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Leonardo tra fantasia e realtà. Teresa Agovino intervista Carlo Vecce

Carlo Vecce non ha certo bisogno di presentazioni. Professore ordinario di Letteratura Italiana presso l’Università ‘Orientale’ di Napoli, ha focalizzato da sempre le proprie ricerche sul Rinascimento italiano ed europeo. Nel corso degli anni, l’illustre studioso ha redatto numerose monografie dedicate proprio alla figura di Leonardo da Vinci: da Leonardo (Salerno, 1998 – libro tradotto in francese, portoghese, spagnolo e cinese) a Le battaglie di Leonardo (Giunti, 2012), Leonardo: favole e facezie (De Agostini, 2013), La biblioteca perduta. I libri di Leonardo (Salerno, 2017), sino al più recente I giorni di Leonardo (Giunti, 2021).

A conclusione della fortunata serie televisiva trasmessa dalla Rai e dedicata al genio vinciano e alle sue rocambolesche avventure giovanili proviamo, quindi, a fare un po’ di chiarezza ponendo alcune domande al più grande studioso italiano di Leonardo da Vinci nella prospettiva di quei molti milioni di telespettatori che hanno apprezzato la produzione televisiva ma ne sono usciti, pare, alquanto confusi in merito alla figura del protagonista.

Professore, in quanto esperto di Leonardo, la prima domanda – d’obbligo – è sicuramente legata al suo personale apprezzamento nei confronti della serie televisiva. Come la giudica? Si può ritenere sufficientemente accurata a livello biografico? E, di conseguenza, Leonardo è davvero il genio maledetto che viene presentato dagli autori televisivi?

Credo sia impossibile darne un giudizio univoco, perché la serie alterna elementi di totale invenzione ad altri che rivelano un tentativo di documentazione approfondita sulle fonti, e anche sugli studi più recenti. In fondo, se si tratta di fiction, è giusto che abbia una sua libertà di elaborazione fantastica dei personaggi e delle storie, ed è questo che piace al grande pubblico. Lo storico, o lo studioso, dovrebbe rispettare questo margine di libertà, senza fermarsi troppo ai dettagli, o a quelli che vengono chiamati ’errori’. Nel nostro caso, gli ‘errori’ sono davvero troppi (anacronismi, ambientazioni, costumi, dialoghi ecc. ecc.), e non vale nemmeno la pena enumerarli: ma chi se ne accorge, al di fuori di quei quattro gatti degli studiosi? È un po’ il medesimo problema che nasce quando si confronta un film con il romanzo da cui è ispirato, o quando si legge un romanzo storico. Di più, è la stessa sfuggente figura di Leonardo che, fin dalle origini (e addirittura quando lui era ancora in vita), era diventata un mito. Forse nemmeno i suoi contemporanei sapevano dire chi era veramente. Resta però il fatto che Leonardo non è un personaggio, ma una persona reale: un uomo che è vissuto realmente cinque secoli fa, e la cui esistenza è ampiamente ricostruibile attraverso i suoi stessi manoscritti, e i documenti dell’epoca. È quella persona che ancora oggi ci lancia messaggi importanti e attualissimi sulla vita, sulla natura, sulla scienza, sull’arte. C’è quindi un ‘vero’ Leonardo, al quale noi contemporanei, con molta umiltà, cerchiamo di avvicinarci, per ascoltare la sua voce, e comprenderne almeno in parte il senso. Allora, la domanda importante è un’altra, ed è di carattere generale: la fiction, ci avvicina o ci allontana dal ‘vero’ Leonardo? Anche qui la risposta è ambivalente. Da un lato ci avvicina, perché presenta Leonardo come un uomo immerso nella vita del suo tempo, un uomo che ama e che soffre, con tutte le sue debolezze e le sue incertezze: diciamo che lo fa scendere dal piedistallo. Ma dall’altra purtroppo no: quando lo fa apparire quasi come un ‘genio maledetto’, invischiato in una serie di improbabili vicende. Peccato che gli sceneggiatori non si siano confrontati con gli studiosi, forse li considerano persone noiose che non capiscono niente di fiction e dei gusti della gente.

All’interno della fiction Rai ruotano, attorno al personaggio principale, nomi noti del Rinascimento italiano da Niccolò Machiavelli a Bernardo Bembo (padre del più noto Pietro). Leonardo ebbe realmente modo di incontrarli e confrontarsi con loro?

Sì, ed è in questi aspetti emerge il lavoro di documentazione della sceneggiatura. In particolare, per Bernardo Bembo, è solo da una trentina d’anni che si è scoperto il suo diretto coinvolgimento con il ritratto di Ginevra de’ Benci, oggi conservato a Washington: quando l’analisi riflettografica sul retro della tavola ha rivelato che sotto il motto di Ginevra era nascosto quello di Bernardo. Un dettaglio conosciuto dagli studiosi ma sconosciuto al grande pubblico, e ora rappresentato per la prima volta in una fiction, così come il particolare delle ‘mani tagliate’, cioè della parte inferiore della tavola che ora non c’è più. Un bel coraggio, rappresentare questi dettagli filologici: e secondo me è positivo rappresentare le opere nel loro farsi, e dare un’idea dell’amore di Leonardo per la creazione, più che per la perfezione dell’opera. Anche se poi si cade in errori madornali: si rappresenta la Gioconda incompiuta con il viso appena sbozzato e il paesaggio colorito, mentre fu esattamente il contrario. Dopo quattro anni di lavoro, Leonardo non aveva realizzato altro che il viso meraviglioso di monna Lisa, e aveva lasciato vuoto tutto il resto.

In merito all’aspra diatriba tra Leonardo e Michelangelo, televisivamente rappresentata senza esclusione di colpi e giunta finanche alla violenza tra i sostenitori dell’uno e dell’altro artista, quanto c’è di vero? E in che modo i due pittori sono legati alla decorazione affrescata del Salone dei Cinquecento a Firenze, aspro terreno di battaglia nella finzione filmica?

Il confronto fra Leonardo e Michelangelo è attestato da testimonianze dell’epoca, e probabilmente vi fu, perché troppo grandi erano le differenze tra di loro in merito alla concezione dell’arte; ma certamente non avvenne nei termini della fiction. Certo, fu una scelta sbagliata della Signoria, e del Soderini, affidare a due ‘primedonne’ due commissioni grandiose che essi avrebbero dovuto eseguire fianco a fianco (tra parentesi, altro errore madornale: le due ‘battaglie’ si trovavano sulla stessa parete, non su due pareti affrontate). Io credo che il problema fosse soprattutto di Michelangelo: a lui bisognava dare uno spazio intero, non a metà, l’intera volta della Sistina, ad esempio, o la parete del Giudizio Universale.

In Leonardo-La serie, il disegno intitolato La Scapigliata, secondo alcuni studiosi probabile bozzetto per la realizzazione del dipinto Leda e il cigno, viene presentato come ritratto del personaggio di Caterina da Cremona, donna mai esistita, frutto della fantasia degli autori televisivi e funzionale alla struttura complottistica della trama. Il dipinto dedicato al mito greco è oggi perduto; e, in effetti, a più riprese, la produzione televisiva mostra opere di Leonardo spesso incompiute o distrutte. Quanto, in realtà, conserviamo ancora dell’artista e quanto abbiamo perso, nel corso dei secoli, della sua intera produzione?

Non dico niente di Caterina da Cremona, che non è mai esistita: eppure, anche qui resto sorpreso dal lavoro di documentazione degli sceneggiatori, che hanno trovato negli studi più recenti menzione di una certa cortigiana frequentata da Leonardo, e chiamata appunto la Cremona, anche se poi non se ne sa assolutamente niente. Il nome Caterina, invece, corrisponde alla persona più importante della vita di Leonardo: sua madre naturale, che si chiamava appunto Caterina. È lei che lo ha allattato, e gli ha insegnato le prime cose fondamentali sulla vita. Una fiction su di lei sarebbe una cosa strepitosa, molto di più di quella su Leonardo: la storia di una donna straordinaria, che lotta per la sua libertà e per la libertà e il destino di suo figlio.
Sì, purtroppo la Leda è perduta: ma non perché è stata bruciata da Leonardo; forse è finita veramente bruciata, ma in un bombardamento alleato della seconda guerra mondiale a Dresda. Non credo che però le opere perdute di Leonardo siano molte, perché in realtà furono pochissime quelle che lui realmente finì. A Leonardo non piaceva finire: gli piaceva troppo la fase del creare, dell’immaginare quelle forme in continuo movimento, come vediamo nei suoi disegni. Purtroppo, c’è ben altro che abbiamo perduto: più della metà dei suoi manoscritti, e quasi tutti i libri della sua biblioteca.

C’è, infine, qualcosa che vorrebbe aggiungere, un pensiero sul genio di Leonardo che vorrebbe far giungere al telespettatore medio che ha seguito con tanto interesse la serie?

Non credo di avere tanta autorità, di parlare dalla cattedra a chi ha visto la fiction: perché, lo confesso, anch’io l’ho vista, e ho cercato di vederla dimenticando di essere un professore, e peggio ancora uno che studia Leonardo. Ho cercato di vederla in un modo ingenuo, e allora molte cose mi sono anche piaciute. Alla fine, un pensiero in positivo, per il cosiddetto ’telespettatore medio’: se realmente ti sei avvicinato alla figura di Leonardo e alla sua umanità, e ti sei incuriosito alla sua storia, allora non fermarti. Continua a conoscerlo, leggi che cosa ha scritto, approfondisci le vicende reali della sua vita, cerca di capire quello che cerca di comunicarti con le sue opere. Perché la realtà della vita e dell’opera di Leonardo è molto più appassionante e ricca di imprevedibili colpi di scena di qualunque fiction si possa immaginare.

teresa.agovino@unimercatorum.it

 

L'autore

Teresa Agovino
Teresa Agovino è dottore di ricerca in Letterature Romanze presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale". È cultore della materia in Letteratura Italiana Contemporanea. È professore straordinario a t. d. di Linguistica Generale presso l'Universitas Mercatorum di Roma, e docente a contratto di Lingua e linguistica italiana presso la Scuola Superiore Internazionale di Mediazione Linguistica (SSML) di Benevento; di Linguistica Italiana e Generale presso UniPegaso. Ha pubblicato due volumi: Elementi di linguistica italiana (Sinestesie, 2020) ; Dopo Manzoni. Testo e paratesto nel romanzo storico del Novecento (Sinestesie, 2017). Si occupa di ricerca in Letteratura italiana del Novecento e Duemila. In particolare studia i riferimenti manzoniani contenuti all'interno della prosa contemporanea sino agli anni Duemila (principalmente in Camilleri e De Cataldo) e l'opera di Primo Levi. Di prossima pubblicazione anche la traduzione italiana del romanzo Bones in London di E. Wallace (1921).