Negli anni della «Grande Inter», di Angelo Moratti e di Helenio Herrera, detto il «mago», a metà degli anni Sessanta del secolo scorso, cominciavo a sgambettare, non sui campi di calcio di parrocchia, dove, a dire il vero, non ho mai primeggiato, ma, ancora infante, tra la cucina e la camera da pranzo di casa di nonna, dove trascorrevo la primavera e la lunga estate, con mio cugino che, ricordo, di cinque anni più grande di me, ripeteva a memoria la formazione di quella «Grande Inter» (Sarti; Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair; Mazzola, Milani, Domenghini, Suárez, Corso), come una litania laica, senza pause, e senza esitazioni, e che impazziva, dico, letteralmente impazziva, per Sandro Mazzola, fino al punto da disegnarsi, con una biro blu, i baffetti del Sandrino nazionale, sotto il naso, per poi simulare, intorno al tavolo da pranzo, le giocate del suo (e, quindi, anche, del mio) idolo, facendo rotolare sedie e stoviglie. La «Grande Inter» di quegli anni non solo vinceva tutto, ma proprio tutto, in Italia, in Europa e nel mondo, ma incantava, stregava, e il già leggendario Sandro Mazzola, leggendario per diritto di nascita (con quel cognome lì, con il ricordo del papà, Valentino Mazzola, stampato nella testa di tutti i tifosi d’Italia, senza alcuna distinzione di colore sportivo, tragicamente morto a Superga, con tutti gli altri compagni di squadra del «Grande Torino», il 4 maggio del 1949), e leggendario per meriti acquisiti sul campo di gioco, in forza delle sue inarrestabili serpentine, delle sue giocate da fuoriclasse. Punta di diamante della squadra. Quella era un’altra Italia, alla quale, forse, dovremmo guardare con maggiore attenzione, ma non (soltanto) con nostalgia, non con mielosa (e inconcludente) «saudade», no, ma con una ferma volontà (politica, sociale e culturale) di tornare, un po’ tutti, tanto a livello privato, quanto a livello pubblico, più semplici, meno furbi, meno cattivi, più autentici. Dovremmo, per davvero, far nostro il monito ciceroniano («O tempora, o mores»), per esprimere non certo rassegnazione, ma sdegno e critica, nei confronti di un presente, il nostro (e non solo quello calcistico), così volgare, abbrutito, corrotto, cafone. Quelli erano gli anni della televisione in bianco e nero, e delle telecronache sportive scandite dalla voce di Niccolò Carosio, di un’Italia più povera, sì, ma più vera e autentica, dove, finanche il calcio, con tutti i suoi riti e i suoi idoli, con tutte le sue luci e i suoi lustrini, era, però, animato da passione autentica (e non da interesse, e da sete di guadagno). Sempre quel mio cugino, ricordo, come se fosse oggi (e non, invece, più di sessant’anni fa), possedeva una radiolina nera (arrivatagli dagli zii d’America, in una delle tante “rimesse” dei parenti americani), trascorreva i pomeriggi domenicali con l’orecchio incollato a quel minuscolo altoparlante, per seguire le radiocronache, e per sussultare, grazie alla voce gracchiante che da lì proveniva, per le prodezze di Mazzola, quasi sempre incorniciata dall’immancabile ritornello: «Mazzola, Mazzola, Mazzola… rete!».
Qualche anno dopo arrivò Pier Paolo Pasolini, lo scrittore e polemista che, quasi unico tra gli intellettuali di quegli anni, non solo giocava a calcio, tifava Bologna, ma, incredibilmente, scriveva di calcio, rilasciava interviste, interveniva nelle trasmissioni televisive (ancora in bianco e nero), per ragionare di calcio, e per sollecitare tutti a stare attenti, a vigilare per contrastare quella deriva milionaria, che lui già vedeva, che, in nome del Dio denaro, stava già trasformando il calcio in qualcosa d’altro. Pasolini già vedeva quella pericolosa china che il calcio (e non solo il calcio) stava prendendo. In un articolo del 1963, apparso sul quotidiano «Il Giorno», intitolato «»Reportage su Dio», Pasolini attaccava, senza mezzi termini, le contraddizioni del così detto «miracolo economico italiano», che, tra le altre nefandezze, stava trasformando il calcio da sport genuino, in puro business. Denaro e industrializzazione, a giudizio di Pasolini, stavano distruggendo l’essenza primordiale (popolare) del calcio. Da rito “sacro” comunitario, in “prodotto di consumo”. L’ingresso del denaro, in quantità non più gestibili, nel giudizio pasoliniano, era uno dei tanti esempi di quel «genocidio culturale» in atto nel nostro Paese, e che lui denunciava, attraverso articoli, interviste, prese di posizione. In una celebre intervista, del 3 gennaio del 1971, Pasolini citò proprio Sandro Mazzola, in un lungo articolo intitolato “Il calcio «è» un linguaggio con i suoi poeti e prosatori” (uscito sul quotidiano «Il Giorno»). In questo pezzo, Pasolini analizzava il gioco del calcio come un vero e proprio «sistema di segni», paragonando, per la prima volta in Italia, le giocate dei calciatori ai diversi stili letterari. Di Sandro Mazzola, così scriveva:
Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul «Corriere della Sera»: ma è più poeta di Rivera; ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti.
Con l’espressione metaforica «Mazzola è un elzevirista», Pasolini intendeva dire che le giocate di Sandro Mazzola son degne di quegli articoli che, in un giornale come il «Corriere della sera», aprono la pagina culturale (in effetti, «elzeviro» veniva detto l’articolo di apertura, quindi il più prestigioso tra gli articoli di pagina, che apriva la terza pagina di un quotidiano, la così detta pagina culturale). Dunque, secondo Pasolini, Mazzola degno elzevirista del «Corriere della sera». Per aggiungere, però, subito dopo, ch’egli fosse «più poeta di Rivera», tirando in ballo, in questo secondo complimento nei confronti di Sandro Mazzola, il suo (eterno) gemello rivale milanista, Gianni Rivera (leader indiscusso del Milan di quegli anni, e della nazionale italiana, nella quale, proprio con Mazzola, spesso, faceva da staffetta, alternandosi in campo). Pasolini riconosceva a Mazzola anche una capacità poetica di altissimo profilo; riconosceva cioè alle sue giocate, già eccellenti come modello di «prosa», una dimensione «poetica» fuori dal comune: «ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti». In questo modo, Pasolini intendeva dire che Sandro Mazzola, da elzevirista si faceva poeta, e che, quindi, sotto porta, oltre alle giocate che tutti ricordiamo, nelle quali partiva, talvolta, da centro campo, per “scartare” tutti, in una corsa che aveva dell’incredibile, fino ad entrare letteralmente in rete, dopo aver incantato finanche il portiere avversario, sapeva farsi poeta, con un semplice tocco, con un tiro spiazzante (e vincente), come soltanto i poeti, che cesellano la singola parola, sanno fare. Calcio freddo e calcio caldo; calcio prosastico e calcio poetica. Sono le metafore inventate da Pasolini, per parlare e scrivere di calcio, in anni in cui il giornalismo sportivo veniva considerato (da parte di intellettuali snob come Umberto Eco) esempio di paraletteratura, scrittura di infima serie. Pasolini, invece, come pochi altri intellettuali, scrittori e poeti del suo tempo (Umberto Saba, Giovanni Arpino, Dino Buzzati, Alfonso Gatto, Giovanni Testori, Carmelo Bene, solo per fare qualche nome), con il suo esempio e con i suoi scritti, nobilitava lo sport del gioco calcio, e la nascente letteratura sportiva. Nella sua visione, il calcio dunque era (è) un vero e proprio linguaggio non verbale, con una sua grammatica, una sintassi, e un lessico. Pasolini giunse a dire che il goleador di un campionato di calcio fosse da considerare come il poeta o lo scrittore aggiudicatario, per quell’anno, del Premio Nobel per la letteratura. Sempre a suo giudizio, il più grande poeta del calcio italiano di quegli anni era Gigi Riva (1944-2024), detto «rombo di tuono» (definizione di Gianni Brera, il maestro del giornalismo e della letteratura sportiva italiana, e che fu maltrattato proprio da Umberto Eco, ch’ebbe a definirlo sprezzantemente come «il Gadda dei poveri»), il numero 11 del Cagliari e della nazionale di calcio italiana. Sandro Mazzola, quindi, pur eccellente prosatore, elzevirista, era però anche capace di inventare una poesia folgorante: un distico («due versi folgoranti»). Pasolini inventò il vocabolo «podema», per indicare il passaggio del pallone, eseguito, appunto, con i piedi, da un calciatore all’altro, al fine di costruire l’azione di gioco, esattamente come, in analogia, fonemi e grafemi, tra due o più parlanti (o scriventi) servono per costruire la frase, e il periodo di un discorso, sia esso scritto o parlato.
L'autore

- Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.
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