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Barbara Sosnowska e Roman Sosnowski intervistano Jarosław Mikołajewski

Jarosław Mikołajewski (1960) è nato e vive a Varsavia. È poeta, saggista, giornalista e traduttore.

Nel 1974 dopo aver letto l’appena pubblicata traduzione di “Il mestiere di vivere”, ha deciso di studiare l’italiano per leggere Cesare Pavese. Ha studiato l’Italianistica negli anni 1978-1983 dopodiché fino al 1998 ha insegnato all’Università di Varsavia la lingua italiana, la poesia italiana del Novecento e Dante. Fino all’età di 29 anni non ha pubblicato libri perché aveva deciso di non farlo durante le leggi marziali del generale Jaruzelski. Disperato per non poter diffondere i suoi poeti italiani preferiti, ha fondato nel 1988 l’officina MAJ per pubblicare piccole raccolte di Sandro Penna e Giacomo Leopardi. Le copie le distribuiva gratuitamente per le strade di Varsavia. Ha debuttato nel 1991 con la raccolta “A świadkiem śnieg” [E testimone la neve] con cui ha vinto il premio Iłłakowiczówna per il miglior esordio dell’anno. Ha scritto e pubblicato numerosi libri di poesia, reportage, saggi, libri per bambini e traduzioni.

È particolarmente orgoglioso di aver tradotto “Pinocchio” e “Il quaderno di quattro anni” di Montale. È ugualmente felice di aver tradotto anche non poche poesie di due fra i colleghi del “Festival europeo della poesia ambientale”: Antonella Anedda e Valerio Magrelli.

Jarek, ti abbiamo conosciuto non come poeta, ma come giornalista e saggista. Mi ricordo anni fa i tuoi articoli e saggi su Gazeta Wyborcza, il più importante giornale polacco. Per gli italianisti è stata una specie di epifania. Articoli originali scritti da chi conosceva l’Italia di prima mano, che esprimevano anche il punto di vista italiano. Scrivere in Polonia di cose italiane finalmente non ripeteva gli stereotipi di stampa anglosassone. Come è iniziata la tua avventura con Gazeta Wyborcza?

Fare il poeta è il più antico dei miei impegni, iniziato con i primi giochi di magia infantile. Solo che quando avevo 21 anni, il generale Jaruzelski ha imposto le leggi marziali, così non proponevo alcuna pubblicazione dei miei versi e poi li ho buttati tutti nel fiume Vistola… Il mio percorso apoetico è legato alla mia vita. Nel 1983 ho cominciato a insegnare all’Italianistica di Varsavia. Mi piaceva insegnare, specie quando potevo parlare della poesia italiana del Novecento o di Dante. O quando potevo fare i corsi della traduzione poetica con gli studenti. Ho poi pubblicato alcune loro traduzioni nell’antologia “Radość rozbitków” [Gioia dei naufraghi] di Świat Literacki, nel 1997. Molto presto ho scoperto però che la ricerca non faceva per me. Mi sentivo come in una gabbia nella prospettiva di dover scrivere un dottorato di ricerca, che del resto non ho mai presentato. E non l’hanno fatto altri amici poeti che insegnavano nell’ambito della filologia inglese o spagnola. Poi mi sono sposato, ho avuto tre figlie, e non avevo la capacità di guadagnare soldi. Quindi mi sono presentato ad un concorso per il ruolo di copywriter di Gazeta Wyborcza. Sono stato assunto, ho vinto il concorso per il migliore slogan pubblicitario dell’anno e poi, riconosciuto come poeta e traduttore nel corridoio della redazione, sono stato trasferito nella redazione di Gazeta Świąteczna – edizione di sabato. Ho scritto degli articoli che, a mia sorpresa, hanno avuto discreto successo perché nel giornale non sapevano che un giornalista (ed io non lo ero) potesse sapere tanto delle cose di cui scrive. Tutto qui.

Per ognuno di noi l’infanzia è un periodo particolare. Per il poeta forse doppiamente; cerca nell’infanzia non solo sé stesso ma anche le parole. Abbiamo letto un tuo ricordo in cui descrivevi il padre e parlavi anche di “flaflugi” [venti, correnti d’aria] e “smytłanie” [battere la fiacca], parole della tua infanzia inesistenti in polacco standard. Quel ricordo, però, ci ha lasciati con molte domande sulla tua infanzia. L’hai passata soprattutto a Varsavia? Qual era il ruolo di Płońsk e di altri luoghi al di fuori di Varsavia?

Sì, sono nato e ho vissuto a Varsavia in Aleje Ujazdowskie. La mamma aveva origini fra Cracovia (Podgórze) e Varsavia, il papà era originario di Płońsk [NdR: Płońsk è una piccola città di circa 20 mila abitanti, a 70 km a nord di Varsavia]. E noi – io e mio fratello – abbiamo passato lì a metà quasi tutte le estati… Płońsk è stato e rimane per me importantissimo come varie località vicine: Sochocin (dove il papà è venuto al mondo), Baboszewo, Sielkuki, Sarbiewo… Era importante perché significava famiglia: quella ampia, di zii, nonni, cugini, numerosissimi. Scherzavamo fra di noi: “le nozze non saranno dispendiose, inviteremo solo la famiglia” il che significava che avremmo avuto duecento ospiti. Płońsk e il mondo del papà mi ha fornito dimore delle metafore, come la fucina di mio nonno, fabbro. Ho poi ritrovato simili luoghi nella raccolta dialettale di Andrea Zanzotto “Mistieròi-Mistierùs”. Ma Płońsk mi ha regalato anche paesaggi di inspiegabile desolazione, come se fossero abitazioni di spettri senza casa. Ora, immagino che fosse e rimane legato all’assenza di ebrei, una volta numerosissimi nella città di Ben Gurion, adesso priva di un solo sepolcro ebraico.

Il tuo percorso poetico è ricco di riconoscimenti e di premi letterari per la poesia. Ricordiamo tra i tanti: Kazimiera Iłłakiewiczówna per il debutto poetico,  Barbara Sadowska, Nowa Okolica Poetów, e in Italia il Premio Internazionale Franco Cuomo (2015, Sezione letteratura). Tra i premi che hai conseguito ce n’è però uno che ci incuriosisce perché diverso dagli altri: Premio per lo slogan pubblicitario del 1999! Il tuo lavoro di copywriter negli anni Novanta è stato solo un episodio isolato, una professione estemporanea oppure si collega con la tua poesia in qualche modo?

Come copywriter di Gazeta Wyborcza lavoravo con un bravo grafico, Mariusz, che ricordo con riconoscenza. Dovevamo fare pubblicità, da far stampare sul giornale, dell’inserto di informazione culturale intitolato “Co jest grane”. Ho pensato di fare una cosa raffinata, leggermente “inglese”. Così ho trovato una fotografia di Humphrey Bogart con la sigaretta e ho messo il sottotitolo: “Gazeta Wyborcza è sempre stata contro il fumo, senza rinunciare a sostenere il buon cinema”. La prima parte, scritta con caratteri grandi, produceva un effetto fuorviante e assurdo nel contesto di un inserto culturale. La seconda, scritta con tagli di lettere minutissimi, dava effetto di impatto inaspettato. Il premio si chiamava Nagroda Bralczyka e veniva assegnata dal grande linguista, Jerzy Bralczyk, con cui da quel momento (prima non ci conoscevamo) siamo amici.

Jarek, leggi i testi critici che parlano della tua poesia? Sei curioso come vengono interpretate le tue poesie? Secondo te, la critica può influenzare di ritorno l’opera poetica?

Non riesco a convivere con la fama e neanche con l’infamia dei miei versi. Non leggo nulla di quanto viene scritto su di me. Anzi, non ho in casa nessun mio libro, nessun articolo a me dedicato. Forse è quella noia che mi ha sempre infuso ogni testo che sfiori la “ricerca”. Adoro leggere saggi sugli altri. Da modello sono per me gli scritti di Zbigniew Bieńkowski [NdR: Zbigniew Bieńkowski (1913-1994) è stato un poeta, critico letterario e saggista polacco] sulla poesia francese.

Parlando della tua opera letteraria non si possono tralasciare le traduzioni. In un articolo che parla di te trovo una frase seguente: “Le sue traduzioni dall’italiano (tra gli altri Dante, Petrarca, Michelangelo, Montale, Ungaretti, Levi, Pasolini) hanno il valore di un’opera poetica autonoma; vanno considerati come facenti parte della produzione lirica del traduttore”. Una domanda provocatoria: c’è qualche poeta/poetessa o un tipo di poeta che rifiuteresti di tradurre?

Rifiuto di tradurre i poeti che non traduco. Il che non significa che ogni omissione è rifiuto. Vi rivelo un segreto profondo e sincero: non riesco a tradurre senza commozione. Senza lacrime fino a farmi sgocciolare l’acqua dal naso. Perché non sono capace di vivere senza questo stato. Che disgrazia, però. Quando la commozione non c’è, la chiamo e la provoco.

Sappiamo (e aspettiamo impazienti) che tra breve dovrebbe uscire la tua traduzione della Divina Commedia. Ci stai lavorando da molto tempo ed è chiaramente una mole di lavoro immensa. Probabilmente è necessario concentrarsi più su alcuni aspetti di Dante e non su altri. Su che cosa si concentra un poeta, un italianista che traduce Dante nel XXI secolo? Quali sono le motivazioni? A quale aspetto della Divina Commedia tieni di più (considerando che forse non tutti possono essere ugualmente trasferiti in polacco)? Le emozioni? I contenuti filosofici? Il ritmo?

Nel caso della Commedia ho fatto una lunga strada. Il primo canto l’ho pubblicato nel 1990, su Tygodnik Literacki [Settimanale Letterario] di Artur Międzyrzecki, con rime e dodecasillabo – secondo me è il metro polacco più consono all’endecasillabo italiano. Mi sono accorto però che, per seguire “fedeltà” formale, tradivo il senso e l’immagine. Sono passato all’assonanza – così ho tradotto la preghiera di San Bernardo. Infine, ho fatto la traduzione  parola per parola. Nell’ambito di ogni verso traduco tutto, anche ogni pronome, permettendomi al massimo qualche inversione, ma sempre dentro lo stesso verso. Mi è chiaro l’obiettivo. Abbiamo delle bellissime traduzioni in polacco che non rendono abbastanza una sola cosa: il mondo che ha visto e ha vissuto Dante. La mia versione sarà brutta ma – propongo di cancellare per sempre la categoria della fedeltà – leale. Vuol dire che farò del mio meglio per dire che cosa ha visto e ha sentito Dante. Quando ho mandato i primi tre canti a Ryszard Kapusciński, è rimasto incantato dall’episodio e soprattutto dall’immagine di Caronte. “Solo ora capisco – esclamò – che la Divina Commedia è un reportage dall’aldilà”. E forse gli è servito perché un mese dopo è morto.

L’Italia è per te un luogo di particolare importanza, è chiaro. Quando sei stato in Italia per la prima volta e dove? Quale ricordo legato alle tue prime avventure italiane potresti condividere con noi?

Grazie alla lettura precoce di Cesare Pavese, del suo “Mestiere di vivere” che mi ha colpito mortalmente e vitalmente, mi sono iscritto al liceo Batory [NdR: si tratta di un Liceo di grande prestigio a Varsavia], alla prima classe, pare in tutta la storia polacca, con la lingua italiana. Mentre ero alla quarta, ultima classe del liceo, l’Istituto Italiano di Cultura ha organizzato fra tutti gli alunni un concorso nel quale il premio era un corso di lingua e cultura italiana a Siena. Abbiamo vinto in tre e ci siamo andati. Avevo 18 anni e, una volta entrato in Piazza del Campo, sono svenuto. Poi, per tutto il mese, avendo dovuto pagare il corso e la casa dello studente con la somma ricevuta come borsa di studio, ho mangiato solo una salsiccia “krakowska” [NdR: è un tipo di salume affumicato e stagionato molto popolare in Polonia], secca, divisa in 30 fette. Una fettina al giorno. Ricordo soprattutto la luce, i profumi, ed un clima di indefinita allegria, varietà e libera maturità del mondo, ed io lo guardavo avidamente. Ricordo di essere andato ogni giorno sotto l’albergo “Tre Donzelle” in cui si era fermato Zbigniew Herbert – l’indirizzo si trova nel suo saggio “Siena”, presente nella famosa raccolta “Barbarzyńca w ogrodzie” [Il barbaro nel giardino].

Negli anni successivi sono tornato a Siena più volte. Sull’albergo di Herbert, da direttore dell’Istituto Polacco di Roma, ho lasciato una lapide commemorativa. Ho scritto un paio di saggi, una filastrocca per ragazzi, con la rima “Siena-iena”, e vi ho ambientato una storia gialla per ragazze “Zwycięski koń” [Cavallo vincente]… Ritorno a Siena ogni anno e, come Herbert, mi sento felice. “Anche nel dolore”, avrebbe aggiunto Sandro Penna, perugino.

Hai scritto Rzymska komedia (Commedia romana), un diario-guida di Roma, scritto quando abitavi in Italia ed eri direttore dell’Istituto Polacco. L’opera è una lettura di Roma attraverso l’esperienza dantesca, ma anche una descrizione di micro-mondi, spesso sconosciuti perfino ai romani. Forse tale prospettiva potrebbe essere interessante per il pubblico italiano, non sei tentato di pubblicare Rzymska komedia anche in italiano?

Purtroppo, non ho mai provato ad interessare qualcuno delle traduzioni dei miei libri. Da diversi anni, per esempio, un caro amico che è anche un ottimo editore italiano mi chiede di preparare una nuova scelta delle mie poesie, ed io non riesco a mettermi a lavorare. Mi piacerebbe che i miei libri fossero pubblicati in altre lingue, ma non me la sento di lavorarci sopra. È come se dovessi fare più volte la stessa cosa. La visione più cupa sarebbe autotradurmi – sarebbe una noia tremenda. Credo però che ci sono in ogni generazione ed epoca lettori interessati a come l’Altro vede e vive il loro paese. Io la mia fatica, però, l’ho già conclusa. Ora tocca agli italiani sapere come ho vissuto Roma.

La tua produzione comprende poesia, saggistica, reportage, romanzi e poesie per bambini, gialli, traduzioni e altri ancora. Noi non esiteremmo a definirti soprattutto POETA. Anche tu ti definiresti così? L’elemento poetico è presente in ciascuna delle formule letterarie con cui ti sei misurato?

Sì, sono poeta perché la mia lingua è sempre orfana e senzatetto. Quando scrivo un testo, oscillo sempre fra i generi. Mi avvicino alla forma del reportage, alla forma del racconto oppure a quella del saggio, ma ogni volta cerco di rompere tutti gli algoritmi e inventarmi una lingua nuova. Nelle traduzioni è particolarmente complicato perché è importante per me essere leale nei confronti dell’autore. E mi metto sempre dalla sua parte, però mi piace prenderlo sottomano, portare a bere vino e dirgli: scusami se “tambasiare” traduco come “Smytłać się”, so che Vigata o Porto Empedocle non è Płońsk, ma il calore umano delle due forme mi sembra fraterno. Mi piace iniziare a tradurre una poesia e non finirla. Andare poi con la metropolitana e ascoltare come parla la gente, con la speranza che qualche passeggero dica una parola giusta, adeguata al mio lavoro.

Che cosa significa per te, in veste di poeta, l’ambiente?

Sicuramente non è un argomento. Ma nulla lo è. Quindi non lo distinguo in veste di poeta. Ci vivo da una delle infinite “fibre dell’universo”, e l’ambiente vive in me. Siamo amanti inscindibili. Io sono dentro l’ambiente, l’ambiente penetra me. Non riesco mai pensare ad un tema. Cose importanti diventano temi spontaneamente, alle loro condizioni.

Ritieni che la poesia ambientale possa avere un ruolo sociale? 

Alla pari con gli slogan ambientali. A meno che ogni poesia che tratti di un fiore o astro non venga considerata ambientale. La cosa importante è che il lettore non percepisca l’ambiente come un argomento artificiale, imposto, forzato. Quando leggo Saba, quel suo “M’incantò la rima fiore amore…”, mi sento limpidamente turbato. Innamorato del fiore e fiorito in ogni forma di amore.

Per finire, permettici una domanda apparentemente al di fuori del mondo letterario, anche se nel caso di un poeta e scrittore può essere difficile separare quello che è e che non è legato al processo di scrivere. Siamo curiosi quali sono i tuoi interessi non legati alla scrittura, insomma cosa fai quando non hai voglia di leggere né di scrivere?

Sai che poco fa mi sono sentito vecchio? Semplicemente – vecchio. Estremamente irrisorie mi sembrano cose che anche prima mi sembravano futili o ridicole, ma ora queste emozioni sono radicali. Per esempio – non ho mai avuto soldi sufficienti per avere la tranquillità. Non ci tenevo ad essere abbiente, solo a vivere nella non preoccupazione economica, soprattutto per la mia famiglia. Chi parlava della ricchezza, della nuova auto o della casa appariscente, mi meravigliava. Non ho mai neanche creduto all’esistenza di tali persone. Qualche giorno fa, per svago, abbiamo guardato in casa una puntata di “Wataha” [NdR: è una serie televisiva polacca, ambientata nel mondo dei contrabbandieri e della malavita. Trasmessa anche all’estero con il titolo “The Border”]. In un certo momento, dopo tanto sangue, qualche omicidio e numerose truffe, il delinquente si è messo a contare i soldi, le banconote. Ed io ho riso. Non credo di saper essere maligno, non derido mai nessuno. Mi ha fatto scoppiare dalle risate, semplicemente, con tutta la spontaneità, la situazione in cui non solo ci si fa del male per le banconote. Che si faccia una qualche cosa per banconote – è questo che mi stupisce adesso molto di più che qualche anno fa. È come se ci si preoccupasse sulla spiaggia solare per un pugno di sabbia.

La cosa che mi interessa di più è fare i panini, preparare la merenda per i miei familiari, prima che vadano a studiare o lavorare. E ascoltare musica. In primo luogo, Bach. Senza escludere gli altri, però. E non solo la musica classica. Anche Okudzawa, Dawid Bowie, Fabrizio De André, Nina Simone, Vinicius De Moraes… E contemplare frasi. Ho letto poco fa la frase di Goethe su Bach. Dice Goethe che ascoltando Bach non abbiamo più orecchie. Infatti, perdiamo il corpo sensitivo perché noi stessi siamo la musica, senza l’intermediazione di un organo. Più o meno la stessa cosa l’ho letta in una relazione anonima dal concerto di Chopin.

L’intervista è stata realizzata in collaborazione con Sapereambiente

 

 

L'autore

Barbara Sosnowska
Barbara Sosnowska
Barbara Sosnowska si è laureata in lingua e letteratura italiana presso l’Università Jagellonica di Cracovia. È interprete e traduttrice della lingua italiana nonché autrice di dizionari e manuali per lo studio dell’italiano. Nel 2019 ha tradotto in polacco le Stanze di Pietro Bembo.

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