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L’individuo e gli altri. Intervista a Franco Ferrarotti

Quasi vent’anni fa chiesi a Franco Ferrarotti, il più noto sociologo italiano, se mi concedeva un’intervista ed egli accolse l’invito con entusiasmo: l’intervista uscì nel n. 8 della rivista emiliano-romagnola «Cartapesta» del luglio-dicembre 2002. Essendo la rivista di scarsa distribuzione e oggi scomparsa, abbiamo ritenuto opportuno riprenderla, anche per la solidità degli argomenti dell’intervistato, a cui posi domande sul senso della tecnologia, della sociologia e dell’individuo nella società. Mi colpì il momento in cui mi disse che «l’elemento fondante dell’individuo è un valore irripetibile, che acquista senso nel rapporto con l’altro». In pratica: il singolo uomo è dotato di un intrinseco valore irripetibile che risulta moltiplicato dalle connessioni sociali.

Indubitabile il valore di Ferrarotti (1926) nell’ambito della cultura italiana, fin dagli inizi segnati da un evento diciamo così ‘negativo’, ma dai risvolti infine fecondi: nel 1949 pubblicò presso Einaudi quella famosa traduzione de La teoria della classe agiata di Thorstein Veblen che provocò la stroncatura di Benedetto Croce sul «Corriere della Sera» del 15 gennaio 1949. La replica, in forma di due saggi apparsi sulla «Rivista di Filosofia» nel 1950, avviò un tracciato intellettuale caratterizzato da un’intensa ricerca in ambito sociologico, tale da fare di Ferrarotti il rinnovatore della disciplina in Italia e il suo decano. Si è misurato con la sociologia nel corso di un’intera vita di studio e ricerca: nel 1951 fondò con Nicola Abbagnano i «Quaderni di Sociologia»; a partire dal 1950 approfondì i suoi studi sulla realtà sociale della fabbrica a Chicago, nella stessa università in cui aveva insegnato Veblen mezzo secolo prima. Negli Stati Uniti maturò l’esigenza di collegare criticamente la tradizione della sociologia europea con le tecniche della ricerca sociale empirica americana in modo da impostare in termini nuovi la sociologia (che fascismo e nazismo avevano soppresso nelle università). Tornato in Italia nel 1953 fu il rappresentante del Movimento Comunità di Adriano Olivetti e deputato – come indipendente nel Gruppo Misto – nella legislatura 1958-1963.
Nel 1959 ottenne la sua prima cattedra all’Università La Sapienza di Roma e costituì un Istituto di Sociologia. Nel 1960 vinse il primo concorso a cattedra per sociologia bandito in Italia e decise di dedicarsi all’insegnamento e alla ricerca. Nel 1962 concorse alla costituzione dell’Istituto Superiore di Scienze Sociali di Trento. Negli anni successivi tenne corsi e seminari in California, a Varsavia, alla City University di New York, all’Università del Cairo e alla Hebrew University di Gerusalemme. Nel 1967 fondò «La Critica Sociologica». È autore di moltissimi saggi, tali da rendere vastissima la sua bibliografia.
Ci piace annotare che negli ultimi tempi – per un solido rapporto di amicizia e sintonia che risale ai primi anni Duemila, quando organizzai nella città in cui vivo una serie di conferenze su Adriano Olivetti e la responsabilità sociale delle aziende e lo invitai come figura di punta – Ferrarotti è diventato autore della piccola e spensierata etichetta editoriale che ho fondato, Babbomorto Editore, in cui già appaiono ben otto suoi brevi scritti.

Le domande che gli ponemmo in quel 2002 furono incentrate sulla sua scienza, che richiede studio e contemplazione ma, a differenza di altre, anche impegno sociale e politico. Le risposte che ottenemmo sono feconde di implicazioni: le ripubblichiamo col permesso dell’autore.

Gentile Ferrarotti, ‘sociologia’ è oggi un termine di uso comune, ma il sospetto è che sia usato secondo un’accezione che non rispecchia tutte le implicazioni che possiede. Che cosa dobbiamo intendere – e che cosa non dobbiamo intendere – per ‘sociologia’?

È vero: la sociologia è vittima del suo successo. Tutti ne parlano e nessuno sa cosa sia. Con il gusto toscano della frase ad effetto, un giornalista famoso la chiama ‘tuttologia’ e, senza saperlo, sfiora la verità. Direi che prevale la nozione povera, e fuorviante, di sociologia come descrittivismo ingenuo di certe situazioni umane, oppure, alternativamente si pensa alla sociologia come all’equivalente d’una vaga socialità, oscillante fra i sentimenti del buon cristiano – nozione francescana – e i ‘valori’ del socialismo. Del resto, almeno in parte, il successo della sociologia sembra dovuto a singolari confusioni concettuali, in questa caso convergenti, della dottrina sociale cattolica e del marxismo de-dialettizzato. Non mancano, poi, quelli che vedono nella sociologia un sottoprodotto del ‘giornalismo investigativo’. Direi invece che la sociologia è la ‘scienza della società’, attenendomi all’etimologia, e ben sapendo che restano in piedi i problemi dei due termini: scienza e società. Come concepire, oggi, la scienza se non come ciò che fanno gli scienziati? Concezione, dunque, operativa, umile. Non più dispensatrice di un sapere divino, ma semplice procedura pubblica, aperta al controllo metodologico da parte di chiunque. La scienza de-dogmatizzata, capace finalmente di auto-problematizzarsi, si ricongiunge con le scienze del vago o del pressappoco, in primo luogo con la sociologia, che si pone allora come scienza del presente e del vivente, ossia della società nel suo farsi. Per la sociologia, la società si presenta sotto due aspetti: come società empirica, storicamente determinata (la società francese, americana, tedesca; ecc.) e società come comunità di soci, ossia di cittadini pleno iure, e non solo come pólis ma, come intravide Zenone, come ‘città del mondo’, concetto-limite, ideale irraggiunto, ma importante come tensione che supera la mera datità.

Nella magistrale L’ultima lezione (uscita da Laterza nel 1999) lei afferma che il mondo non è fatto dagli individui ma dalla relazione tra loro, così come alla sociologia importano più le relazioni tra i fatti che i fatti in sé. Se allora la sociologia è una ‘scienza delle connessioni’, risuona in essa una sorta di pitagorismo. C’è un nucleo segreto di questa scienza?

Il presupposto dell’analisi sociologica non è l’individuo, ma il ruolo di cui è portatore, la funzione extra-soggettiva che incarna. Di qui, la negazione della psicologia in Comte e Durkheim. Ma di qui anche la caduta, dalla sociologia, nel sociologismo o nella mera socio-grafia. L’in-dividuo è divisibile. «Je est un autre». Identità e alterità sono concetti correlativi. I Greci divengono consapevoli di sé a contatto con i Barbari, con l’altro da sé. Il ruolo sociale non basta. L’individuo che si identifica totalmente con la funzione, terminata la funzione, è de-funto. L’elemento fondante dell’individuo è un valore irriducibile, irripetibile (per questo si piange alla morte di qualcuno: si è perso un prototipo), che acquista senso nel rapporto, nella interconnessione, con l’altro o anche, in certi casi, con la conversazione con sé stesso. Necessità di una dialettica relazionale post-hegeliana e post-razionalistica, oltre la datità ma non necessariamente verso una trascendenza dogmatizzata, per utopie a media portata, flessibili ossia correggibili in base ai ‘community judgments’ (l’elettronica qui è utile). La polemica sulla ‘società aperta’ in nome di un concetto di società come risultato di comportamenti individuali inintenzionali e con il mercato come supremo garante, invece che come foro di negoziazioni su un piano di orizzontalità garantita, è sbagliata. Hayek ignora la pianificazione nascosta che regge sotterraneamente il ‘libero mercato’, con effetti talvolta disastrosi (vedi i corsi azionari odierni). Popper confonde il ‘totalitarismo’, fenomeno tipico della società di massa, con la costruzione teoretica di Platone; non ha capito né la Repubblica né tanto meno le Leggi, in cui l’esito finale è lasciato, prudentemente, nelle mani del caso e fatto dipendere dal favore degli déi.
Sì. È molto probabile che una verità esoterica, non per questo nascosta, percorra e in qualche modo renda viva l’immaginazione sociologica. Noi non siamo nulla in senso assoluto. Siamo solo ciò che siamo stati. Meglio, ciò che ricordiamo di essere stati. Immersi nel presente immediato, i sociologi non si rendono conto dell’importanza del ricordo. Non ricordano di ricordare. Non sanno che cultura è sedimentazione di significati, anche nostalgico sguardo retrospettivo. Un buon sociologo ha da essere pitagorico, anche inconsapevolmente, nella misura in cui analizza e comprende la memoria storica di una società. Secondo il Giamblico della Vita pitagorica, i pitagorici «credevano che si dovesse ritenere e conservare nella memoria tutto quanto veniva appreso e spiegato. Un pitagorico non si levava mai dal letto senza prima aver ricordato quel che era avvenuto il giorno avanti. Egli cercava di richiamare al pensiero gli avvenimenti dell’intera giornata, sforzandosi di ricordarli nello stesso ordine in cui ciascuno di essi era accaduto». Hegel consigliava all’uomo moderno la lettura dei giornali come preghiera mattutina. Forse è meglio Pitagora. Il pitagorico porta infatti ad unità tutta la propria esperienza, si costituisce come soggetto, vive invece di essere vissuto.

Nella sua opera lei afferma che il ricercatore di sociologia diventa, a un punto avanzato del suo percorso, il ‘ricercato’: come se alla fine del percorso le parti del gioco si invertissero. Può delucidare questo pensiero?

Come gioco, la ricerca sociale è seria. Ma c’è ovviamente in essa anche un aspetto ludico, di ‘idle curiosity’. È seria perché il ricercatore non può chiamarsi fuori. È il famoso circolo ermeneutico. Chi studia la società studia se stesso perché è parte della società. Così è sempre stato. Ma i sociologi non lo sapevano. Credevano di poter sospendersi dalla società, sia pure solo per motivi euristici, in nome della necessaria distanza critica. Forse per questa ragione i sociologi tendono a essere a-sociali, se non anti-sociali. Invidiano gli entomologi. Negano l’interazione. Quantificano, senza rendersene conto, il qualitativo. Trattano la loro cultura come capitale privato e oggettualizzano il ricercato, lo tengono fermo per studiarlo meglio. Nelle scienze dette della natura l’equazione personale dello scienziato importa solo come dato influente sulla lettura dei dati. È necessario sapere se lo scienziato è presbite o miope. Nella sociologia questo non conta. Conta l’autocollocazione dell’analista rispetto all’oggetto della ricerca. Può essere giovane o vecchio, presbite o miope; quello che è necessario è la dichiarazione preliminare dei suoi principi di preferenza (se si vuole, l’ideologia).

Fa parte della sua ricerca indagare il senso della tecnologia, che lei definisce «una perfezione priva di scopo», un insieme di valori strumentali che rischiano di trasformarsi in valori finali. Ora, posto che il forte grado di interesse economico sollevato dalla tecnologia sia in netto contrasto con la cultura ‘disinteressata’, dobbiamo ritenere che tecnologia e cultura siano mondi incompatibili?

Non ho nulla contro la tecnologia in linea di principio. Non sono un neo-luddista. Riconosco che certe macchine sono utili. Da Leonardo da Vinci a Adriano Olivetti c’è stato in Italia un vero e proprio rapporto amoroso, un love affair, fra macchina e estetica che qualcuno ha riduttivamente inteso come industrial design. Ma bisogna intendersi sul concetto di cultura. Lascio cadere il concetto normativo del kalòs kaì agathòs oppure quello ciceroniano del vir probus dicendi peritus, che somiglia un po’ troppo ad un autoritratto. Né intendo rinverdire la tensione, tipica del romanticismo tedesco, fra Kultur e Zivilisation. Mi sembra più importante distinguere fra innovazione in senso tecnico-applicativo e auto-affinamento culturale. Il prevalere del momento tecnologico o della ‘disciplina della macchina’ mi sembra soprattutto in contrasto con l’involontarietà del pensiero. La tecnologia mi sembra in grado di esercitare solo un controllo sulla correttezza delle sue operazioni interne. I medici nazisti che avevano sperimentato su esseri umani, magari iniettando benzina o altre interessanti sostanze nelle loro vene per scoprirne gli effetti, si domandavano, genuinamente stupiti, al processo per crimini di guerra: «Ma dove mai abbiamo sbagliato?».

 

 

 

L'autore

Antonio Castronuovo
Antonio Castronuovo
Antonio Castronuovo (1954) è saggista, traduttore e bibliofilo. Ha fondato l’opificio di plaquette d’autore Babbomorto Editore. Il suo ultimo saggio è Formíggini: un editore piccino picciò (Stampa Alternativa 2018). Sua ultima traduzione: Maurice Sachs, Una valigia di carne (Via del Vento 2020). Ha curato da ultimo Nella repubblica del libro di Francesco Lumachi (Pendragon 2019) e il Dizionarietto rompitascabile degli editori italiani di Formíggini (Elliot 2020).