Antonio Marzo descrive il fenomeno degli adattamenti dialettali della Divina Commedia dall’Ottocento a oggi, facendo un bilancio complessivo sulla provenienza geografica delle traduzioni e sulla scelta delle cantiche e dei canti da trasporre in dialetto e soffermandosi, infine, sul V canto dell’Inferno.
Categoria: scrivere nelle varie lingue d’Italia
Silvia Argurio intervista Paolo Cristiano
Le mie tappe sono state inizialmente al mio paese, dove ho lavorato, poi sono venuto a Roma, e prima ancora a Milano dove avevo trovato lavoro in un giornale (ma all'epoca i miei non hanno voluto che seguissi quella strada). Ho fatto diverse mostre in Italia e in Europa.
Eugenio Barzagli intervista Vincenzo Mastropirro
Scrivere è un’esigenza contingente all’emozione, non esiste una motivazione di soglia, ovvero un momento oltre il quale si decide di scrivere o non scrivere. Posso dire che quando lo si fa è solo perché è giunto il momento, una serie di convinzioni più o meno forti che portano il pensiero a diventare concreto, quindi ad essere pronto, insomma per essere “cotto e mangiato”.
Elena Diosono intervista Enio Cricco
Auspico che i dialetti sopravvivano e si incrementi la tendenza a farli riscoprire. I giovani hanno bisogno di conoscere altre strade e altre possibilità che al nostro tempo si rifiutavano a priori. Ricordo che nell’immediato dopoguerra parlare di dialetto era riconoscere un sentimento, un essere inferiore, fuori dalla realtà, una denuncia di incultura; era sinonimo di volgarità, di povertà di spirito. Se si potesse invece recuperare il valore dei dialetti, riscoprirli e studiarli più a fondo magari aumentandone la conoscenza.
Erinda Islami intervista Giampiero Mirabassi
Siamo testimoni di un mondo e di un linguaggio che è moribondo, se non già morto. Resurrezioni non sono possibili, se non come operazione meramente culturale, confinata agli addetti ai lavori. Come i concorsi di poesia latina. Non ha parole il dialetto per un'epoca fatta di benessere finto e di tragedie vere. Fatta di immagini virtuali e di slogans. E questo vale anche per poesia in lingua, dove certo non mancano le parole, che anzi..., mancano le cose.
