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In memoria amici Lino ab amico Attilio

texto galego

Negli ultimi anni in Lino si era accesa una passione profonda non solo per l’Italia e in particolare per Roma, ma soprattutto per la storia di Roma antica. I suoi ultimi testi giravano attorno al passato dell’Impero Romano e della sua decadenza, da quel “Romano. I giorni della Puglia” testo bilingue che pubblicammo qui in Italia, al suo ultimo lavoro “Itálica”, incompiuto, sul quale stavamo lavorando insieme e sul quale mi soffermerò più avanti.
Per questo mi sono permesso di usare il latino nel titolo di questo ricordo, non per un’ostentata erudizione, ma per onorare il suo amore per la lingua antica, pur lasciando invariato il nome di Lino, e chiedo venia agli amici latinisti per il mio maccheronico ardire.

Conosco Lino da così tanti anni che il ricordo del nostro primo incontro è ormai già molto sfumato. Confesso che quando decidemmo di invitarlo per la prima volta al Centro di Studi Galeghi di Roma sapevo molto poco di lui e della sua opera, ma nutrivo grande fiducia in Inma Otero, all’epoca lettrice del Centro e conoscitrice profonda della cultura della sua Galizia. Le poche cose che lessi mi piacquero e mi piacque l’idea di non fare la solita conferenza accademica un po’ ingessata, ma con Inma e Carlo Pulsoni cominciammo a organizzarci e mettemmo insieme una sorta di libretto autoprodotto con i testi – tradotti in italiano da Roberta Maschi e illustrati da Enrico Pulsoni – che Lino avrebbe presentato in una forma diversa, vivace. Lino stesso – oltre che autore è stato un attore apprezzato e conosciuto in tutta la Spagna – le avrebbe lette al pubblico, accompagnato, come sempre, dal bravissimo Rómulo Sanjurjo, suo complice in moltissime altre imprese.

A Lino e a Rómulo l’idea piacque e la simpatia, reciproca, fu immediata, aiutata senz’altro dai fiumi di Peroni che scorrevano, birra che inspiegabilmente Lino adorava quando, all’epoca, ancora beveva. Subito scattò qualcosa e, al di là dell’esibizione all’interno del corso accademico di Lingua e Letteratura Galega, Lino mi chiese se non sarebbe stato possibile portare quella sorta di piccola esibizione anche fuori dalle mura universitarie. Così era Lino, sempre fuori dagli schemi, con quella voglia di portare la cultura dove meno ci si sarebbe aspettati di trovarla. E con me sfondava una porta aperta. Anche se con Inma fummo colti un po’ alla sprovvista, non ci perdemmo d’animo. Trovammo, non so neanche più dire come, un pub di San Lorenzo frequentato da studenti disposto a ospitarci gratuitamente e in poche ore organizzammo tutto. Non racconterò che c’era una folla oceanica, ovviamente no, ma il locale era pieno e continuò a riempirsi man mano che nel quartiere si spargeva la voce che in quel pub c’era un gruppo di pazzi, di cui uno recitava poesie in una lingua strana accompagnato da un altro che suonava una fisarmonica rockeggiante, e un terzo che traduceva al momento (io) mentre ballava con gli altri due. Tutto questo accadeva nella notte dell’8 maggio del 2007, anzi tra l’8 e il 9, perché sforammo abbondantemente l’ora che divide due giorni, e replicammo a Perugia due giorni dopo così come a Padova dopo altri due. E io decisi di accompagnare Lino e  Rómulo per tutta questa loro piccola e improvvisata tournée perché ormai qualcosa già ci legava. Queste poche righe credo siano state più che sufficienti a disegnarvi l’uomo, oltre che il poeta, l’autore, l’attore. Ci divertimmo tantissimo, in quella settimana insieme, e nacque così quell’amicizia che ci ha legati fino all’ultimo. Decidemmo che quanto prima avremmo dovuto ripetere quell’esperienza con nuovi testi e nuove trovate. Ma soprattutto che avremmo dovuto continuare a divertirci in quel modo.

L’occasione si ripresentò nel 2009, esattamente due anni dopo, era sempre l’8 maggio, a volte la vita è strana.
Mentre per l’esibizione del 2007 Lino aveva operato una selezione di sue poesie già pubblicate in varie sillogi, tra il 2008 e il 2009 mi aveva mandato un po’ di testi inediti chiedendomi di tradurli in italiano. Non sapeva ancora cosa ne avrebbe fatto, forse un nuovo libro di poesie, forse altro, ma intanto gli avrebbe fatto piacere che fossero tradotti e che la prima lettura avvenisse in Italia, a Roma naturalmente. Erano tutti testi ispirati al mondo latino, in particolare all’ultimo periodo dell’Impero Romano e alla sua periferia, Taranto in dettaglio. Aveva intitolato, provvisoriamente, quest’insieme di testi “Os días de Apulia”, ma io non gli dissi di essere pugliese, pur se non di Taranto, mentre lavoravamo alle traduzioni. Quando a Roma, prima del “debutto”, glielo rivelai, rimase sorpreso, ma contento di scoprirlo, come se gli avessi svelato qualcosa che lui in realtà già presentiva. Questa volta avevamo scelto, trattandosi appunto del debutto di un testo inedito, una cornice un po’ più formale, Piazza Navona, ospiti della Sala Dalì dell’Istituto Cervantes, che ringrazio ancora per l’accoglienza che in tutti questi anni ha offerto alla cultura galega. Gli amici del Cervantes ci avevano messo a disposizione tutto ciò che ci serviva, soprattutto i loro preziosi contatti, e la sala era decisamente piena, Lino e Rómulo felicissimi, io più di loro. Naturalmente fu un successo, Lino ammaliava il pubblico con la sua recitazione e l’accompagnamento di Rómulo alla fisarmonica dava il tocco finale a quell’empatia che si creava tra quanti stavano di qua e di là del palcoscenico. Ricordo che mi chiamò più volte accanto a sé, mi voleva tra lui e Rómulo, non ne voleva sapere che restassi seduto in platea. Mi schernivo, ma in realtà mi fece molto piacere.

Anche quella volta Lino ci sorprese, manifestando in maniera più spontanea che mai la sua voglia di essere vicino alla gente, di portare la cultura in ogni angolo per strano che potesse sembrare. Era, come ho detto, il 2009, l’anno terribile del terremoto a L’Aquila. Lino mi aveva continuamente chiesto come stavamo, com’era la situazione, era rimasto profondamente addolorato da quella tragedia. E chiese a me e a Carlo, Inma era rientrata in Galizia e in quell’occasione non faceva parte della nostra ciurma, se fosse possibile portare lo spettacolo nella zona del sisma per dare un po’ di conforto a quanti erano costretti a vivere al freddo delle tendopoli. Credo sia facile immaginare la nostra reazione. Idea splendida, di un’umanità tenera e coinvolgente, ma come realizzarla? D’altro canto, come dire di no a Lino? Io e Carlo ci attivammo: il 9 maggio prendemmo un autobus che ci portò vicino a Campomonticchio e arrivammo in una città spettrale, con pochissima gente a cui chiedere indicazioni, giacché la stazione dei pullman non era proprio vicina alla tendopoli. Arrivati al campo, parlammo con i responsabili, non ricordo con precisione, ma credo che ci abbiano aiutato un cugino di Carlo che era medico presso il campo, Romeo, e Magdalena, una collega dell’Università dell’Aquila.

 

La prima cosa che fecero i ragazzi della protezione civile fu invitarci a pranzo nella tenda che ospitava la mensa, poi ci portarono dove sorgeva una sorta di palco improvvisato e dove un megafono annunciava che si sarebbe  tenuto uno spettacolo, un recital di poesie accompagnato dalla fisarmonica. La tristezza e la disperazione di chi aveva perso tutto non alimentavano certo la voglia di svagarsi e inizialmente lo spiazzo di fronte a quel palchetto era semivuoto. Ma Lino e Rómulo non si scoraggiarono minimamente e andarono avanti con il loro spettacolo. Poco alla volta la gente cominciò ad avvicinarsi, la piazza non si riempì come avevamo sperato, ma tornammo a Roma contenti di aver comunque portato un sorriso a qualcuno. Alla fine dello spettacolo quanti si erano seduti con noi ringraziarono Lino e Rómulo per essere venuti da così lontano a esibirsi per loro. È uno dei più bei ricordi che ho. Era anche uno dei più bei ricordi di Lino che di lì a qualche giorno, il 18 maggio, al suo rientro in Galizia mi scrisse queste righe, che traduco rapidamente:

Ciao, Attilio. Voglio esprimerti la mia emozione e l’allegria per i giorni vissuti in vostra compagnia. Anche se a L’Aquila non c’è stata molta gente, credo sia stato qualcosa che segnerà tutti noi che siamo stati presenti. Per me è stato davvero speciale e senza dubbio a partire da quel giorno io e te saremo per sempre fratelli. E come mio fratello ti dico che hai un Paese meraviglioso. Con delle persone straordinarie, ma con la disgrazia di tutti i paesi meravigliosi, una classe politica demenziale e corrotta.

Quello che segue è troppo personale per trascriverlo qui, fatti salvi i ringraziamenti a Carlo e a quanti avevano reso possibile sia l’evento dell’Aquila, sia le tre serate successive a Roma, Perugia e Padova, voglio ricordare Valeria Salinas, Eva Díaz, Giovanni Borriero e María Cendán, tra gli altri. Naturalmente, la parte più bella di questi nostri incontri erano le cene che seguivano, e i fiumi di Peroni che ci tenevano svegli fino a tardi.

 

Rumores

 

Hai quen dí que son un cabrón

porque escribo sobre as mulleres,

e tamén hai quen dí que son marica

porque escribo sobre os homes.

 

Están equivocados.

Son estranxeiro

e teño escasas inclinacións

sobre ambos sexos.

Tampouco practico a zoofilia,

nen a necrofilia,

nen o onanismo máis alá do necesario.

Digamos que estou vivo,

e preciso ben pouco

de compaña para gozar.

 

Paseo devagar, pero só.

Se cadra por iso

amo máis ás mulleres,

quero máis aos homes,

son tenro cos animais,

respeitoso cos cadáveres

e máis correcto conmigo mesmo,

que os demais coas súas esposas e esposos,

co seu can e os seus mortos,

coa súa persoa e coa miña.

Dicerie

 

C’è chi dice che sono uno stronzo

perché scrivo di donne

e c’è anche chi dice che sono frocio

perché scrivo di uomini.

 

Si sbagliano.

Sono straniero

e ho una scarsa inclinazione

nei riguardi di entrambi i sessi.

Neppure pratico la zoofilia,

nemmeno la necrofilia

né l’onanismo più del necessario.

Diciamo che sono vivo

e che ho bisogno di ben poca

compagnia per star bene.

 

Passeggio lentamente, ma solo.

Forse per questo

amo di più le donne,

provo più affetto per gli uomini,

sono tenero con gli animali,

rispettoso dei cadaveri

e più corretto con me stesso

di quanto non lo siano gli altri con le loro mogli e mariti,

con i loro cani e i loro morti,

con la loro persona e con la mia.


Contra a amargura

 

Claudio nunca saberá como o amo,

e xamais coñecerá a querencia

que por el profesan

algúns dos nosos amigos.

 

Claudio é deses homes

que sempre xulgan os demais

e escasamente

falan das súas virtudes.

 

A súas desventura é a dos escépticos.

E a desconfianza goberna a súa casa,

onde só a infelicidade e a amargura

son ben recibidas.

 

Claudio

non platiques máis ao atardecer

sobre o Senado,

e os nosos estimados senadores.

Bebe,

saborea na compaña dun amigo

un vaso de viño.

E cando mañá

os raios de sol iluminen o teu rostro,

sorrí ante a beleza da nosa patria

e comeza unha nova vida.

 

Contro l’amarezza

 

Claudio non saprà mai quanto lo amo,

né conoscerà mai l’amore

che professano per lui

alcuni dei nostri amici.

 

Claudio è uno di quegli uomini

che giudicano sempre gli altri

ma raramente

parlano delle loro virtù.

 

La sua sventura è quella degli scettici.

E la diffidenza regge la sua casa,

dove solo l’infelicità e l’amarezza

sono ben accolte.

 

 

Claudio,

non dissertare più al tramonto

sul Senato

e sui nostri stimati senatori.

Bevi.

Assapora, in compagnia di un amico,

un bicchiere di vino.

E domani, quando

i raggi del sole illumineranno il tuo volto,

sorridi davanti alla bellezza della nostra patria

e comincia una nuova vita.

 

 

Nel 2012 Lino mi fece una bellissima sorpresa, mi inviò un testo chiedendomi di tradurlo in italiano: era l’esito finale di quelle poesie che aveva recitato a L’Aquila. Erano diventate un testo teatrale molto particolare, versi che si facevano azione scenica. Mi disse che il testo era ancora da correggere, ma che voleva assolutamente che io lo leggessi quanto prima, perfino, mi scrisse, prima delle correzioni. Ma la sorpresa fu che il testo era dedicato a me e voleva che fosse pubblicato, bilingue, in Italia. Così accadde, pubblicammo il testo, che però vide la luce solo nel 2015, per le varie vicissitudini che seguirono. Poche settimane dopo avermi mandato il testo, infatti, Lino ebbe un incidente in teatro: durante la regia di uno spettacolo cadde nel fosso dell’orchestra, un incidente da poco, si ruppe una gamba e niente di più. Il peggio venne dopo, in ospedale fecero confusione con i medicinali, causandogli un infarto polmonare e dei problemi cardiaci dai quali non sarebbe più guarito. I danni avevano interessato alcuni organi vitali. Ma lui era contento, perché in quella sua lenta, lunga convalescenza stava scrivendo tantissimo e stava già pensando a mettere in scena alcune idee che aveva in testa. Insomma aveva rischiato per tre volte di morire in ospedale e tutto quello cui sapeva pensare era la gioia di essere ancora vivo e di voler venire a rappresentare in anteprima a Roma quel suo testo teatrale che alla fine aveva intitolato “Romano. Os días de Apulia”. Pura gioia di vivere e di cogliere tutto quello che la vita gli offriva.

Naturalmente l’anteprima romana non fu possibile, le sue condizioni di salute non gli permettevano di viaggiare, così quel testo cominciò a girare nei teatri galeghi facendo ovunque il tutto esaurito. Finalmente, nel 2015, sempre a maggio e nella ormai consueta cornice di Piazza Navona, ospiti dell’Istituto Cervantes, riuscimmo a mettere in scena il testo. Questa volta la sala era più che piena, la gente era in piedi fuori dalla porta, temevamo un controllo che avrebbe fatto chiudere la sala; un enorme, bellissimo successo. Assieme a Lino recitava Manuela Varela, attrice straordinaria che insieme a lui rappresentava la compagnia Espello Cóncavo in questa messa in scena romana.

 

L’affiatamento che ho visto fra Lino e Manuela era strabiliante, il loro connubio scenico funzionava alla perfezione. Il successo si ripeté nel consueto giro attraverso l’Italia, anche se Lino era un po’ debole e ci sembrò opportuno non strapazzarlo più di tanto. Tra i postumi della malattia c’erano infatti una sua facilità a stancarsi, com’è immaginabile, ma soprattutto il doversi limitare nel mangiare e il non poter più bere. Ma l’assenza dell’elemento alcolico non fu un  problema, ho accompagnato Lino a Perugia e insieme a lui e Manuela abbiamo fatto comunque le ore piccole chiacchierando. Ricordo ancora che Manuela, che credo non fosse mai stata a Roma, ci fece scoprire un locale a me ignoto dove servivano dei cocktail straordinari, sola deroga di Lino alla sua astinenza alcolica: unicamente quella sera si concesse un signor drink.

Lo spettacolo fu bellissimo e il successo straordinario, accompagnato dal bel volume stampato in Italia, questo sì in edizione esclusiva, che contiene il copione in entrambe le lingue e un pregevole disegno di Lino stesso in copertina.

 

Decadencia e Creta

 

Noite. Mar. O Senador pasea polo porto de Tarento. Voces que chegan desde as tabernas portuarias e desde os lupanares.

 

SENADOR

Acostumo na tarde a pasear perto das naves chegadas a porto. Contemplo o mar, os paxaros. Estou envellecendo. Esquecédeme. Só desexo ennoblecer os anos que me quedan repetindo os vellos versos, mellorándoos. Cando ao chegar a noite, o meu corpo se encamiña buscando unha muller, escóitoos susurrar ao meu paso: “Fáise vello, e non cuida de erguer casa e familia”. Non amei vivir cunha amante soa, como non son unha as paisaxes que me pracen. E en canto a fillos, bastante deploro a vosa perigosa e cega incontinencia. Esquecédeme. (Arroxa unhas moedas ao chan.) Regalo as miñas noites ás bailarinas de azados pés, e as miñas moedas aos seus favores.

 

Decadenza e Creta

 

Notte. Mare. Il Senatore passeggia lungo il porto di Taranto. Giungono voci dalle taverne del porto e dai lupanari.

 

SENATORE

La sera di solito passeggio accanto alle navi entrate in porto. Contemplo il mare, gli uccelli. Sto diventando vecchio. Dimenticatemi. Voglio solo nobilitare gli anni che mi restano ripetendo i vecchi versi, migliorandoli. Quando sul far della sera il mio corpo si incammina in cerca di una donna, li sento sussurrare quando passo: “Sta invecchiando e non si preoccupa della casa e della famiglia”. Non ho mai amato vivere con una sola amante, così come non è uno solo il paesaggio che mi piace. In quanto ai figli, deploro quanto basta la vostra cieca e pericolosa incontinenza. Dimenticatemi. (Getta a terra qualche moneta.) Regalo le mie notti alle ballerine dai piedi leggeri e le mie monete ai loro favori.

 

Decadencia e morte

 

Terraza do Senador.

 

SENADOR

Roma, Roma…Se algunha vez me perdo, buscádeme en Roma. Amo Pompeia, pero buscádeme en Roma. Desexo máis Alexandría. A miña mocidade está en Tarento e o meu corazón pertece a Heraklion, mais buscádeme en Roma. Se algunha vez me perdo, ide a Roma, e ao atardecer saíde a pasear sen rumbo fixo. Atoparédesme mirando a fachada dalgún vello palacio, falando con calquera. Alegrareime de vervos. Convidareivos a beber e recordaremos o pasado.

Decadenza e morte

 

Terrazza del Senatore.

 

SENATORE

Roma, Roma… Se mi dovessi perdere, cercatemi a Roma. Amo Pompei, ma cercatemi a Roma. Ancor più anelo ad Alessandria. La mia fanciullezza l’ho trascorsa a Taranto e il mio cuore appartiene a Iracleio, ma cercatemi a Roma. Se mi dovessi perdere, andate a Roma e al tramonto uscite a passeggiare  senza meta. Mi incontrerete mentre guardo la facciata di qualche vecchio palazzo, parlando con chicchessia. Sarò felice di vedervi. Vi offrirò da bere e ricorderemo il passato.

 

Negli ultimi cinque anni abbiamo avuto difficoltà a vederci, le sue condizioni di salute erano peggiorate e anche se continuava a lavorare, spostarsi per lui era sempre più difficile. Aveva bisogno di continui controlli medici e doveva essere sempre vicino all’ospedale che lo aveva in cura, in caso di emergenza. Naturalmente, tra una sua venuta in Italia e l’altra, andavo a trovarlo io alla Coruña, dove aveva scelto di vivere. Ricordo una giornata bellissima tutti insieme a casa di Rómulo, il cui figlio, che all’epoca non misurava nemmeno un metro di altezza, sembrava voler seguire le orme del padre anche se al posto della fisarmonica imbracciava una chitarra elettrica. Lino e Rómulo erano reduci da un viaggio a Cuba, dove avevano portato il loro spettacolo e da cui erano tornati con una cassa di un rum eccezionale che condivisero con tutti; erano fatti così, per loro le cose belle della vita, e gli alcolici rientravano senz’altro in questa categoria, andavano condivise con gli amici.

Altre volte ci incontrammo solo io, Lino e Valeria, anche lei entrata ormai a far parte di questa combriccola, e allora non parlavamo solo di arte, ma di noi, delle nostre vite, e a Lino splendevano gli occhi quando ci trasmetteva l’amore per la sua compagna e la gioia che gli dava la figlia che aveva adottato. Parlava di loro per ore con un trasporto e una commozione coinvolgenti.

Purtroppo con il passare degli anni i nostri incontri diventarono sempre più veloci, si stancava facilmente. L’ultima volta che sono stato in Galizia non sono riuscito nemmeno a vederlo, era ricoverato e i medici sconsigliavano le visite; ma abbiamo parlato per telefono e mi disse di non preoccuparmi, e che per farsi perdonare, appena fosse stato meglio, sarebbe venuto lui a trovarmi a Roma. Si rimise, ma in Italia non è più riuscito a tornare.
Come se non bastasse, la tecnologia ha fatto il resto. Per comodità o più probabilmente per pigrizia, la messaggeria rapida telefonica ha preso il posto delle nostre belle lettere, sempre elettroniche, ma scritte con calma, non al volo su un autobus o nei ritagli di tempo. Per cui di Lino non ho nemmeno più quei bei lunghi messaggi di posta elettronica che ci scambiavamo. Fino a che nel maggio scorso me ne arriva uno, del tutto inatteso, vuoto, senza testo, con in oggetto la scritta poemas italianos e in allegato un documento con delle poesie, nient’altro. L’ho letto senza sapere bene cos’altro fare. Poi il 27 ottobre un altro messaggio, quasi una poesia, 11 righe di poche parole per ogni riga. Più la rileggo e più la forma mi sembra quella di un componimento poetico, mi dice che da sette mesi è rinchiuso a causa di una polmonite e di varie embolie polmonari e mi chiede se ho ricevuto le poesie, invitandomi a correggere tutto quello che mi sembrava opportuno. E qui devo palesare tutti i miei sensi di colpa, nella speranza che ammettere il mio comportamento serva a lavarmi un po’ la coscienza. Appena letta la sua lettera, mi ripromisi intanto di rispondergli quanto prima e poi di procedere alla revisione del testo; ma non feci né l’una e né l’altra cosa. Preso dalla vita di tutti i giorni, vittima di quell’indolenza che si è impadronita di me in seguito alla storia della pandemia, lasciai trascorrere i giorni, quasi senza rendermene conto. Poi il 4 dicembre scorso ricordo improvvisamente, non so come e non so perché, di non avergli mai risposto e gli scrivo scusandomi e confessandogli che non gli avevo risposto per semplice pigrizia. Promettendogli di mettermi subito al lavoro sui testi, cosa che ho fatto. Credete che Lino si sia offeso? O arrabbiato per essermi dimenticato di lui per oltre un mese? Per niente, era sollevato, la sua risposta fu che era felice di sentirmi e di sapere che il mio silenzio non era dovuto alla pandemia. Lui, malato, era contento di sapere che stavo bene. Mi scrive che i suoi problemi polmonari non erano migliorati, ma che il suo umore era altissimo, che stava scrivendo tanto e dipingendo, soprattutto dipingendo il mare. Aggiunge che non dovevo sentirmi in colpa se non avevo ancora letto le sue poesie, inviandomi immensi abbracci.

Mi sono pertanto messo alla revisione delle sue poesie, contando di finire il lavoro durante le imminenti feste di Natale, dal momento che avrei avuto un po’ più di tempo da dedicare ai bei versi di Lino. Quando mi ha raggiunto la notizia della sua morte ne avevo corretti all’incirca la metà. Sono una settantina di pagine in tutto, dense, come tutte le liriche di Lino.
Anche la data è simbolica. 25 dicembre 2020. L’anno è quello della pandemia e il giorno un giorno particolare, quello in cui tutti celebriamo in qualche modo una nascita: quel giorno lui invece se n’è andato. Bastian contrario. O forse solo la sua meravigliosa ironia.

Ho iniziato questo ricordo ripromettendomi di parlare dei versi di Lino, della sua opera. Ho parlato invece di una splendida amicizia. Di più, di due fratelli; ed è con questa dedica che Lino apre i suoi Poemas italianos, che nella versione definitiva ha scelto di intitolare Itálica: “Questa raccolta di poesie è dedicata al mio fratello Attilio Castellucci”. Lascerò la critica ai prossimi libri o saggi o articoli. Perché ti faccio una promessa, Lino, e la faccio a me stesso: pubblicherò il tuo libro. Troverò un editore, in Galizia, in Spagna o in Italia, non importa dove, e lo pubblicherò, in italiano come tu volevi. Itálica uscirà, con il titolo in galego e i versi in italiano. Il mio impegno per il futuro, per ringraziarti della tua amicizia.
Chiudo con una delle liriche di questa raccolta ancora inedita, che ci ricorda che poca cosa siamo e che sembra quasi una premonizione. Ma anche l’annichilimento pessimista contenuto in questo calligramma si conclude con una nota positiva, un saluto o un invito a bere, chissà, conoscendo Lino ogni interpretazione è possibile…

Roma, 28 Dicembre 2020

attilio.castellucci@uniroma1.it

 

NIHIL

 

ancora niente

ancora nulla

ora niente

ora nulla

niente

niente

niente

niente

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Salute!

L'autore

Attilio Castellucci
Attilio Castellucci
Attilio Castellucci lavora come tecnologo all'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, dove si occupa di comunicazione e realizza documentari; in passato ha esercitato anche con la qualifica di direttore di biblioteca. Per svagarsi, insegna alla Sapienza, Università di Roma, dove impartisce Lingua e Letteratura Galega ma, all'occorrenza, anche Filologia Romanza e Lingua Spagnola; materia, quest'ultima, che ha insegnato anche presso l'Università degli studi della Basilicata. Quando può, si dedica alla traduzione, con un discreto numero di titoli tradotti al suo attivo, soprattutto dal galego e dallo spagnolo, ma senza disdegnare altre lingue. È responsabile dell'accordo tra la Xunta de Galicia e la Sapienza, Università di Roma.

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