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Utopia: il migliore dei mondi?

Cosa penso dell’utopia? Faccio parlare al posto mio una pagina dei diari di Bino Sanminiatelli, scrittore toscano oggi (purtroppo) dimenticato. La redasse il 2 maggio 1968 (data fatidica: il giorno dopo scoppiò il Maggio Francese): «La società e, di conseguenza, l’ordine si reggono su pilastri così fragili, provvisori e falsi che non possono avere che breve durata, per dar luogo ad altri ordini, ad altro tipo di società. E cos’è la storia se non questo crollo a ripetizione? L’umanità non è matura per raggiungere l’ordine naturale e immutabile delle api e delle formiche». In altre parole: non è possibile il sogno della comunità perfetta, il sogno dell’utopia.
Che bello il mondo quando ancora si potevano nutrire sogni, vagheggiare utopie che levitavano sulla realtà, quelle scenografie surreali in cui una comunità funzionava alla perfezione e gli uomini vi si adattavano bonariamente. In verità in quei teatri sociali – tra cui teneva banco la prima Utopia, l’isola dipinta da Tommaso Moro in uno straordinario sogno politico – sembrano muoversi uomini il cui sorriso è un po’ meccanico. Insomma, una felicità che ha un sapore robotico, ma ugualmente: che incantevole illusione, oggi defunta.
Quello dell’utopia era certamente un sogno che guardava all’uomo, che aveva a cuore il suo destino, ma che alla prova dei fatti non regge. A ripercorrere oggi le grandi utopie, ne sorrido. Penso al valore che in quelle sognanti comunità ha la scienza, quando proprio la sua perfezione ci ha tolto l’occasione stessa di pensare a un luogo di perfezione, mostrandoci che non esiste spazio felice per nessuno, solo morte, caduta, infelicità. L’utopia pecca insomma di qualcosa d’infantile.
Non così quando m’immergo nel contrario, in quelle narrazioni contro-utopiche che, sole, presagirono la verità, tutto sommato una cruda verità: una qualche costruzione utopica ha preso realmente forma, ed è quella che ci porta a fondo. È salutare oggi riaprire le pagine delle utopie negative (o distopie che dir si voglia), i tre grandi romanzi che, dal cuore del Novecento, hanno come risposto alle utopie dei secoli sognanti, e sono Noi di Zamjatin, Il mondo nuovo di Aldous Huxley e il più celebre 1984 di Orwell, pubblicati tra il 1920 e il ’48. Tutte dipingono società immaginarie nelle quali si realizza uno Stato il cui potere burocraticamente totalizzante sperimentata la dissoluzione dell’individuo, situazione che le rende terrificanti.

I loro interni sono i nostri interni di vita, impregnati di un duplice controllo: tecnologico e politico. Nel Mondo nuovo la tecnologia di controllo fa miracoli e si avvicina molto alla nostra, come per l’uso imponente delle sostanze chimiche e per il controllo degli embrioni, il tutto in ossequio a un solo fine: assicurare la stabilità. Frase che si sente pronunciare spesso nel nostro cosmo tecnocratico. In Noi ogni uomo occupa un posto determinato e si sente costantemente osservato. E che dire della perfetta stratificazione sociale di 1984? dell’irreprensibile gerarchia del “partito”? Corrisponde alla nostra odierna situazione d’inamovibile divisione del lavoro, di posizione sociale apparentemente reversibile: le larve che nei romanzi sono utili alla produzione si rispecchiano in noi, sciocche creature Alfa, Beta ed Epsilon che non si accorgono di vivere in camere stagne. L’orrore delle distopie (cioè del nostro mondo) è che l’omologazione viene imposta con diciture accattivanti, ma si paga a caro prezzo con la perdita della libertà. 1984 snocciola la realtà: il proletario non è più il lavoratore che non possiede i mezzi di produzione, ma l’uomo medio controllato dal sistema, sorvegliato e represso.
Per continuare con le similitudini: nelle distopie impera la trasparenza. Noi è una diagnosi impietosa: la trasparenza è universalmente diffusa nello Stato Unico Mondiale. Talmente “unificante” da volerlo esportare nel cosmo, per realizzare una visibilità universale che «sottometta al giogo benevolo della ragione ogni creatura ignota, abitanti di altri pianeti, che si trovano forse ancora allo stato selvaggio della libertà». Ecco: la libertà come meta selvaggia da abolire. Come non pensare agli spazi di fuga ancora concepibili nella nostra gioventù e oggi totalmente occlusi? Alla fine delle utopie sta l’orrore della rete informatica, in cui tutti sanno di tutti; il tentativo di correre ai ripari con la privacy è servito a rendere ancor più visibile la già offesa individualità. L’utopia della trasparenza ci ha messo in mutande in pubblico, e col narcisismo masochista di volerlo fare.
Menomale che nelle distopie ci sono dei resistenti, uomini che si ribellano con sguardo fiero. Può trattarsi di un selvaggio (cioè un libero) che abbandona la propria riserva, denunciando la miseria dell’edonismo forzato. È interessante notare che le distopie fanno spesso della donna il tramite della ribellione: spontaneamente ribelle è Julia, la protagonista femminile di 1984. L’amore e la bellezza sono infatti per loro natura dei potenti vincoli tra individui, in grado di sovrastare il legame al “partito”. E infine, atto supremo di ribellione è la scrittura, «questo potere supplementare, latente», afferma qualcuno nel Mondo nuovo. Perché ciò che il ribelle non può accettare è la restrizione del pensiero, e in un mondo chiuso il solo modo di liberarlo è quello di esprimerlo nel modo più semplice: scrivendolo. Quando Winston, in 1984, inizia a redigere un diario si chiede per chi farà quel lavoro, e nella sua risposta c’è il senso salvifico della letteratura: «Per il futuro, per persone che non sono ancora nate». Calati in una dittatura, la massima ribellione è di lasciare messaggi al futuro, solo elemento di utopia che appare nelle distopie.
La realtà ha comunque il sopravvento sul rifiuto della realtà, e infatti in quei romanzi i ribelli – contro la lucidità che dona loro lo spirito di resistenza – sono sopraffatti. Lo sono dal potere che tutto domina e controlla, il Grande Fratello di 1984, tristemente duplicato oggi in una scimmiottatura mediatica che mostra, nella studiata invasione del privato, le proprie stimmate autoritarie. Sopraffazione possibile grazie a un tratto inquietante: il consenso delle masse verso il potere e i suoi mezzi, la matura attrazione per la schiavitù, compendiato nell’amore che Winston sviluppa, alla fine di 1984, per il Grande Fratello. Le distopie ci aiutano a comprendere meglio quale enorme differenza ci sia tra il concetto di popolo e quello di massa, e quale vantaggio sia per il Grande Fratello doversi confrontare, appunto, con una massa e non con un popolo: la massa gli sorride, e infine lo ama.
Se una cosa emerge dalle distopie letterarie è la loro incredibile capacità di profilarsi come scenari contemporanei ai totalitarismi del XX secolo («I nazisti tedeschi e i comunisti russi hanno metodi molto simili ai nostri», dice O’Brien a Winston in 1984), ma curiosamente agiscono come presagi del totalitarismo morbido che ha fatto seguito a quelli aspri e violenti del Novecento.
Non sono più possibili utopie, per la ragione che la comunità in cui viviamo è frutto di un sogno utopico del passato. Noi viviamo la realizzazione di quel sogno, e vediamo bene dove ci ha portato: a una vita agitata da calcoli venali, sommersa da un’ondata di beni-paccottiglia, devastata da una raccapricciante classe di potere che non è stata prodotta da un dispositivo autoritario ma da un buon meccanismo di costituzione.
Insomma: molte cose non funzionano nei sogni. L’utopia andava d’accordo con l’economia in fase espansiva e con i sogni; dove ci sono ristagno e realismo maturo, non c’è utopia. Essa è anche una speranza di futuro, e noi non abbiamo futuro. Se tutto questo non è sufficiente a screditare l’utopia, a renderla sospetta sì. La sola che oggi ci è permessa è la distopia: osservare il mondo irreggimentato e narrarne le oscenità. Più che sognare utopie, è forse bene dedicarsi a questo compito.

castronuovo.medlav@gmail.com

POSTILLA BIBLIOGRAFICA

L’articolo è una versione rivista di quello apparso ne «Il Grandevetro», luglio-settembre 2013, a. XXXVII, n. 216, p. 18.

 

 

L'autore

Antonio Castronuovo
Antonio Castronuovo
Antonio Castronuovo (1954) è saggista, traduttore e bibliofilo. Ha fondato l’opificio di plaquette d’autore Babbomorto Editore. Il suo ultimo saggio è Formíggini: un editore piccino picciò (Stampa Alternativa 2018). Sua ultima traduzione: Maurice Sachs, Una valigia di carne (Via del Vento 2020). Ha curato da ultimo Nella repubblica del libro di Francesco Lumachi (Pendragon 2019) e il Dizionarietto rompitascabile degli editori italiani di Formíggini (Elliot 2020).