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Paola Cadeddu intervista Alberto Masala

Alberto Masala è un poeta scrittore plurilingue di origine sarda, la cui poesia è tradotta in varie paesi del mondo tra cui Francia, Spagna e Stati Uniti. Lontano dai cliché, Masala è un cantore di strada, amante delle situazioni che lo portano in mezzo alla gente a portare la sua arte in piazze e palcoscenici di tutto il mondo. La sua traiettoria artistica, oltre la poesia e la narrativa, ha incontrato la saggistica, il cinema, il teatro e la musica. Fra una raccolta poetica e un opera musicale trova il tempo di mettere al servizio di altri la sua scrittura: è difatti anche traduttore, tra i vari, di Kerouac, Ferlinghetti, Pey, e Zurita.

Alberto Masala, la tua biografia dice di te che sei poeta, scrittore e traduttore italiano, eppure chi ti conosce a stento riesce a racchiudere ciò che sei e ciò che fai in queste etichette. Pensatore resistente, girovago cantore dei tempi presenti, hai interpretato (e continui a farlo) l’esigenza poetica come un’urgenza sociale e politica. Sostieni che l’arte muore nel momento in cui muore il bisogno di liberazione… Possiamo dunque immaginarti (e noi con te) ancora profondamente impegnato nel tuo slancio po(i)etico?

Non chiamiamolo “slancio”. In poesia non ho slanci, li tengo per la mia esistenza. L’unico motore che mi spinge, l’etica, è la parte egemone della mia po-etica. La poesia è l’attrezzo che utilizzo per essere socialmente credibile nella mia pratica di differenza, alterità, opposizione, dissidenza… Uno strumento che funziona, e so manovrare bene, per non essere censurato dai sistemi di controllo sociale. Finché mi chiameranno artista sarò autorizzato a divergere… Non credo nello “slancio” poetico. Quella è la visione romantico-borghese del poeta “astratto”, quasi un ebete, un idiota funzionale ai sistemi di controllo sociale che vogliono confinare il gesto d’arte nella sfera del sentimento, dell’ispirazione, del cosiddetto “bello”. L’idea del poeta “creativo” o “ispirato” mi scuote atrocemente le interiora.  Scrivo solo quando, dove, e se c’è bisogno. Altrimenti taccio. E più sono lucido e concreto, meglio scrivo. Tieni conto che tutti i più grandi poeti che ho incontrato agiscono così: prima si scende nella vita – e lì potrebbe entrare anche il sentimento – poi si scrive. E a quel punto conta solo la lucidità. Perciò coltivo l’etica, che nasce dalla mia responsabilità di umano, dal mio libero arbitrio. Vado avanti così e finora ci sono riuscito. Dato che sono ancora in piedi, non ho motivo di pensare che la mia tensione interiore possa cambiare.

La tua parola appare ai nostri occhi di lettori come un moto di rivolta permanente, capace di attraversare generi letterari, lingue, culture, epoche diverse. Ci racconti come hai scoperto in te questa vocazione a scuotere le coscienze dormienti attraverso un atto poetico?

Mah… non lo so esattamente. La scrittura mi è congeniale. E la formazione poetica che ho avuto – soprattutto sulla poesia sarda – è stata costante e mi ha coinvolto dall’infanzia. La preparazione alla poesia sta nella lettura e nell’ascolto di ciò che ci ha preceduti o ci affianca. Non faccio alcuno sforzo: leggere mi piace. Ma il discorso è lungo… in sintesi, cerco un mezzo per praticare ciò di cui ti ho parlato prima per seguire le tensioni di liberazione e le esigenze di bellezza, di imprendibilità… e senza essere punito socialmente. La poesia per me è il mezzo possibile e che riconosco efficace. Ho tentato anche altre strade, dal teatro al cinema, ma non avevo gli stessi risultati. Il teatro mi annoiava nel suo ripetersi, nel meccanismo dei suoi rituali. Ero arrivato al punto di odiare il momento dell’applauso, volevo sottrarmi, mi sentivo disonesto. Serviva solo a nutrire il narciso, il peggior nemico nell’arte. Certo, incontravo anche esempi meravigliosi: Peter Brook, il Living… ma simili esperienze richiedevano una dedizione e un’altezza di cui non disponevo o su cui non sentivo di concentrarmi. Il cinema poteva andarmi bene, ma era troppo complicato… avrei dovuto passare la vita a cercare i fondi per realizzarlo. La poesia invece è perfetta: niente soldi, solo un investimento di esistenza, di pensiero. E ne ho a disposizione in quantità. E poi con la poesia non “recito”: faccio e sono. Posso andare fino in fondo senza finzioni e non restare confinato nella mediocrità dell’apparenza. Così tutto coincide: la scrittura si paga vivendo, ma poi si procede leggeri, senza sovrastrutture. È ciò che fa per me.

Ad osservarti, si direbbe che la nozione di poesia sia altro dal verso e dalla rima, che sia piuttosto « voce di chi ha visto le voci ». In tale prospettiva, come tu stesso dici, al poeta non resta che raccogliere le voci impedite, proteggerle e comunicarle. Questa tensione verso l’Altro sembra oggi in controtendenza con le dinamiche politico-sociali nazionali e internazionali. Come resistere contro questa diffusa inclinazione nazionalistica che tenta di ricondurci a forza in schemi ideologici chiusi, asettici, e forse anche un po’ datati?

Sulla questione del verso e della rima, ho da dire. Ma lo farò dopo: ora mi concentro sulla vera domanda. Sì, sono un raccoglitore di voci impedite. Il mio lavoro più esemplare in questo senso è stato Taliban. E non solo per l’eccezionale riuscita dell’operazione, ma anche perché mi sono misurato con l’etica della scrittura. Ho rinunciato totalmente a me stesso e, praticando l’oltre, mi sono annullato per far nascere le voci impedite delle donne afghane (vedi http://www.albertomasala.com/taliban/) . Farlo non è stato faticoso. Il difficile arriva nel momento del consenso esterno. Lì bisogna essere molto concentrati per non cedere terreno alle pulsioni egoiche. Non perdere mai di vista l’Altro, appunto… Oggi mi sento molto solo in questi percorsi. Come resistere? Non retrocedendo. Se accetti di entrare negli schemi e di “servirli” sarai ricompensato. Ma ne vale davvero la pena? Io proverei una profonda vergogna. Vedo invece che a tanti altri questo non crea problemi, anzi… hanno elaborato una tecnica per urlare una critica finta e innocua, e nello stesso tempo scivolano silenziosamente affiancando ogni potere. Intanto, come un batrace vanitoso, si gonfiano di consenso. E il consenso arriva perché sono inoffensivi, quando non sfacciatamente funzionali. Solo l’evidenza della verità sarebbe in grado di sgonfiarli. Basterebbe dire che il Re è nudo per far saltare tutti gli schemi. Ma il sistema non lo permette. E li protegge furiosamente perché gli sono utili.

Nel volume Geometrie di libertà pubblicato nel 2012 nella sua terza scrittura, associ – o meglio dissoci – il concetto di libertà a quello delle forme geometriche. Mai come di questi tempi mi sembra interessante riflettere sulla contrapposizione tra forme chiuse e forme aperte: siamo forse tornati a una sorta di geometrismo ideologico? 

Prima vorrei dirti che il titolo è volutamente allusivo e contiene un paradosso. Infatti apro il libro dicendo che “l’arte non può parlare di libertà, ma deve invece parlare di liberazione”. Questa frase contiene la contrapposizione tra forme chiuse e aperte, e va osservata nel progetto pedagogico di trasmissione del controllo sociale. Ogni sistema crea forme morali chiuse per trasmettere e riprodurre il meccanismo. Infatti ogni morale è costruita e determinata da un potere in modo assoluto. Faccio sempre un esempio estremo: ci sono sistemi nei quali è morale lapidare un’adultera. Il principio ispiratore non è differente da quello che determina alcuni comportamenti morali del nostro sistema sociale, che sono ugualmente matrice di oppressione e disuguaglianze. Ogni assoluto è dunque portatore implicito di menzogna: Libertà, bellezza, uguaglianza… sono parole in sé false. Non esistono, infatti nessuno le ha mai raggiunte. Ma si possono alimentare le tensioni che vogliono inseguirle. Allora sì, la libertà non esiste, ma c’è la tensione di liberazione. Che è attivata dall’etica. Chi decide di aver a che fare con la scelta, il libero arbitrio, non ha bisogno di forme chiuse in una visione morale, anzi… necessita di forme aperte in cui esercitare la propria responsabilità etica. Il mio è un atteggiamento di fiducia nell’umano e nella sua dignità. La migliore sintesi è stata fatta da Lucrezio nel De rerum natura. All’inizio, dopo l’invocazione a Venere, parla di un Graius homo, un greco, Epicuro, che per primo ha alzato gli occhi al cielo guardando direttamente le stelle senza mediatori, e risollevando così la dignità dell’essere umano che fino ad allora strisciava sulla terra col capo oppresso dal peso della religio, che la filologia bigotta ha tradotto come superstizione, ma che, secondo me, in realtà è religione come sistema morale dell’epoca. È una grandissima metafora di cosa sia l’etica: guardare le stelle direttamente, senza intermediari (mediatici, politici, religiosi), significa prendere la responsabilità della propria esistenza in relazione all’Universo intero. Assumere su di sé il peso del proprio sguardo è il primo passo verso una presa di coscienza etica. Significa: non ho bisogno di sistemi che mi dettino le regole morali, che sono sempre funzionali ad un potere. Mi assumo la responsabilità diretta e totale. Vivo così, da amorale, ma senza trasgredire all’etica che mi guida e che si perfeziona sempre di più nel percorso. In questa metafora le geometrie chiuse del potere rivelano la loro struttura oppressiva. Io, come l’acqua o l’aria, posso accogliere solo forme aperte: il vuoto e il pieno. E adattarmi eticamente alla loro armonia.

Parlando di forme aperte, il tuo scrivere è difficilmente etichettabile. Poesie, saggi, libri per adulti e ragazzi, libretti, introduzioni, traduzioni… difficile tracciare un confine netto. Variazioni di una voce, che è la tua. In che rapporto si pone la tua scrittura poetica con il resto della tua ricca e varia produzione letteraria?

E poi dimentichi le Opere musicali! Una strada che mi è tanto cara perché condensa in sé ogni possibilità della poesia. Finora ne ho fatte quattro, curando anche gli andamenti e le dinamiche dei quadri. Sono vere e proprie opere contemporanee di cui scrivo il testo portante, definisco l’ambito ritmico e l’andamento espressivo, e lascio totale libertà d’improvvisazione o di composizione del suono ai musicisti. Quanto al darmi etichette… non ti conviene provarci: scrivo in diverse lingue anche mescolandole, dunque è difficile assegnarmi un’identità. Certo… la mia lingua profonda è il sardo logudorese che possiedo bene nelle sue due varianti. Dell’italiano ho una conoscenza vasta, da italiano, appunto… Non ho dunque una “scrittura poetica”. Ho una scrittura. Che si riversa nelle forme utili in quel momento. Faresti la stessa domanda a un musicista che compone, poi esegue pezzi classici, e improvvisa nel jazz, e si mescola con altre culture musicali? Avrai notato che utilizzo sempre metafore sulla musica. C’è un doloroso perché: se usassi metafore strettamente legate alla poesia, solo pochissimi capirebbero cosa sto dicendo. Oggi non c’è quasi più una coscienza di cosa sia la poesia. Con la musica invece capiscono tutti. Della poesia si ha un’idea stereotipata,  sdolcinata e artefatta. Non mi appartiene affatto. Partiamo dal fatto che non scrivo mai “per scrivere”, ma solo quando penso ce ne sia bisogno, oppure quando mi viene chiesto e spesso pagato, che non guasta, visto che campo di quello. Ho un mestiere, un’arte che uso a largo raggio. Non mi pongo limiti e non sono affezionato a niente. Ogni lavoro è nuovo e lo faccio con l’entusiasmo del neofita che vuole scoprire. Mi diano pure tutte le etichette che vogliono. Saprò sempre uscirne.

Alla base della tua poesia c’è senza dubbio un forte legame con l’oralità. Il gesto poetico non prende forma su un foglio, ma nasce da risonanze ancestrali che emergono dall’atto declamatorio. Possiamo intravedere in questa dinamica creatrice una preziosa eredità della cultura sarda?

Quando scrivo in una lingua, penso in quella lingua. E ne assumo il colore, il suono e il ritmo. È come essere un polistrumentista in musica. Immagina che io stia componendo al pianoforte e, a un certo punto, mi alzo e vado al sax o al violoncello. E magari sovra-incido i suoni per continuare poi col pianoforte… Adesso pensa tutto questo con le parole, il loro suono, il ritmo, e, principalmente, il senso. Ecco: suonare il senso con lo strumento più adatto in quel momento. Ovviamente per poterlo fare bisogna avere una formazione tecnica, oltre che una sensibilità molto addestrata. Me l’ha data la poesia sarda con le sue forme e le sue gabbie metriche e ritmiche. È difficile, e allo stesso tempo esaltante, scrivere “costretti” in una gabbia senza rinunciare né perdere di vista il senso e lo spessore della scrittura. Man mano che si acquisisce conoscenza, quest’arte diventa capacità “animale”, istintiva, e non devi nemmeno pensarla: puoi concentrarti solo sulla sostanza, il resto viene da solo. Ho molta esperienza e so quanto posso essere “animale” in questo. Sia scrivendo, ma soprattutto dal vivo, con i musicisti. Non decido mai prima del concerto cosa leggerò. Voglio che sia il più vero possibile, non “recitato”. Normalmente ascolto il tappeto musicale che mi si propone e mi siedo sopra per volarci con un testo. Seguo l’andatura del suono, ascolto le ritmiche e le cadenze. Scelgo il testo significativo e lo adatto al momento.  È ciò che quasi sempre manca alla poesia contemporanea, che ha perso il senso del canto, la musicalità, il ritmo. In questo mi sento “antico”. E non è un freno, anzi… Mozart e Bach, o Stockhausen e Cage, o tutti i grandi sperimentatori del Jazz e perfino del Pop, non avrebbero potuto oltrepassare i limiti se non avessero saputo cos’è la musica. Devo questa attitudine alla tradizione sarda e mediterranea, evoluta poi in quella beat o del Caribe.

Abbiamo affrontato il discorso dell’oralità, non posso non andare con la mente al ritmo e al ruolo che questo gioca nel discorso letterario. Il critico francese Henri Meschonnic sosteneva che nel ritmo fosse la manifestazione di una soggettività in atto, capace di lasciar emergere quell’intimità che ci rende umani. Quale valore e quale ruolo attribuisci al ritmo all’interno del tuo discorso poetico?

Questa domanda mi rende felice. Tu conosci Henri Meschonnic! Mi è capitato d’incontrarlo e a Parigi sono anche stato ospite del Centre National du Livre fondato da lui! Ma torno alla domanda: il ritmo è la struttura portante di tutto ciò che faccio. Non solo in poesia o nella scrittura, anche nella vita. Sono con Meschonnic nel dire che questo mi rende umano. Poi, per restare umano, m’ispiro piuttosto a Vittorio Arrigoni. Non sono due logiche divergenti: anzi, si integrano perfettamente e l’una fa vivere l’altra. Meschonnic osserva come il gesto poetico “in atto” trasmetta umanità all’essere che lo agisce, ma trasmette anche, aggiungo io, a chi riceve, ascolta, sente e vede. L’esempio di Arrigoni ci invita a mantenere l’esemplarità di questa condizione anche nel gesto quotidiano. Siamo sempre sull’etica.

Ora però ti porto anche sul piano tecnico. Il ritmo per me è l’amministrazione del respiro. Ed è anche una delle conoscenze che metto in atto, insieme al canto che ne deriva, per mantenere accesa l’attenzione dell’altro che mi ascolta o mi legge. Nel contratto del codice civile, perché sia valido, ci sono tre regole ferree che riguardano l’Oggetto, la Forma, la Sostanza. Il contratto che stipuliamo con il fruitore dell’arte, in questo caso della poesia, contiene le stesse regole. Scusa se mi cito e mi ripeto, ma se ho trovato una sintesi in precedenza, mi parrebbe ipocrita fingere di “inventarla” adesso. Molto tempo fa ne avevo intuito (e anche scritto) il concetto. Si compone di tre elementi connessi e imprescindibili: saper attrarre con il “genio” dell’intuizione, avere il “mestiere” per saper mantenere l’attenzione e la tensione fino in fondo, saper calare e trasportare il “senso”, la sostanza. Se ne cade uno, non si ha l’opera, il contratto col fruitore non è valido. Un rapporto col ritmo e col canto è dunque obbligato nella pratica del mio mestiere. È il sostegno tecnico perché uno scritto sia ascoltabile e leggibile e non cada l’attenzione. Sono i miei fondamentali necessari, e mi legano alla musica: il ritmo, la cadenza, la sonorità, le dinamiche. Ma attenzione! tutto questo è necessario per la poesia, ma non è la poesia. Lo dico a chi, con la tecnica, crede di essere arrivato alla poesia. Ma la tecnica, da sola, è degli stupidi: chiunque ne è capace, basta che studi… la poesia è oltre.

Ritmo di parola, ritmo di vita. Sei costantemente impegnato in performances poetiche, traduzioni, scritture, presentazioni in giro per il mondo. Cosa c’è nel tuo futuro prossimo?

Settembre tutto in Sardegna: Palau, Isole che Parlano, dove chiuderò il festival con Marco Colonna nel saluto al mare. Poi a Tempio per Bookolica, un nuovo festival dove sarò con Savina Dolores Massa. Le voglio tanto bene e penso sia la più brava e vera scrittrice sarda di questi anni. Un po’ di giorni di riposo ad Alghero a cui sono legato fin dalla nascita, con anche una serata nel sociale, a Res Publica. Infine con Marco Colonna a Cagliari per Parole Spalancate e ad Ales, nella Casa di Gramsci per un progetto su Gramsci e Pasolini.

In ottobre un concerto a Torino con Michele Anelli, contrabbassista di grande talento, che ho visto solo una volta nel festival Angelica a Bologna. Non so cosa faremo. Si vedrà lì, sul palco.

Poi a Roma per la registrazione di “S T O”, una nuova opera con la composizione di Marco Colonna, eccezionale musicista con cui condivido fraternamente progetti e idee già da qualche anno. L’ho pensata per un ambito musicale “post-punk” ma so già che, quando sarò lì per registrare, ciò che succede nell’attimo prenderà il sopravvento su qualsiasi mia idea o schema. E, grazie a Marco, diventerà un lavoro “nostro”. Come sempre. E mi piace così.

Infine, se l’Istituto Italiano di Cultura pagherà il viaggio, sempre con Marco Colonna, andrò a Caracas per l’Encuentro Poético del Sur, dove siamo stati invitati per le nostre «traiectorias artísticas y literarias, compromiso militante con la palabra y lucha permanente por un mundo más humano a través de la poesía y la música…». Leggendolo adesso, non ti sembra proprio una risposta alle tue domande? Ma dubito fortemente che le Istituzioni italiane vogliano contribuire.

Intanto uscirà l’edizione italiana di Mentir aux étoiles, un bel romanzo per ragazzi che ho tradotto in luglio. E, non ultimo, aspetto con ansia l’uscita della mia versione italiana di Raúl Zurita, grandissimo poeta e amico cileno. Un lavoro che mi ha appassionato moltissimo. Tradurre un poeta è riscriverlo completamente. Il libro sta arrivando, ma non so ancora quando.

Intanto scrivo… e ho diversi progetti in embrione. Alcuni finiti, ma non vado mai a cercare gli editori, non mi propongo a nessuno. Ti confesso che non sono particolarmente attratto dall’idea di pubblicare. Preferisco dirli, leggerli in pubblico, in concerto. Considero i miei lavori sempre imperfetti, limitati, da superare con i prossimi. Dunque restano lì. Ma se capiterà… vedremo.

A te che giri il mondo, perché la tua scrittura si nutre di gesti concreti, chiederei di congedarci con un invito alla lettura. Di questa nuova generazione di scrittori e poeti, quale nome ti sentiresti di raccomandare?

L’ultimo giovane poeta su cui ho lavorato con forte convinzione è Billy Ramsell, un giovane irlandese tradotto in Italia da Lorenzo Mari e introdotto da me. Davvero un grande! Ma non indico né consiglio niente a nessuno, nemmeno lui: che ognuno si trovi i suoi come ho fatto io… Diamine! Fate un piccolo sforzo! Guardatevi attorno. Siate contenti di farlo, ma non accontentatevi mai.

Ohi ohi… ho chiuso l’intervista con un consiglio da anziano. Brutto segno. Vuol dire che sto diventando presuntuoso e noioso come quelli che pontificano e danno giudizi su tutto col tono da predicatori. Ne conosco qualcuno qui attorno. Ditegli di smettere, non ascoltateli, ribellatevi e indignatevi. E, se lo faccio, non ascoltate neppure me.

 

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