In primo piano · Libro d’artista

Il libro d’artista nelle Edizioni Il Bulino di Roma. Beatriz Salvo Castro intervista Sergio Pandolfini

Come possiamo raccontare la storia della stamperia Il Bulino? Quando, perché e come nasce?

Fin da ragazzo mi sono interessato al mondo dell’arte, sono figlio di un artista e questo mondo mi ha sempre affascinato. Mi piaceva sfogliare le monografie dei grandi pittori e come tanti ragazzi sognavo di fare l’artista. Sono arrivato a Roma dalla natia Palermo, ho frequentato il liceo artistico e successivamente l’Accademia di Belle Arti in via Ripetta. Già allora avevo, grazie a mio padre, un piccolo studio dove avevo cominciato a dipingere e disegnare ma, dopo qualche esposizione, mi sono appassionato alla tecnica dell’incisione. Con mio padre decidemmo allora di approfondire questa tecnica, comprando un torchio Bendini. Nonostante il nostro fervore, furono parecchi i tentativi prima di avere dei buoni risultati. Non ho avuto un maestro vero e proprio, ma la mia voglia, la mia curiosità e soprattutto i consigli di una cara amica, Adriana Settimi della stamperia Grafica dei Greci e dei suoi collaboratori, mi hanno permesso di ottenere buoni risultati. Era l’inizio degli anni Settanta.

Solo con il tempo ho affinato le tecniche raggiungendo risultati professionali. La conoscenza di diversi artisti e la voglia di confrontarmi con loro, mi ha dato poi lo scatto per andare via da casa e costruire quello che, in quel momento, mi sembrava la mia strada. Arriviamo così alla fine degli anni Settanta: ovviamente il mio obiettivo era di mettere in piedi una stamperia. Per un periodo ho lavorato sotto padrone per poter affittare un locale e cominciare a lavorare in proprio.

Nel 1979 ho trovato un piccolo locale nel rione Monti, dove abitavo, nel quale ho iniziato a realizzare le prime stampe per molti amici artisti. Questo è stato l’inizio di un cammino che mi ha portato anche ad aprire una galleria, senza mai tralasciare l’attività della stamperia.

Cos’è un libro d’artista? Come nasce lidea? Cosa cè di innovativo nella produzione del Bulino? Quali sono i valori tradizionali a cui ha voluto essere fedele e quali sono state le sue innovazioni?

Il libro d’artista nasce, secondo molti studiosi, con le Avanguardie storiche del Novecento e in particolare con il Futurismo. In un brano de Gli indomabili (1922) Marinetti teorizza la smaterializzazione del libro consueto per una sua trasfigurazione e decontestualizzazione in forme e materiali che potessero esaltare il contenuto di un libro-oggetto d’arte o ne potessero indicare un senso inusuale, ma sempre in una logica di esaltazione del valore culturale, formativo, creativo che un libro può e deve ricoprire.

Proprio per realizzare questa esaltazione del libro sono nati libri indistruttibili con pagine in latta, copertine in legno e nei materiali più strani ed eterogenei possibili e nelle forme più incredibili.

Nel mio caso cerco di mantenere i valori tradizionali (stampa dei testi con caratteri mobili, cucitura a mano dei fogli) e lasciare libero campo all’artista che interviene sulle pagine. I miei libri d’artista non nascono sempre allo stesso modo: posso partire dal poeta o viceversa. Cerco quasi sempre di fondere la poesia con le immagini che non devono essere l’illustrazione dei testi poetici, anche se poi dei rimandi necessariamente vengono fuori.

Aprendo la mia Galleria nel 1994, diedi anche inizio alla mia avventura di editore e, con la collaborazione dell’amico Enrico Pulsoni, nacque la collana Duale, un luogo dove si incontravano due personalità, anche molto diverse tra loro ma accumunate da sensazioni e visioni che potevano scaturire dalla reciproca lettura.

Risulta fondamentale per me trovare, in ogni nuova pubblicazione, quell’appiglio che mi permette di abbinare un artista e la sua controparte poetica, in modo da creare empatia tra loro.

Di rado gli artisti hanno interpretato entrambe le parti: è il caso di Guido Strazza o Bonalumi che hanno usato loro testi da affiancare alla loro grafica.

Il lavoro del libro d’artista è molto complesso, soprattutto se si vogliono mantenere certe regole. In ogni libro che realizzo cerco di apportare piccole modifiche in modo da distinguerli l’uno dall’altro. Ecco perché cambio spesso anche il formato: l’ultimo, presentato recentemente alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, è il libro dalle dimensioni più grandi che abbia mai realizzato. Grazie alla trentennale amicizia con uno dei più grandi incisori italiani, Guido Strazza, sono orgoglioso di questo progetto, costato due anni di lavoro, che è soprattutto un omaggio a questo straordinario artista.

L’editore è anche una sorta di regista. Come fa a dirigere gli artisti che dialogano in ogni opera? Dà loro qualche indicazione o concede piena libertà? Ci può descrivere il processo di produzione di un libro darte, visto che sicuramente c’è in ogni manufatto che realizza una parte della sua personalità

Non mi sento un regista che impone la propria visione, mi piace però confrontare le mie idee con le esigenze degli altri. Di norma propongo una idea di partenza, ma se l’artista me ne suggerisce una più interessante, non ho nessun problema ad accettarla. Quando ci troviamo d’accordo, iniziano i preparativi per l’esecuzione del manufatto. Una parte importante la riveste la carta perché ogni artista ha bisogno di un supporto specifico per la tecnica che utilizza. Stampiamo prima i testi per poi consegnare all’artista i fogli che verranno lavorati a secondo del progetto, solo allora inizia la fase di allestimento e cucitura. Anche se il libro contiene delle incisioni, i testi vengono stampati precedentemente per poi essere bagnati e tirati al torchio a mano. Penso sempre ad un cofanetto di colore e materiale diverso che contenga il volume, perché lo considero alla stregua della “cornice del quadro”.

Se contatto un artista che non ha mai fatto grafica, non per questo rinuncio al progetto. Da lì nascono le mie sfide. Ad esempio Claudio Verna che mi disse di non sapere da dove cominciare: a quel punto gli proposi, conoscendo il suo modo di lavorare, di fare degli interventi a pastello. Inizialmente fu scettico, ma mi disse di stampare comunque le poesie di Jolanda Insana e che ci avrebbe pensato sopra. Una volta stampati i testi, lo chiamai e gli portai i fogli sui quali doveva intervenire. Dopo una settimana Verna mi telefonò per annunciarmi il suo arrivo. Con mia grande sorpresa aveva già finito il lavoro e mi stupì ancora di più dicendo che si era talmente divertito al punto che non riusciva più a staccarsi da quei fogli… È ovvio che ogni artista ha i suoi tempi e i suoi modi di procedere. Giulia Napoleone, per esempio, che ha voluto fare interventi originali a china sul libro di Adonis, dal 2008 ad oggi, ne ha conclusi sedici sui trentacinque previsti. 

Sono giorni difficili per il libro dartista? Come si è adattato alle difficoltà del mercato?

Non credo che ci sia una crisi del libro, anzi, vedo che molti artisti si cimentano nel libro oggetto (sovente in copia unica) o in piccole tirature. In Italia il libro d’artista è un fenomeno di nicchia, ma oltralpe le cose funzionano diversamente: in Francia, in Inghilterra, in Svizzera, in Germania editori e artisti continuano a produrre libri e grafica originale perché c’è una cultura e un interesse più radicato rispetto a noi.

La crisi la troviamo soprattutto nella grafica originale. Negli anni Settanta c’è stato un vero boom: quasi tutti gli artisti producevano grafica, spesso, facendo riprodurre dalle stamperie d’arte con mezzi meccanici (fotoincisione, fotolito) le loro immagini evitando di lavorare direttamente sulle lastre come si dovrebbe. In quegli anni le stamperie d’arte nascevano come funghi. Il fenomeno ha cominciato ad avere problemi quando ci si è accorti che alcuni editori, vista la notevole richiesta, stampavano centinaia e centinaia di copie dello stesso soggetto (ufficialmente erano tirature di 100/150 esemplari, in realtà dieci volte di più…). Scoperta la cosa, i collezionisti hanno cominciato a dirottare altrove i loro interessi, procurando un danno ingente al mercato, una vera e propria battuta d’arresto. Gli artisti stessi non amano più fare grafica, motivo per cui gli incisori ormai sono pochissimi.

 

Quali sono gli artisti con cui ha lavorato?

Sono tanti gli artisti con cui ho lavorato: da Giulia Napoleone con i suoi fantastici punzoni o maniere nere, Luigi Boille, Carlo Lorenzetti, che tratta le lastre come le sue sculture, Achille Pace e i suoi fili di cotone, Ruggero Savinio, Gillo Dorfles, Paolo Cotani e i suoi interventi a cera sull’acquatinta, Ettore Sordini e la sua scrittura sulle lastre, Agostino Bonalumi con le sue carte estroflesse, Getulio Alviani geniale nel suo linguaggio, Antoni Tapiés con la sua gentilezza, Mario Raciti, Giuseppe Salvatori, Paolo Laudisa, Sandro De Alexandris, Marina Bindella, Mirella Bentivoglio con le sue poesie visive e tanti altri. Con ogni artista ho avuto un rapporto, oltre che professionale, anche umano. Di ogni artista devi conoscere quello che vuole realizzare e molte volte ci devi mettere del tuo, nel senso tecnico. Con Strazza, per esempio, ci sono volute diverse prove all’inizio del nostro sodalizio per capire cosa voleva ottenere: adesso, dopo trent’anni, stampo le sue lastre senza le sue indicazioni, perché ho imparato a conoscerlo e sono pertanto in grado di sapere come interpretare e realizzare i suoi desideri. 

Qual è stata la vera sfida in tutti questi anni di lavoro?

Ogni giorno il nostro lavora è una sfida perché non esiste la monotonia come potrebbe sembrare ad occhi inesperti: quotidianamente bisogna superare scogli tecnici, inventare modi e strumenti artigianali per ottenere uno specifico risultato. Credo di avere ottenuto molto in stima e apprezzamento ma le sfide non finiscono mai, come gli esami di Edoardo De Filippo: dalla sfida iniziale di avere un mio laboratorio, alla galleria, chiusa purtroppo nel 2010, ho in mente alcune idee che spero di mettere in pratica molto presto.

Qual è stato il libro più difficile da produrre?

Non c’è in realtà un libro più difficile di un altro: se c’è la volontà e la professionalità, tutti i problemi si possono risolvere.

 

 

Di certo l’ultimo libro di Strazza è quello più complesso, ma la difficoltà è dovuta soprattutto alle dimensioni, al numero di pagine, all’allestimento e alla doppia copertina con i caratteri a caldo. Ma adesso che è finito, vorrei ricominciare un’altra avventura.

 

 

 

Una mamma sa sempre dove sono i suoi figli; accade lo stesso a lei con i suoi libri?

Più o meno: partendo dalle istituzioni pubbliche ci sono miei libri al Museo di Villa dei Cedri di Bellinzona, al British Museum di Londra, al Museo di arte contemporaneo del Vaticano, alla Galleria Nazionale d’arte Moderna di Roma e così via. Riguardo alle collezioni private, posso dire che ve ne sono svariati in diverse parti del mondo.

Il Bulino a Macerata 

 

 

 

 

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