug./ago. 2018, n.4). Boschetti ha inoltre curato nel Museo Pascoli di San Mauro nel 2013 la mostra (con relativo catalogo) Pascoli innamorato, che fa luce sulla ricca, pur travagliata, vita sentimentale del poeta, a partire dal primo grande amore, Erminia Tognacci (sorella di un suo amico), la tessitrice “stretta su la panchetta” della sezione Il ritorno a San Mauro dei Canti di Castelvecchio. 

Il tema cosmico, molto caro a Pascoli, emerge anche in questo libro: la finitudine dell’uomo e la sua insignificanza rispetto all’universo e alle sue leggi sconosciute è un nodo insolubile. La poesia può trovare una via terza per la parziale risoluzione di questa tensione?

Penso che le “poesie cosmiche” di Pascoli siano forse il suo punto d’approdo poetico più alto, in cui il poeta di S. Mauro si allinea a Leopardi assumendo la veste di poeta-filosofo: ovviamente sono poesie più complesse, stratificate, meno immediate e quindi solitamente estranee alla condivisione scolastica nei manuali, dalle elementari alle superiori. Poesie come Il Ciocco, La vertigine, Il bolide, L’aurora boreale, Alla cometa di Halley meritano invece di essere lette, studiate, approfondite, perché, come il leopardiano Canto notturno di una pastore errante dell’Asia, contengono fondamentali interrogativi esistenziali e filosofici (del poeta e di ogni uomo). Nel 1899, durante un discorso dall’apparente sapore Positivista intitolato L’Era Nuova, tenuto a Messina, Pascoli ad un certo punto afferma: “La scienza ha fallito! […] in questo! Che c’importa del rimanente? La morte doveva ella cancellare. Viaggiare più velocemente, sapere più presto e dare le proprie notizie, aver qualche agio in più, che cosa è mai se non un rimpianto maggiore per chi deve morire? Il morire doveva essere tolto dalla scienza; ed ella non l’ha tolto. A morte dunque la scienza! Noi torniamo alla fede che (è verità? è solo illusione? ma illusione, a ogni modo, che ci vale per verità) che non solo ha abolita la morte, ma nella morte ha collocata la vita e la felicità indistruttibile!”

Nella parte conclusiva del discorso, infine, Pascoli affermava: “La religione: non questa o quella in cui il terrore dell’infinito sia o consolato o temperato o annullato, ma la religione prima e ultima, cioè il riconoscimento e la venerazione del nostro destino”. Nel mio poemetto ho lasciato quindi volutamente aperto il mistero del flusso cosmico che i grandi scienziati coi quali Giuseppe si ritrova nello spazio universo (quasi novelli gironi galattici) donano ai Pascoli per compassione e dono: per-dono. La poesia pascoliana cosmica (come ogni vera ricerca poetica e creazione artistica che alzi lo sguardo oltre il semplice Mondo degli enti) si nutre di questa tensione-lotta e la completa dialetticamente nel raccoglimento. Citando Heidegger (ne L’origine dell’opera d’arte): “La realizzazione della lotta è il raccoglimento, costantemente oltrepassantesi, del movimento dell’opera. È perciò nell’intimità della lotta che trova la sua essenza anche la calma dell’opera riposante in sé stessa”.

La Castelvecchio di Pascoli e la Castelvecchio di Parolini: cosa hanno in comune? In cosa si differenziano? 

La Castelvecchio di Parolini è un sogno, il quale però per Pascoli “è l’infinita ombra del Vero”. La Castelvecchio dei Pascoli è realtà, attesa, desiderio, vissuto quotidiano, e non appartiene solo al passato: Mariù e Giovanni ne sono ancora oggi i custodi, nei loro sepolcri sovrapposti e la loro anima, come accennavo all’inizio, è in quegli spazi, in quelle mura, in quegli oggetti, in quelle piante, dentro quel pozzo e la sua carrucola può ancora attingere e cigolare…

 

L'autore

Eleonora Rimolo
Eleonora Rimolo
Eleonora Rimolo (Salerno, 1991) è Dottore di Ricerca in Studi Letterari presso l’Università di Salerno. Ha pubblicato il romanzo epistolare Amare le parole (Lite Editions, 2013) e le raccolte poetiche Dell’assenza e della presenza (Matisklo, 2013), La resa dei giorni (Alter Ego, 2015 – Premio Giovani Europa in Versi), Temeraria gioia (Ladolfi, 2017 – Premio Pascoli “L’ora di Barga”, Premio Civetta di Minerva, Finalista Premio Fiumicino, Finalista Premio Fogazzaro) e La terra originale (pordenonelegge – Lietocolle, 2018 – Premio Achille Marazza, Premio “I poeti di vent'anni. Premio Pordenonelegge Poesia”, Premio Minturnae, Finalista Premio Fogazzaro, Finalista Premio Bologna In Lettere, Premio Speciale della Giuria “Tra Secchia e Panaro”, Segnalazione Premio “Under35 Terre di Castelli”). Suoi inediti sono stati pubblicati su “Gradiva”, “Atelier”, “Poetarumsilva”, “Poesiadelnostrotempo”, “Poesia2punto0” “Perigeion” e tradotti in diverse lingue (spagnolo, arabo, russo, francese, inglese, portoghese, macedone, rumeno). Con alcuni inediti ha vinto il Primo Premio “Ossi di seppia” (Taggia, 2017) e il Primo Premio Poesia “Città di Conza” (Conza, 2018). È Direttore per la sezione online della rivista Atelier.