[Questo articolo è frutto della collaborazione tra Sara Bischetti e Sara Catalano]
Negli ultimi mesi, grazie a un progetto avviato dalla Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana, finalizzato alla realizzazione di una teca digitale ove far confluire la maggior parte dei manoscritti dei fondi Corsini e Rossi, mi sono occupata, tra gli altri, di due codici recanti le segnature 40 E 11 (Cors. 1109) e 41 E 4 (Cors. 1144). La rinnovata descrizione codicologica e paleografica dei due esemplari mi ha permesso di ricondurli per la prima volta alla biblioteca del Sacro Convento di Assisi, a seguito dell’individuazione della cosiddetta quaternatura Assisiensis, fino ad ora mai rilevata nel manoscritto 40 E 11, e soltanto descritta come semplice segnatura dei fascicoli nel 41 E 4. Tale identificazione è stata per me possibile solo dopo essere venuta a conoscenza di questa peculiare modalità di collazione dei fascicoli, adoperata nel 1381 dall’armarista fra Giovanni di Iolo, in occasione della redazione dell’inventario. Giovanni di Iolo era solito infatti numerare i fascicoli mediante un segno distintivo, apposto sul primo e sull’ultimo foglio del fascicolo, consistente in una caratteristica cornice formata da punti e linee ondulate in minio e nero. (foto 1, 3).
I due esemplari, segnalati a suo tempo da Armando Petrucci nell’Inventario dei manoscritti Corsiniani e presenti entrambi nell’indice generale dei manoscritti della collezione corsiniana, redatto a partire dal 1738 dal copista della biblioteca Arrigo Arrigoni, hanno conosciuto, negli anni successivi, un differente interessamento da parte degli studiosi: il 40 E 11 sembra infatti non aver mai ricevuto una descrizione codicologica e paleografica degna di nota, né risulta mai censito come testimone dei Sermones praedicabiles del frate francescano Enrico da Montegiardino; più noto figura invece il 41 E 4, non solo per l’autorevolezza del testo tràdito, ovvero la Legenda aurea di Iacopo da Varazze, ma anche per il pregiato apparato illustrativo che lo ha reso oggetto di interesse maggiore da parte di codicologi e storici dell’arte.
Nello specifico, il 40 E 11 (Cors. 1109) è un volumetto membranaceo di 171 carte databile alla metà del Trecento e vergato da due mani distribuite più o meno equamente nel lavoro di trascrizione. I due amanuensi, entrambi di area francese, sono dotati di un certo grado di professionalità e di sicurezza, sebbene le scritture adoperate mostrino una differente impostazione libraria, palesata dalla minore o maggiore aderenza ai canoni della littera textualis. La fattura materiale del manoscritto, in accordo con la tipologia dei sermonari, non presenta una particolare ricercatezza estetica; la decorazione, infatti, comprende soltanto iniziali filigranate e calligrafiche semplici, oltre a un coerente sistema di rubriche. (foto 1)
Se l’appartenenza al Sacro Convento prima del 1381 è facilmente intuibile grazie alla presenza della quaternatura, e alla contestuale registrazione nell’antico inventario, meno lineare appare la storia successiva del codice: da una nota di possesso apposta sulla carta di guardia posteriore dal frate Petrus Fagius de Preggio, alla metà circa del XVI secolo, sappiamo comunque che il manufatto gravitava, ancora nel Cinquecento, nei pressi di Perugia, se non addirittura nella città assisiate stessa.

Il 41 E 4 (Cors. 1144) è, invece, un manoscritto di qualche decennio più antico, poiché databile entro il primo quarto del XIV secolo; membranaceo, di taglia media, e di consistenza piuttosto corposa con le sue 385 carte, è vergato da una mano italiana che adopera una littera textualis abile, ordinata, e ben allineata sul rigo. In tal caso, la regolarità dell’impaginato e la padronanza della resa grafica, si accompagnano a un pregiato apparato ornamentale ascrivibile alla sfera del miniatore umbro Venturella di Piero. Il testo è articolato in una ricca pagina incipitaria e in numerose iniziali figurate e decorate in oro, cui si aggiungono eleganti iniziali filigranate, di grande modulo, nella consueta alternanza di inchiostri rosso e blu, con sottili racemature anch’esse intervallate. (foto2)
L’attribuzione delle miniature alla scuola perugina consente di ipotizzare con una certa sicurezza anche l’origine dell’esemplare in quest’area, se non addirittura nella stessa Assisi. Sicuramente attestata la sua presenza al Sacro Convento durante il XIV secolo, come dimostra la segnatura apposta da Giovanni di Iolo, meno certa appare la permanenza assisiate del codice nel secolo successivo; una nota di possesso oggi appena visibile sull’ultimo foglio del manoscritto, al di sotto dell’explicit del testo, sembrerebbe ricondurre il manoscritto a un lettore dei primi decenni del Quattrocento, a giudicare non solo dalla scrittura adoperata, ma anche dalla data menzionata in chiusura, che potrebbe essere decifrata come 1428.

Poco dopo il 1377, anno in cui fu nominato armarista della Biblioteca del Sacro Convento, fra Giovanni di Iolo redasse il suo inventario, del quale si conservano due copie autografe Assisi Com. 691 e Toledo Bibl. Cap. 41(41) in forma breve, che è ancora oggi un pilastro nello studio e nella ricostruzione del patrimonio della Biblioteca la quale, secondo l’organizzazione data dall’armarista, risultava divisa in due sezioni, una publica e una secreta. La libraria publica presentava i codici incatenati ai plutei, nove a oriente e nove a occidente, nella libraria secreta i libri erano riposti in due armaria con sei e cinque scaffali. I volumi mostravano al lettore il piatto posteriore recante un frammento, pergamenaceo o cartaceo, con la descrizione del contenuto del codice e la collocazione, frutto del lavoro di Giovanni di Iolo. Nell’anno 1381 le due biblioteche contavano 703 volumi complessivamente, di cui 171 nella libraria publica e 532 nella secreta. Nel suo lavoro di catalogazione, l’armarista non solo, come si è detto, numerò scrupolosamente i fascicoli, ma si preoccupò anche di segnalarne e il numero complessivo con una formula ricorrente, solitamente trascritta nel margine inferiore del verso dell’ultima carta.

Per quanto riguarda i nostri due esemplari, Iacopo da Varazze è presente nella biblioteca assisiate con dodici testimoni della Legenda aurea. Di questi, tre si trovano ancora al Sacro Convento e due sono stati identificati con Vat. Ross. 479 e Poppi, Com. 50. Il catalogo di fra Giovanni (Assisi Com. 691) descrive i volumi dando anche indicazione di peculiarità materiali e registrando incipit ed explicit, è stato quindi possibile proporre l’identificazione del codice Cors. 41 E 4 con il codice registrato come appartenente alla libraria secreta deposto sul quinto solaio verso oriente alla lettera A (c. 41v).
Enrico da Montegiardino è invece presente nell’inventario di fra Giovanni per otto volte, sette con i sermones quadragesimales e una con la postilla dominicalis. Di queste otto occorrenze, cinque sono ancora al Sacro Convento e il codice Cors. 40 E 11 è stato identificato con quello registrato alla c. 71r come appartenente alla libraria secreta sul quarto solaio verso occidente alla lettera M.
La nascita, lo sviluppo e quindi l’organizzazione all’interno dei conventi francescani, o almeno dei maggiori, di un sistema di produzione e confezione, oltre che di fruizione, di libri è strettamente legato alla missione di predicazione ed evangelizzazione inserita a pieno titolo nel progetto di politica culturale dei Minori.
Questi volumi, una volta entrati o rientrati in biblioteca, qualora non fossero già così assemblati, vengono inseriti nel progetto di inventariazione di Giovanni di Iolo. È facilmente intuibile, nello studio di questo materiale, come la mano dell’armarista spesso non si sia limitata a catalogare il patrimonio, ma vi abbia per così dire messo ordine, approntando lui stesso la confezione di volumi con testi tra loro coerenti per argomento e genere, trasferendo, ove possibile, nei contenuti dei codici la ratio sottesa alla collocazione degli stessi sui banchi e nei solai.
Per tentare di tracciare la storia di questi codici successivamente al 1381, soprattutto quella relativa ai passaggi che li hanno condotti presso l’attuale sede di conservazione, ci siamo affidate anzitutto a una data: il 1738, anno dell’indice corsiniano redatto da Arrigo Arrigoni. Nel mezzo, abbiamo dovuto confrontarci con circa trecentocinquanta anni piuttosto nebulosi, nonostante l’apparato paratestuale di entrambi gli esemplari ci abbia fornito, come detto, qualche dato interessante soprattutto per i secoli XV-XVI. Per i successivi, invece, siamo dovute restare nel campo delle ipotesi, sebbene almeno due ci siano sembrate essere le strade percorribili. Tali proposte riguardano, principalmente, le vicende storiche che hanno condotto alla creazione dei nuclei principali della collezione corsiniana, e che interessano nello specifico due cardinali, vissuti tra il XVII e il XVIII secolo: Neri Corsini senior (1624-1679) e Filippo Antonio Gualtieri (1660-1728).
Il primo si rese infatti protagonista di un decisivo accrescimento della collezione libraria della nobile famiglia fiorentina dei Corsini, il cui profilo bibliofilo si definì già qualche secolo prima grazie al cardinale Pietro Corsini (1335-1405) che, alla sua morte, lasciò un patrimonio di oltre trecento manoscritti di vario argomento. Il secondo, collezionista e antiquario ma soffocato dai debiti, aveva disposto per testamento la vendita della biblioteca e delle sue collezioni. Nel 1729 i libri furono acquistati per 10.000 scudi dall’allora cardinale Lorenzo Corsini, eletto poi al soglio pontificio col nome di Clemente XII (1730–1740), su consiglio del cistercense Malachia d’Inguimbert. Il patrimonio librario entrò così a far parte della nascente Biblioteca Corsiniana, ospitata nelle sale del palazzo alla Lungara, di proprietà della famiglia, e della quale d’Inguimbert divenne primo bibliotecario. Con il fondo Gualtieri si acquisì anche l’inventario manoscritto della collezione che il cistercense provvide (malauguratamente) a portare con sé al suo rientro in terra francese, nella sua città natale Carpentras, dove fondò l’attuale Biblioteca Comunale a lui intitolata. L’inventario consta di 727 pagine, è segnato Carpentras, Bibliothèque municipale L’Inguimbertine 632, ma è purtroppo consultabile solo sul posto non essendo ancora inserito nel progetto di digitalizzazione del patrimonio delle biblioteche francesi.
Il ritrovamento e l’identificazione di questi due codici come provenienti dal Sacro Convento di Assisi sarà oggetto di un contributo in corso di stampa su Studi Medievali III serie, vol. LXVI, fasc. 1, 2025, pp. 219-246.
L'autore
- Sara Bischetti è responsabile della Biblioteca Generale Carmelitana di Roma e collabora con la Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana alla catalogazione dei fondi Rossi e Corsini. Dottore di ricerca in Paleografia latina, si è occupata inizialmente della tradizione manoscritta dell’Epistolario di Caterina da Siena, nell’ambito del progetto di edizione critica promosso dall’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo. Ha poi approfondito il tema dei volgarizzamenti tardo-medievali nell’ambito del progetto ERC 2020 BIFLOW – Bilingualism in Florentine and Tuscan Work, ca. 1260 – ca. 1416, ospitato dall’Università Ca’ Foscari Venezia, con particolare interesse per gli aspetti codicologici e paleografici della tradizione manoscritta dell’ars dictaminis, di cui nel 2022 ha pubblicato la sua prima monografia. Altri suoi campi di ricerca hanno riguardato la trasmissione manoscritta dei Documenti d’Amore di Francesco da Barberino e di alcuni testi e autori francescani, sui quali ha scritto diversi contributi scientifici. Attualmente si sta occupando della redazione del catalogo degli incunaboli della Biblioteca Generale Carmelitana che verrà pubblicato dalla casa editrice Viella.

