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“Rinascere per ricominciare”. Testimonianze per Filippo Palizzi

in copertina autoritratto di Filippo Palizzi (1860 circa)

Che Filippo Palizzi (Vasto, 1818 – Napoli, 1899) sia stato uno degli artisti più importanti dell’Ottocento pittorico italiano, figura fondamentale nel rinnovare la pittura accademica a livello internazionale quale arte del vero, è noto e ampiamente riconosciuto. L’artista abruzzese, autore di opere pittoriche, di acqueforti, schizzi, ceramiche, maioliche, bronzi, fu un autore poliedrico e ricco di talento, capace di gettare nuova linfa sull’arte ottocentesca in un periodo di profonde trasformazioni, a livello politico, come artistico- letterario.
Di lui ci restano le sue opere, conservate in collezioni pubbliche e private in tutto il mondo. Ci restano i quadri con scene di campagna, bozzetti veristici di intensa espressività in cui giochi di luce colpiscono animali e scene agresti colte nella quotidianità di ogni giorno, scene di battaglie (come quella di Custoza del 1866) e paesaggi di cieli stellati e di campagna. Ci restano le collezioni: Vasto (sala Palizzi della Pinacoteca di Palazzo D’Avalos), Napoli (Galleria della Accademia di Belle Arti e presso il Museo Artistico Industriale, Museo di Capodimonte e Real Bosco), Roma (Galleria Nazionale d’Arte moderna e contemporanea).

Ma oltre alle testimonianze pittoriche, abbiamo altre fonti per conoscere il lavoro e gli interessi di Filippo Palizzi. Una delle più importanti sono certamente i suoi Taccuini. Ce ne sono pervenuti dieci, inizialmente grazie all’editore e antiquario Gaspare Casella, che li acquistò nel 1942 come ci informa «Il Corriere della Sera», in un articolo intitolato Dieci albi e diari inediti di Filippo Palizzi e pubblicato il 23 luglio dello stesso anno, con firma di Giovanni Tomei. Anche «Il Giornale d’Italia», in data 4 novembre, reca la notizia del ritrovamento di «taccuini interessanti, curiosi, originalissimi, che Gaspare Casella è andato a scovare chi sa dove col fiuto del bracco con la selvaggina»: «Essi contengono centinaia di disegni, di schizzi, di impressioni, tutti dal vero: alcuni montuosi paesaggi dei Pirenei, mulini a vento, ponti sui fiumi, carrozze signorili e carri agricoli, un leone […] un piccolo tesoro insomma dell’arte semplice, sincera, spontanea, frutto di pacate osservazioni, riproduzione esatta, incisiva, della realtà» (F. Dell’Erba, I taccuini di viaggio di Filippo Palizzi, «Il Giornale d’Italia», 4 novembre 1942).

3.«Il Giornale di Italia», 4 Novembre, 1942, Emeroteca, Biblioteca Nazionale Centrale, Roma
«Il Giornale di Italia», 4 Novembre, 1942, Emeroteca, Biblioteca Nazionale Centrale, Roma

Tali Taccuini, che il giornalista definisce utili come «insegnamento e studio», atti a comprendere e a rappresentare con più verità «l’idea immaginata», sono conservati oggi nella Pinacoteca Barbella di Chieti, dopo che Carlo Travaglini, allora Presidente della Provincia di Chieti, li acquistò direttamente da Casella. Si tratta di quattro albi e sei taccuini di viaggio, numerati probabilmente in seguito alla loro esecuzione, dato che la numerazione è indipendente e non conforme alla sequenza cronologica. In realtà in origine doveva trattarsi di dodici albi, di cui probabilmente due sono andati perduti. Mariantonietta Picone Petrusa riferisce che recentemente sul mercato ne è apparso uno, senza numerazione, contenente solo disegni di scene contadine e privo di annotazioni, simile nelle misure a quelli conservati a Chieti, ma senza riferimenti ulteriori, né di data, né di realizzazione.
I Taccuini offrono un resoconto della vita e delle osservazioni dell’artista, nonché dei suoi numerosi viaggi. Alcuni sono stati utilizzati più volte da Palizzi, altri recano diversa disposizione numerica riconducibile ai proprietari precedenti. Il numero 7, ad esempio, uno dei più antichi della collezione, contenente appunti sul viaggio in Moldavia, sarebbe il numero 2 secondo una precedente sequenza numerica. Anche i disegni del taccuino moldavo avrebbero numerazione inversa rispetto alla cronologia di viaggio, ma la complementarità tra schizzi, disegni e appunti è confermata dalle varie redazioni dell’Autobiografia, e dai Carteggi che costituiscono un’ulteriore fonte documentaria importantissima. Dei primi anni napoletani molti documenti sono conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, mentre un Corpus nutrito di lettere, documenti, disegni, telegrammi è consultabile presso il Fondo Palizzi della Biblioteca Comunale “R. Mattioli” di Vasto. Si tratta di cinque volumi contenenti 2897 carte, riconducibili a Filippo e ai suoi tre fratelli, anche essi pittori, Nicola (1820 – 1870), Giuseppe (1812 – 1888), Francesco Paolo (1825 -1871). Il Carteggio è stato recentemente restaurato ed è un corpus interessante di corrispondenze familiari e con personalità del tempo, nonché di contenuti programmatici di lavoro. Tra i documenti, risultano importanti, ad esempio, le lettere che attestano l’amicizia dei fratelli Palizzi con l’artista russo Alexander Vassal (sono sette lettere, contenute nel volume 64.11), oppure quelle a Giberto Borromeo collocate nell’Archivio Borromeo di Isola Bella. Altri documenti si trovano a Vasto, presso l’Archivio Storico Comunale di “Casa Rossetti”, a Napoli, presso l’Archivio storico della Provincia, a Roma, presso l’Archivio Centrale dello Stato, e a Parigi, Fond Doucet, della Bibliothèque d’Art e d’Archeologie, e presso la Bibliothèque National de France.

4.Sala Palizzi, Pinacoteca di Palazzo D’Avalos, Vasto
Sala Palizzi, Pinacoteca di Palazzo D’Avalos, Vasto

Tra le testimonianze volte ad enfatizzare la delicatezza naturalista, sulle prime esperienze del Palizzi, scriveva Federigo Verdinois nel 1886: «Venendo dal Vasto a Napoli, mandato qui dal padre all’Istituto di Belle Arti, egli portava con sé nel cuore e nella mente un pezzo del suo paese: il sentimento di quella luce e la libertà dell’aria montanara. Veniva dunque dagli Abruzzi verso il 1835, forte e libero. Senza saperlo, era un naturalista. L’Istituto greve lo spaventò: l’Istituto era la negazione della natura, aborriva dal vero, conservava la tradizione […] Ebbe un gran maestro; se stesso. E quando la prima volta si rivelò, appena ventenne, col suo quadro di Animali, acquistato dalla Duchessa di Berry, parve che una luce abbagliante balenasse nel cielo dell’arte […] Si chiedeva al giovane: -“come avete fatto a dipingere così vero?” Ed egli rispondeva il vero: “Sono stato in campagna.” Ci andava spesso, voleva rivaleggiare con la vita viva» (F. Verdinois, Profili d’artisti, «Picche», I, 13 febbraio, 1886, n.3).
Tra i giudizi critici, il Morelli è senza dubbio riferimento essenziale, anche se l’amico- rivale ha più volte voce contrastante, con una continua alternanza di pareri positivi sulla capacità di Filippo di osservare il vero e giudizi negativi sulla sua cultura da universo ristretto: «La sua era un’arte modesta, di piccole proporzioni; ma dentro vi era tutto un mondo di colore, di luce, di una verità, di un rilievo palpabile». E ancora: «Noi due però eravamo agli antipodi: io sentivo che l’arte era di rappresentare figure e cose, non viste, ma immaginate e vere ad un tempo; io non amavo i contadini vivi, eppure li amavo negli studi di Filippo Palizzi» (D. Morelli, Ricordi della scuola napoletana di pittura dopo il ’40 e Filippo Palizzi, a cura di V. Caputo, Napoli, 1901, p. 63).

 

Tra le tante, preme evidenziare la valutazione che dell’artista abruzzese fa Pasquale Villari, di cui offre anche una nozione del vero pittorico su base storiografica. Il Villari, attento studioso degli effetti della questione meridionale, scriveva nella sua ampia relazione sulla pittura all’Esposizione Internazionale di Parigi (1867): «Egli (Palizzi) andò oltre, aggruppò animali, dipinse dei piccoli quadri di genere, semplici scene campestri, che ebbero la stessa verità, la stessa evidenza, il medesimo valore. Una tale pittura fece vedere che in arte vi era nuova strada da battere. Lo studio del vero, dell’espressione, del sentimento della natura e della realtà dette così il colpo di grazia all’Accademia».

7.Luna mancante avanti l’alba, Napoli, 1871, Olio su tela, Roma, Galleria Nazionale d’Arte moderna e contemporanea
Luna mancante avanti l’alba, Napoli, 1871, Olio su tela, Roma, Galleria Nazionale d’Arte moderna e contemporanea

Non poteva mancare Gabriele D’Annunzio: «Caro Don Filippo, grande e glorioso Maestro […] Al vostro cospetto, il mio amore e la mia fede nell’arte si sono elevati; e mi sento migliore […] Ieri nella vostra casa io vidi una tela, forse una delle ultime vostre, forse l’ultima, dov’è rappresentata una quercia possente che leva il gran tronco su da un cerchio di pietra. Mi pare il simbolo della vostra vita. Addio caro maestro […] Non dimenticate di avere in me il più devoto degli amici, il più ardente degli ammiratori. Vogliatemi bene». Era il 5 settembre del 1891, D’Annunzio aveva già pubblicato Il Piacere, il primo romanzo decadente della nostra letteratura, e identificava nella quercia il simbolo di un artista le cui radici hanno lasciato linfa vitale, fino ad oggi.

laura.dangelo86@gmail.com

 

 

 

 

 

 

L'autore

Laura D'Angelo
Laura D'Angelo
Laureata in Filologia classica, ha conseguito un Dottorato di ricerca in Studi Umanistici. Grande appassionata di letteratura e filologia, ha condotto numerosi studi su Gabriele D’Annunzio e ha partecipato a convegni internazionali con interventi in lingua italiana e inglese. Interessata da sempre alla scrittura scientifica e a quella poetica, ha ricevuto riconoscimenti in diversi concorsi letterari di livello internazionale. Ha pubblicato tra l’altro L’Isottèo di Gabriele D’Annunzio e la poetica della modernità, nel volume collettaneo Un’operosa stagione. Studi offerti a Gianni Oliva, Carabba, Lanciano, 2018.