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Premio internazionale di Ecologia Umana: Giulia Frittelli intervista Carlo Maurizio Modonesi

Nato e residente a Milano. Dopo la laurea in ‘Biologia’ e il training in ‘Ecologia animale’, ha conseguito la specializzazione in ‘Igiene e salute pubblica’ presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Statale di Milano. Il suo interesse scientifico primario è la relazione organismo-ambiente da un punto di vista ecologico, sanitario ed evolutivo.
Da anni si occupa dello studio dei rischi biologici e sanitari dovuti ai cancerogeni di sintesi, e più in generale dell’impatto provocato dal progresso tecnologico sugli ecosistemi e sulla salute delle popolazioni umane. Dal 2013 insegna ‘Ecologia umana (Ambiente e salute)’ all’Università di Parma, dove in precedenza ha insegnato ‘Zoologia’ e ‘Comunicazione naturalistica’ per quasi 15 anni. Collabora con strutture di ricerca scientifica italiane e di altri paesi, ed è coordinatore del Gruppo Pesticidi di ISDE Italia (International Society of Doctors for the Environment). È membro italiano della Commission on Education and Communication (CEC) dell’International Union for Conservation of Nature (IUCN) e fa parte del consiglio direttivo dell’Associazione Nazionale per la Decrescita. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali su integrità ecologica e malattie (umane) ambiente-correlate, tra i saggi in italiano si segnala il recente volume Ecologia dell’Antropocene – La crisi planetaria provocata da un animale culturale (Aracne Editrice, 2017), pubblicato in collaborazione con Silvana Galassi.

Prof. Modonesi, nel corso della sua lectio magistralis ha parlato di una scorporazione della zootecnica dall’agricoltura come uno dei passaggi decisivi nell’interruzione dei cicli naturali, quanto un diverso modo di concepire la relazione uomo-animali potrebbe incidere sulla risoluzione delle questioni ambientali?

La frattura tra allevamento delle piante e allevamento degli animali è figlia della cosiddetta Rivoluzione verde, ossia di quella transizione dell’agricoltura che dagli anni Quaranta in avanti permise di sottrarre progressivamente agli agricoltori il ruolo fondamentale di produzione (e riproduzione) di beni essenziali per l’alimentazione umana, rendendo il settore primario uno dei tanti settori produttivi controllato dall’industria, ossia dal capitale. Questo processo consentì senza dubbio di aumentare le rese agricole e zootecniche grazie all’introduzione delle tecnologie nella pratica agricola ma con un costo altissimo: la linearizzazione dei cicli naturali necessari al funzionamento della natura e l’inquinamento delle matrici ambientali.
Fino a quel momento, infatti, il rispetto dei cicli naturali – anzitutto i cicli di materia (inorganica/organica/inorganica) ma anche i cicli stagionali e climatici – necessari per garantire la fotosintesi delle piante, erano stati alla base della pratica agricola. Se si naviga in rete alla ricerca di immagini dell’agricoltura di solo 100 anni fa, è difficile, se non impossibile, trovare fotografie in cui non siano ritratti gli animali insieme ai contadini nei campi. Gli animali venivano allevati per il lavoro nei campi e per la fornitura di beni alimentari (latte, uova, carne, ecc.). L’uso degli animali inoltre aveva la funzione di garantire concimi naturali di alta qualità, in quantità commisurate alle dimensioni delle fattorie. Ciò consentiva la conservazione di suoli sani e ricchi di materia organica (acidi umici,ecc.) e di rimettere in circolo la materia organica. Ora invece l’allevamento non è più inserito (salvo alcune rare realtà) nel contesto agricolo, ma viene praticato in grandi impianti zootecnici dove si pera con criteri da catena di montaggio; in questi impianti, decine di migliaia di animali vivono accalcati in spazi insufficienti per la loro fisiologia e in condizioni igieniche inesistenti. Questi animali non possono essere sani da nessun punto di vista, e, poiché l’affollamento aumenta il rischio di epidemie infettive, gli allevamenti vengono trattati con massicce dosi di antibiotici e altri principi attivi che finiscono nei piatti dei consumatori di carne, latticini e uova. Inoltre, le deiezioni animali, anziché essere utilizzate per fertilizzare i campi ed essere impiegate per far funzionare la fattoria in modo efficiente e a basso costo, non hanno più alcun valore e devono essere smaltite attraverso le acque reflue, il che determina un enorme problema di inquinamento organico nei corpi idrici di superficie e nelle acque profonde.
Venendo alla domanda, credo che questo modo di allevare gli animali da reddito sia dannosissimo e profondamente sbagliato sotto tutti i punti di vista: ambientale, etico e sanitario. Il recupero di un allevamento animale estensivo, basato sulla chiusura dei cicli è invece più sostenibile e anche più umano.

Dal 2011, come da lei ricordato, si sta parlando di “sesta estinzione di massa”, una perdita di più del 50% di biodiversità causata dai cambiamenti climatici che sono conseguenza di un rapporto tra uomo e ambiente sbilanciato e disarmonico. Possiamo pensare che, anziché solo una perdita di vita, possano esserci in atto anche dei meccanismi evolutivi e di speciazione in grado di adattarsi al cambiamento?

La perdita di biodiversità è difficilmente quantificabile, ma alcuni studi come quelli che consentono di stimare il cosiddetto Living Planet Index hanno evidenziato che in alcune parti del pianeta la perdita di diversità biologica potrebbe essere davvero preoccupante, con perdite appunto del 50% nell’arco di alcuni decenni (si veda il grafico sotto). Quello che sappiamo con un grado di approssimazione accettabile è che a livello globale la biodiversità (espressa come numero di specie) sta scomparendo con un tasso che è circa 1.000 volte più alto di quello che viene considerato il ritmo di estinzione naturale delle specie biologiche (estinzione di sfondo).
Detto ciò, è vero che dagli studi compiuti dai paleontologi sappiamo che le cinque estinzioni di massa della storia planetaria sono state seguite da processi di speciazione che hanno consentito di ripopolare il pianeta con nuove specie; tuttavia, come esseri umani dobbiamo riconoscere che questo aspetto non ha alcuna rilevanza per noi, perché se il trend della perdita di biodiversità proseguisse con la velocità odierna, la nostra specie non avrà tempo per vedere i nuovi scenari della biosfera. Per quanto ne sappiamo, i tempi della speciazione biologica, che è il motore della filogenesi, avvengono su scale temporali che non hanno nulla a che fare con le scale temporali dell’evoluzione e della vita umana.

INDEX: A subset of 14,152 populations of 3,706 species has declined by 58% in abundance between 1970 and 2012.

Abbiamo chiesto al Prof. Parisi quale siano i valori e gli insegnamenti da consegnare ai giovani per costruire un rapporto equilibrato e sano con l’ambiente; ci piacerebbe avere anche la sua opinione a riguardo: quali strumenti dovremmo consegnare alle future generazioni per consentire loro di difendere se stessi, la propria salute e quella dell’ambiente in cui vivono?
Domande di questo tipo sono una sorta di trappola perché spingono a fornire risposte retoriche. La situazione invece non richiede retorica ma un colossale bagno di umiltà della specie umana, in particolare della popolazione più ricca. Le cosiddette economie avanzate perseguono un modello di sviluppo che sta provocando una crisi ambientale e sociale che non ha precedenti nella storia umana. Personalmente ritengo che la risposta migliore a questa “domanda-trappola” si trovi nell’Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco: una piccola-grande opera che parla di “valori”, nel senso più alto del termine, e al tempo stesso inquadra perfettamente ciò dovremmo sapere per provare a recuperare un’autentica saggezza ecologica, sociale e spirituale. Tutti dovrebbero leggere questo documento strepitoso di Francesco, che lancia un messaggio potentissimo contro il barbaro individualismo e il consumismo esasperato della nostra civiltà. Tuttavia, dovrebbero leggerlo soprattutto i giovani, perché apprendano a ragionare con la propria testa e a capire che la vera innovazione oggi sta in un diverso modo di vivere e di pensare.

 

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