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L’impegno civico, una chiave del cambiamento. Marco Fratoddi intervista Gregorio Arena

«Perché lo fanno? Innanzitutto per il piacere di stare insieme, di uscire da casa e ritrovarsi fra persone che non si conoscono, di sentirsi parte della comunità. Sta innanzitutto qui il valore aggiunto dei processi di cura del bene comune: costruire socialità e relazioni positive fra chi partecipa». Spiega così Gregorio Arena, ordinario di Diritto amministrativo nell’Università di Trento, fondatore e presidente di Labsus (Laboratorio per la sussidiarietà), le ragioni che guidano tante e tanti cittadini di tutte le età a spendere il proprio tempo per mantenere lo spazio pubblico, valorizzare il patrimonio ambientale e culturale, organizzare eventi, piccoli o grandi che siano, in grado di aiutare la collettività a ritrovare la propria storia e appartenenza. Abbiamo cercato di capire insieme a lui le potenzialità di un fenomeno che secondo il volume “Volontari e attività volontarie in Italia. Antecedenti, impatti, esplorazioni”, uscito nel 2016 a cura di Riccardo Guidi, Ksenija Fonovi e Tania Cappadozzi (Il Mulino), coinvolge oltre 6 milioni e 600mila persone sia insieme ad organizzazioni sociali, sia per proprio conto.

Pensa che quest’area della società italiana, più ampia di quanto non s’immagini, rappresenti soltanto una risposta alle carenze dello Stato verso i bisogni delle comunità oppure una chiave diversa e innovativa per immaginare la convivenza, in qualche modo un’ipotesi per il futuro della politica?
Questa maniera di essere cittadini, possiamo dirlo dopo 13 anni di attività del nostro laboratorio, va certamente oltre la necessità di rispondere alle emergenze o ai bisogni puntuali che pure emergono nei territori. L’impegno civico cui stiamo assistendo configura un modello innovativo che si affianca in molti casi a quello tradizionale. Lo vediamo anche in città ben amministrate, dove per esempio le persone si prendono cura degli spazi verdi integrando il servizio fornito dall’amministrazione: ci si mobilita per incontrare il prossimo intorno a un obiettivo d’interesse generale. Tutto questo produce effetti non immediatamente visibili ma importantissimi in termini di capitale sociale, identità, coesione. Se passi un pomeriggio insieme con gli altri abitanti del quartiere a sistemare un’aiuola oppure a ridipingere le pareti della classe di tuo figlio, quando incontri di nuovo le persone con cui hai lavorato ti saluti, scambi una battuta, magari organizzi una cena. Questo vale moltissimo anche sul piano dell’integrazione: la cura dei beni comuni fa superare molte barriere, libera energie e competenze che nessuna pubblica amministrazione possiede e che tornano utili in mille altre circostanze.

Ma è proprio un caso che questo movimento si sia consolidato proprio durante la crisi economica che ha imperversato durante gli ultimi anni? Forse perché le popolazioni hanno avvertito il minore investimento pubblico nella cura del patrimonio collettivo e sono corse ai ripari?
Non è un caso che questo fenomeno si sia manifestato durante la crisi, ma per ragioni diverse da quelle immediatamente apparenti, nel senso che la disponibilità a impegnarsi non deriva tanto – o soltanto – dalla mancanza di risorse pubbliche ma dal bisogno di stare insieme al cospetto degli effetti della crisi, di affrontare collettivamente avvenimenti come le migrazioni, il terrorismo, i cambiamenti climatici e anche la crisi finanziaria. È come se gli italiani dopo vent’anni d’individualismo proprietario avessero riscoperto la solidarietà fra uguali che avevamo visto alla fine dell’800 con le società di mutuo soccorso, quando gli artigiani e gli operai si riunivano per sostenere la durezza del confronto con la rivoluzione industriale e rivendicare i propri diritti. Abbiamo capito che se non siamo uniti fra noi cittadini saremo spazzati via. E sta nascendo una “società della cura”, fondata sulla fiducia reciproca e sulla collaborazione nella cura degli spazi pubblici e dei soggetti più deboli.

Vuole raccontarci qualche esempio concreto per comprendere l’originalità e anche l’imprevedibilità degli esiti di queste esperienze?
Ce ne sono molti… Nel sito di Labsus abbiamo pubblicato oltre un migliaio di “patti di collaborazione” per la cura dei beni comuni e non è facile scegliere. Ma, tanto per fare un esempio, a Siena nel 2014 è nata un’associazione, “Le Mura”, che si prende cura della cinta muraria di Siena, sulla quale crescono molte specie vegetali. Ne fanno parte botanici che mettono a disposizione le proprie preziose competenze professionali e così, oltre ad aver garantito la manutenzione, hanno individuato un luppolo antichissimo e selvatico con il quale hanno deciso di produrre una birra artigianale! Sarebbe mai accaduto se non si fossero incontrate delle persone in maniera spontanea per compiere un’azione collettiva? Nei patti di collaborazione fra cittadini e amministrazioni si creano delle combinazioni di soggetti e di risorse che possono cambiare di volta in volta, perciò anche se da Catania a Verona i beni comuni sono gli stessi, i fattori che interagiscono fra loro possono cambiare: a Latina, per raccontare un’altra storia, è stato stipulato un patto di collaborazione per recuperare un’area verde abbandonata al quale partecipa anche un’associazione di rugbisti che sul posto ha il proprio campo di gioco, gli abitanti del quartiere e il comune, poi magari c’è un negozio di ferramenta che mette a disposizione i materiali per sistemare gli impianti… Noi diciamo che l’innovazione deriva dalla combinazione inedita di fattori noti. I patti di collaborazione sono il “luogo” virtuale, ma anche molto concreto, dove si incontrano l’amministrazione comunale, cittadini singoli oppure associati nei modi più vari, mettendo in comune risorse e competenze che sono già presenti in ciascuna comunità. Ma è la loro combinazione in modi imprevedibili che crea innovazione sociale e istituzionale.

Il principio di sussidiarietà però rimane un concetto ancora poco noto, lo sancisce anche l’articolo 118 della Costituzione ma è lontano dall’essere percepito come un elemento strutturante della società italiana, in qualche modo come una nuova forma di libertà, responsabile e solidale. Perché secondo lei?
È vero, si tratta ancora di una parola per specialisti. Però centinaia di migliaia di cittadini stanno senza saperlo applicando il principio di sussidiarietà di cui all’articolo 118, ultimo comma della Costituzione, ignorando che c’è una disposizione costituzionale che li legittima e, soprattutto, che ormai da quattro anni esiste un regolamento comunale tipo, redatto da Labsus e dal Comune di Bologna, che ad oggi è stato adottato da 152 città italiane. Questo Regolamento, se fosse adottato anche dal loro Comune, consentirebbe a questi cittadini attivi “inconsapevoli” di continuare a fare quello che già fanno all’interno di un quadro di responsabilità e di regole chiare, con assicurazioni, permessi, eccetera.

Ma regolamentare, anche se a fin di bene, non rischia d’irrigidire questi processi, di depotenziare quello che ci sembra una degli ingredienti più importanti, vale a dire la spontaneità?
I cittadini attivi sono una minoranza che gestisce beni di tutti. Le regole servono a tutelare sia loro, sia gli altri cittadini, per garantire a tutti che il lavoro di manutenzione sia realizzato a dovere, sia in termini di risultati, sia di trasparenza. Il Regolamento è come un pannello fotovoltaico che trasforma le energie nascoste dei cittadini in cambiamento attraverso la cura dei beni comuni. Ma affinché tali “risorse civiche” risultino veramente utili e diano i migliori risultati possibili nell’interesse generale non ci si può affidare solo alla spontaneità, ci vuole una programmazione ed una regolazione degli interventi basata sui patti di collaborazione. Anche perché gli interventi di cura dei beni comuni realizzati dai cittadini attivi sono integrativi, non sostitutivi, di quelli realizzati dal Comune.

A proposito di pannelli fotovoltaici… Che cosa insegnano secondo lei le pratiche collaborative in campo ambientale, dalla raccolta differenziata alle cooperative di comunità per la produzione di energia, gli stessi orti urbani, rispetto alla credibilità di questo modello?
Questi esempi evidenziano il cambiamento culturale che abbiamo di fronte. A chi sostiene che l’amministrazione condivisa sia un’utopia si possono mostrare molte pratiche di questo genere che confermano il contrario. La cultura cambia… Soltanto trent’anni fa certe proposte sembravano inimmaginabili, basti pensare che fino allo scorso decennio si poteva ancora fumare nei ristoranti, oggi sarebbe impensabile. Non è una visione ottimistica ma oggettiva della realtà, quanto vediamo accadere in campo ambientale può rafforzare ulteriori cambiamenti.

Anche il sistema dell’informazione potrebbe accelerare questa metamorfosi, se solo molti processi d’innovazione, non soltanto in campo sociale, fossero raccontati in maniera più coerente e continuativa. C’è un modo per far sì che le narrazioni della sussidiarietà, come quelle della sostenibilità, diventino patrimonio anche del cosiddetto mainstream?
Non so se e come ciò possa accadere. Però quello che posso dire è che i giornalisti tendono a rappresentare le attività di cura condivisa dei beni comuni come sostitutive e i titoli che ne conseguono sono del tipo “Il comune non ha le risorse, intervengono i cittadini”. Così non colgono che nell’azione civica c’è un valore aggiunto ben diverso da quello della supplenza, non lo riescono a vedere e restituiscono una lettura piuttosto banale. Forse c’è bisogno che qualcuno glielo spieghi e anche questo deve essere il nostro ruolo, quello cioè di formare i comunicatori. Penso comunque che prima o poi ci sarà un punto di svolta, una testimonianza o una nuova trasmissione televisiva che porterà queste storie all’attenzione del pubblico di massa senza banalizzarle.

Nel frattempo le rappresentanze politiche cercano faticosamente di riconquistare un legame con la società civile, magari a colpi di slogan e proposte che intercettano i luoghi comuni, le visioni emozionali che aleggiano fra i cittadini: basti pensare che alle elezioni dello scorso 4 marzo ha votato soltanto il 72,9% degli eventi diritto, la percentuale più bassa dal ’48 ad oggi. Le buone pratiche di cittadinanza possono rappresentare una via per ricostruire e riqualificare questo rapporto?
Mi attengo a quanto osservo tramite la mia esperienza di “giurista di strada”: a livello di rappresentanza politica nazionale è difficile che questi argomenti siano riconosciuti e valorizzati, il dibattito verte su tutt’altro. Sul piano locale invece il discorso è diverso. Vediamo centinaia di amministratori che ci cercano e con cui collaboriamo, compresi molti funzionari e dirigenti, che ora sono diventati testimonial importantissimi della nostra proposta perché hanno visto che coinvolgere i cittadini nella cura degli spazi pubblici dà risultati concreti sia perché migliora la qualità della vita, sia perché si crea un clima di maggiore intesa fra le persone che partecipano alla vita della comunità e sono felici di farlo. Ci troviamo spesso di fronte a persone assolutamente normali prestate alla politica, spesso provengono dal volontariato e si mettono a disposizione della comunità come amministratori magari attraverso delle liste civiche. D’altro canto i cittadini attivi che si formano sul campo, nel merito dei problemi, possono a loro volta nel medio termine diventare classe dirigente e rappresentare una valida opportunità di ricambio su scala territoriale.

L’intervista uscirà sul sito del “Festival della virtù civica” (www.festivalvirtucivica.it) la cui seconda edizione è un programma a Casale Monferrato (Al) dall’1 al 7 dicembre

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