Antía Otero, O cuarto das abellas [La stanza delle api], Vigo, Xerais, 2016.

Dopo l’ultimo libro (Retro)visor pubblicato da Xerais nel 2010, Antía Otero ritorna con quest’opera alla scrittura poetica. È necessario ribadire ‘scrittura’ in quanto il genere lirico non lo ha mai abbandonato, sia come curatrice del progetto Apiario, sia come ricercatrice o partecipante a opere collettive. La distanza diventa maturità, anche nei cambi di stagione, sebbene si percepisca la stessa spinta vitale che trasforma le nostalgie in impulsi, in scintille elettrizzanti con cui accendere il futuro. Da questa prospettiva scaturisce il potenziale connotativo dell’universo delle api utile per riscoprire gli spazi e tornare alle origini, testimonianze vive degli avvenimenti che anticipano il presente. Così, all’inizio del libro si ritorna alla casa madre, al tempo dell’infanzia, un ambiente rurale che, come quello delle api domestiche, sta cambiando. L’effimero si misura in sensazioni, in suoni di animali che convivono con le voci del cd dei Velvet e i rumori degli elettrodomestici, si misura negli odori della vita che, come le cose brutte, ci ostiniamo a nascondere. Ma rimangono gli oggetti quotidiani, come ben mostra (non è l’unica) la poesia “Son os abázcaros” (“Sono i calabroni”, p. 46) per dare consistenza alla fragilità dei ricordi. Le pentole color granata, gli stivali di gomma, le ciotole, le prese, gli almanacchi, le stampe ricordano come la superficie delle cose familiari sia stato anche un territorio di tensione dove si è appreso a domare le paure. “As casas deixan cicatrices” (“Le case lasciano cicatrici”, p. 22) è, allo stesso tempo, il titolo di un testo e una sentenza, che riassume bene la prima tappa del viaggio che si propone nell’opera. Verso la metà del libro si passa dallo spazio all’esperienza, quella personale – interpretata in base alle occasioni, per esempio la morte e il disinganno, come sequenza di finali – e quella collettiva intesa come costruzione di gruppo, come coralità sonora delle operaie che resistono all’oggettivizzazione della loro identità (ancora gli oggetti), spesso stabilite dai racconti maschili della storia, dei miti, del mercato e dell’arte. Controllare l’ipotesto, infrangere i dettami che provano a nascondere la vita e la morte dietro ad eufemismi, saper vedere fra le frattaglie che si espongono nella vetrina di una macelleria – lessema quest’ultimo che entra in concorrenza in quanto a reiterazione con il campo semantico delle api – sono avvisaglie della poesia finale, un canto all’esistenza che ribadisce che stiamo solo ritardando la morte, in omaggio alla forza delle nonne, figure molto rivendicate dalle poetesse contemporanee. Uno sguardo senza autocensura che partendo da un linguaggio diretto e netto si dirige verso la realtà e la soggettività per creare una nuova realtà che non accetta limitazioni, nemmeno di genere, come dimostra la bella versione visiva di un testo del libro: https://vimeo.com/190879830.

 

Lingua originale: Galego
Sito casa editrice: www.xerais.es
Inma Otero Varela: oterovarela@gmail.com