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Il sapere e l’amicizia. 90 anni di studi polacchi alla “Sapienza”, di Luigi Marinelli

La Cattedra di polonistica creata alla “Sapienza” di Roma nell’anno accademico 1929-30 fu, fuori dalla Polonia,  una delle prime in Europa (9 anni dopo quella della Sorbona), quindi anche fra le prime al mondo, dedicata allo studio e insegnamento di una particolare lingua, cultura e letteratura nazionale dell’Europa centro-orientale così com’era uscita dal crollo degli Imperi e dalla ricomposizione geopolitica successiva all’”inutile strage” della I guerra mondiale. La Cattedra di Lingua e letteratura russa, ad esempio, sarebbe stata fondata alla “Sapienza” solo dodici anni dopo, nel 1941, da Ettore Lo Gatto.

In precedenza, in Italia, esisteva dal 1920 solo la Cattedra di Filologia slava di Padova, tenuta da quello stesso Giovanni Maver, curzolano e allievo della grande scuola filologica viennese, il quale – trasferendosi nel ’29 alla “Sapienza” di Roma – in tal modo fondò quella che, da allora in poi, nel gergo accademico sarebbe stata chiamata la “Cattedra di Maver”. Ecco che nel 1962, al momento del pensionamento del suo Maestro, Riccardo Picchio, uno degli allievi più illustri e diretto continuatore, poté affermare che “l’accentuata sfumatura ‘polonofila’ della scuola di Filologia slava formatasi alla cattedra romana di Giovanni Maver è una caratteristica specifica destinata a perdurare”. Il caposcuola della slavistica universitaria italiana l’aveva infatti diretta da par suo per oltre trent’anni, dando vita – assieme a Ettore Lo Gatto e poi altri –  a quella “scuola romana” che, direttamente o indirettamente (ad esempio negli ultimi trent’anni anche attraverso il dottorato di ricerca con sede alla “Sapienza”), ha saputo mantenere alto il profilo degli studi slavistici e polonistici nella penisola. Ancora Picchio rilevava peraltro come nello studio di Maver e di molti dei suoi allievi migliori, “tanto la generale tradizione culturale polacca quanto lo specifico patrimonio polacco nell’ambito degli studi slavistici […] apparivano sempre in posizione centrale”. Fu così che a metà anni ’90 del secolo scorso, Teresa Michałowska, eminente medievista e comparatista polacca, avrebbe potuto affermare che “l’Italia è uno dei pochi paesi europei in cui si pratichino gli studi polonistici a livello professionale”.

Se peraltro, a mo’ di confronto, si pensa alle date di fondazione delle polonistiche in altri continenti:  a Seoul nel 1987, a Tokyo nel 1991, in Brasile a Curitiba nello Stato del Paranà, nel 2009,  si capisce come la Cattedra romana, assieme ad altri importanti centri polonistici europei, abbia potuto e possa continuare ad avere un ruolo propulsore e di modello, se non altro per la sua ormai ragguardevole età e per i suoi buoni frutti, grazie agli studiosi, alcuni veramente di altissimo rango, che ci hanno insegnato, e ai loro allievi poi sparsi in varie sedi universitarie.

Una caratteristica che ha differenziato la Cattedra romana da altre importanti sedi polonistiche del mondo, è che i suoi titolari sono sempre stati nel tempo degli italiani: questo non significa altro se non che la naturale propensione polonofila di simili insegnamenti, quando affidati a docenti di origine polacca, qui è stata dovuta a scelte culturali indipendenti, e non, per così dire, “innate”. Dal punto di vista  degli studi, se ne potrebbe vedere una conseguenza importante nell’aver spesso svolto i polonisti romani il ruolo di “apripista”, anche in termini polemici ovviamente, in determinati settori della ricerca: fu il caso di Maver con l’opera di Sęp Szarzyński e la lirica della Confederazione di Bar; il caso di Picchio con la sua lettura “indipendente” dei Treny di Kochanowski, del Cortegiano polacco di Górnicki o del Goffred di Tasso-Kochanowski; di Graciotti, con un numero di testi fondamentali, come il Planctus Mariae quattrocentesco, la cinquecentesca Coronula o ancora la lirica arcadica del primo Settecento e quella di Krasicki; il caso di Marchesani il quale in un certo senso fece scoprire ai polacchi la grandezza dei loro stessi poeti contemporanei, e in particolare della Szymborska; infine quello di chi scrive, tra altro con la riscoperta e piena rivalutazione del ruolo fondamentale avuto dall’italianismo, e in ispecie dal marinismo, nella costruzione della cultura letteraria seicentesca polacca o nella pervicace rivendicazione della assoluta grandezza di uno scrittore non particolarmente amato né ben conosciuto neanche in Polonia quale Aleksander Wat.

In molti casi, elemento centrale della ricerca sono stati i rapporti italo-polacchi e i loro esisti culturali e artistici. Non v’è da stupirsene, se l’Henryk Sienkiewicz autore di Quo vadis?, primo premio Nobel slavo nel 1905, ebbe a dire: “Io credo che ogni uomo abbia due patrie; l’una è la sua personale, più vicina, e l’altra è l’Italia”; così pure Enrico Damiani, allievo a Roma di Maver e poi fondatore della polonistica napoletana, introducendo la Storia della letteratura polacca di Marina Bersano Begey,  definì quella polacca “la più italiana, la più latina – di gran lunga la più italiana e la più latina di tutte le culture slave”.

Chi, nel lungo periodo, ha più e meglio coltivato nei suoi studi e nel suo insegnamento sia la peculiare “italo-latinità” della cultura polacca, sia la sua collocazione nell’ambito dell’”unità slava” è stato senza dubbio Sante Graciotti, allievo prediletto di Giovanni Maver e a sua volta Maestro della successiva generazione di slavisti e polonisti, fra cui Pietro Marchesani, scomparso prematuramente a fine 2011, e il sottoscritto. Alla passione e al lavoro titanico di Graciotti si deve tra l’altro la definitiva configurazione di un istituto, poi dipartimento, “di Studi slavi e dell’Europa centro-orientale”, da ultimo, con altri “storici” dipartimenti linguistico-filologici della “Sapienza”, confluito nell’attuale Dipartimento di Studi Europei, Americani e Interculturali, oggi diretto proprio da chi scrive.

Sono titolare della Cattedra di Lingua e letteratura polacca alla “Sapienza” di Roma ormai da un quarto di secolo e, se c’è una cosa che ho appreso in questi anni, è che le istituzioni hanno una loro vita e un loro senso oltre e sopra la vita personale di chi le rappresenta, sì, ma che tuttavia, senza le persone che vi si dedicano e  che ad esse sacrificano una parte consistente delle loro vite,  senza la loro creatività, impegno e slancio di lavoratori e di cittadini, le istituzioni restano lettera morta e rischiano di rinsecchirsi, fossilizzarsi ed essere travolte dal fiume della Storia.

Oggi ripenso con grande ammirazione e profonda gratitudine a tutti quelli che mi hanno preceduto in questo compito, alle loro vite, alla loro passione di studiosi e uomini delle istituzioni, in tempi non certo più facili e quieti del nostro: il fascismo, la guerra, la ricostruzione, l’ultraquarantennale confronto con le gravi difficoltà di comunicazione e libera trasmissione delle conoscenze dovute alla “cortina di ferro”; e poi il Sessantotto, l’università di massa, le Riforme, il crollo della cosiddetta “Prima Repubblica”, la progressiva diminuzione dei finanziamenti statali all’Università pubblica, specie alle Facoltà umanistiche…

In questo scorcio di 2019 si celebra anche, a Varsavia e a Roma, il centenario dell’avvio delle relazioni diplomatiche tra Italia e Polonia. Mi piace allora sottolineare che, senza l’istruzione e la cultura, senza gli studi di cose polacche in Italia e di cose italiane in Polonia, anche quel centenario –  ben più importante e significativo del nostro 90° anniversario che ne è, almeno indirettamente, una conseguenza – perde molto del suo valore, perché è solo attraverso una vera conoscenza reciproca che i popoli e le nazioni acquisiscono quel senso di reciprocità e fratellanza che è il fondamento della pace, del progresso e della stessa piena coscienza di sé.

(Dall’introduzione di Luigi Marinelli a: Il sapere e l’amicizia. 90 anni di studi polacchi alla “Sapienza”, catalogo della mostra bibliografica e rassegna di contributi in occasione delle giornate di studi per il 90° anniversario della Cattedra di Lingua e Letteratura Polacca di “Sapienza” Università di Roma, a c. di Alessandra Mura, Sapienza Università di Roma, 2019).

90 anni di studi polacchi

(l’immagine in evidenza è dell’artista polacca, trapiantata a Milano, Alina Kalczyńska. Si tratta di una incisione su linoleum a colori presente nel volume di Eugenio Montale, “Domande”, una poesia inedita, Libri Scheiwiller, Milano 1994)

 

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L'autore

Luigi Marinelli
Luigi Marinelli, addottorato in Slavistica alla “Sapienza”, dal 1994 è professore ordinario di Lingua e letteratura polacca presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della stessa Università, dove è attualmente direttore del Dipartimento di Studi Europei, Americani e Interculturali. Fra monografie, articoli e altri contributi è autore o curatore di circa 200 pubblicazioni  in varie lingue a carattere storico-critico, teorico e metodologico su argomenti polacchi (dal Medioevo all’età contemporanea), di analisi traduttoria e di comparatistica slavo-romanza, in particolare italo-polacca. Ha anche tradotto in italiano opere polacche di teatro, prosa e poesia. È dottore honoris causa dell’Università Jagellonica di Cracovia, membro straniero dell’Accademia Polacca delle Scienze (PAN) e dell’Accademia Polacca di Arti e Scienze (PAU), socio onorario dell’Associazione “Adam Mickiewicz” di Varsavia e dell’Accademia Ambrosiana (Classe di Slavistica) di Milano.