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Tex Willer, ovvero Gian Luigi Bonelli tra Aristotele e Dante, di Giuseppe Noto

Giuseppe Noto insegna Filologia romanza, Letteratura teatrale del Medioevo romanzo e Didattica della lingua italiana presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Torino. È stato il primo direttore del Centro interateneo per la formazione degli Insegnanti della scuola secondaria del Piemonte. Componente del Giscel (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione linguistica) Piemonte, è presidente della SIFR (Società Italiana di Filologia Romanza) -Scuola e assesseur del Conseil dell’AIEO (Association Internationale d’Études Occitanes). Si occupa di letteratura medievale in lingua d’oc, d’oïl e del . È cultore di fumetti (Tex) e di romanzi gialli (Simenon, Camilleri e Manzini). Nel (poco) tempo libero canta e recita. Forse ricomincerà a ballare il tango.

Tex, il personaggio creato dalla penna di Gian Luigi Bonelli (1908-2001) e dalla matita di Aurelio Galleppini (in arte Galep, 1917-1994), vede la luce nel 1948, sull’onda del successo del fumetto western americano e al contempo come risposta italiana a esso: da allora, e per più di settant’anni, la serie a fumetti sul ranger del Texas e capo dei pellerossa Navajos (col nome di Aquila della notte) si è assicurata un notevolissimo successo, giungendo inoltre «a influenzare diversi aspetti del costume e altre forme di espressione artistica, ad esempio i film western “all’italiana”» (Fiorenzo Toso, Saggio di onomastica texiana, in «il Nome nel testo. Rivista internazionale di onomastica letteraria» [ = Atti del XIII Convegno Internazionale dell’Associazione Onomastica & Letteratura, svoltosi a Sassari dall’8 al 10 ottobre 2008], 11 (2009), pp. 437-448, a p. 438), fino a divenire essa stessa mitopoietica, giacché il personaggio di Tex Willer è indubbiamente divenuto un vero e proprio mito pop.

Nella tradizione culturale italiana è stato il grande linguista Bruno Migliorini (I fumetti, in Id., Profili di parole, Firenze, Le Monnier 1968, pp. 92-93) a codificare l’idea del fumetto come genere di «bassa letteratura». Non è questa la sede per discutere di tale idea sul fumetto tout court in quanto espressione artistica: colpisce però come il grande “fumettaro” Claudio Nizzi, riflettendo sulla propria esperienza di sceneggiatore di Tex (fu in sostanza, come vedremo tra poco, il successore di Gian Luigi Bonelli), abbia recentemente dichiarato nel corso di un’intervista (a Roberto Guarino, Tex secondo Nizzi. Intervista a Claudio Nizzi, Torino, Allagalla, 2012, p. 104):

Nella stragrande maggioranza i fan di Tex non hanno una grande cultura fumettistica. Lo zoccolo duro dei lettori non è quello di chi frequenta le mostre dei fumetti e partecipa ai forum su Internet, ma di quelli che leggono Tex con la semplicità con cui le donne di una volta (e anche quelle di oggi) leggono i fotoromanzi di Grand Hôtel.

Non so se esistano ancora (o se siano mai esistite) donne che «leggono i fotoromanzi di Grand Hôtel» con «semplicità»; però non ho difficoltà alcuna a riconoscermi appieno nell’identikit del lettore medio di Tex tracciato da Nizzi. E tuttavia io sono anche un filologo e un docente universitario e un formatore di insegnanti: e come tale ritengo che sarebbe un grave errore sottovalutare le forme riconducibili alla cosiddetta Trivialliteratur, poiché esse permettono di studiare i meccanismi della produzione (e della ricezione) artistico-letteraria nelle loro forme più “semplici”: un esempio palmare è costituito, a mio parere, dal romanzo giallo, ove i meccanismi della narrazione sono più evidenti e scoperti, e dunque più facilmente analizzabili.

A questo proposito mi piace lasciare la parola a uno dei miei maestri, lo storico del teatro Gian Renzo Morteo (Ipotesi sulla nozione di teatro, Torino, Giappichelli, 1977, pp. 12-13, nota 1), con l’avvertenza che quanto lui afferma sulle forme spettacolari e teatrali vale a mio avviso in generale per ogni espressione artistico-culturale: le forme “semplici”

consentono di studiare il fenomeno […] nelle sue strutture più elementari e spesso in termini di grande evidenza, dato il largo consenso di pubblico che per lo più riscuotono. Questi tipi di spettacolo hanno in comune la caratteristica di eccitare lo spettatore: sottraendolo al senso e al peso della sua realtà quotidiana e delle sue responsabilità, con una conseguente produzione di euforia; facendogli vivere fantasticamente una vita più intensa e al medesimo tempo (di solito) più facile, in cui ambizioni represse e frustrazioni trovano una apparente soluzione. Si pensi che cosa sono i fumetti amorosi per le fanciulle piccolo borghesi, o i western per gli adolescenti, i sedentari e gli intellettuali. Nel processo messo in moto dallo spettacolo “inferiore” si notano due aspetti connessi tra loro:

  1. a) potenziamento vitale dello spettatore, in virtù di un alleggerimento dei carichi abituali, o di una identificazione con l’eroe dell’avventura immaginaria. Tale potenziamento, che lo “carica”, rispondendo a un bisogno fondamentale, è di per se stesso positivo;
  2. b) raggiungimento del potenziamento mediante mezzi espressivi e di comunicazione spesso tecnicamente pregevoli, ma inseriti in un contesto culturale degradato e, ciò che è peggio, finalizzati al condizionamento della persona. Per tale aspetto il fenomeno è nettamente negativo, reazionario e da rifiutare. [Se questo riguardi anche Tex sarebbe interessante discutere] (Tale giudizio può però venir modificato in rapporto a determinate “strutture di ascolto”, per usare un’espressione del linguaggio sociologico). […] Lo spettacolo “inferiore” è interessante anche sotto il profilo del linguaggio, cioè dei mezzi di espressione e comunicazione, in quanto esso presenta caratteristiche particolarmente evidenti e pertanto esaminabili con profitto.

Cercando di penetrare più a fondo nei motivi specifici dello specifico successo di Tex, bisognerà sottolineare come esso si spieghi soprattutto guardando ai meccanismi narrativi orchestrati con grande maestria da Gian Luigi Bonelli, capace di rielaborare con grande efficacia gli archetipi tipici della narrativa d’avventura (e del fantastico) dell’Ottocento e della prima metà del Novecento (illuminanti in proposito le osservazioni di Ivano Paccagnella, “Válgame Dios, pards!”. Così parlò Tex Willer, in La parola al testo. Scritti per Bice Mortara Garavelli, a cura di Gian Luigi Beccaria e Carla Marello, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2002, 2 voll., II, pp. 605-620; e soprattutto le dense pagine di Gino Frezza su Le matrici narrative in Tex, in Id., Le carte del fumetto. Strategie e ritratti di un medium generazionale, Napoli, Liguori, 2008, pp. 184-204); ma anche temi e motivi dell’epos classico, della narrativa medievale e addirittura di ascendenza biblica (mi è capitato di parlarne in un intervento ospitato dal recente convegno su Rielaborazioni del mito nel fumetto contemporaneo, tenutosi presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento nei giorni 10/11 dicembre 2018).

Per capire i motivi di un successo che ha del miracoloso, bisognerà poi riflettere sull’importanza del mito americano e del mito della frontiera nella narrazione texiana, e su come quei miti abbiano avuto una grande forza di impatto in un contesto storico e sociale molto particolare come quello italiano, a partire dall’immediato secondo dopoguerra e poi ancora negli anni del miracolo economico e oltre (davvero illuminante al riguardo il recente saggio di Elizabeth Leake, Tex Willer. Un cowboy nell’Italia del dopoguerra, Bologna, il Mulino, 2018); e in particolare bisognerà badare a come il mito americano e il mito della frontiera siano da Gian Luigi Bonelli rielaborati in una direzione che è, a un tempo, profondamente libertaria  e innovativa, come risulta evidente anche solo per il fatto che il punto di vista non è esclusivamente quello dei wasp ma anche quelli dei pellerossa nativi: da questo punto di vista il Tex di oggi, che a me pare sempre più un pistolero solitario, incattivito, violento e non di rado calato in una atmosfera da romanzo gotico quando non da noir, si può avvicinare in termini cinematografici a Il giustiziere della notte, mentre quello bonelliano era, per restare in ambito cinematografico, un precursore di Soldato blu.

Se poi spostiamo l’attenzione sui meccanismi psicologici indotti dalla lettura (ricezione) di Tex, mi pare che sia possibile individuare qualcosa di molto simile (si parva licet…) a quel che avviene con la lettura di Dante da parte degli adolescenti. Nella mia attività di formatore di insegnanti mi è capitato spesso di riflettere coi docenti sul fatto che Dante piace molto (se non in termini di parole, spesso di difficile comprensione per i ragazzi, «almeno [per] la loro sentenzia») agli adolescenti-studenti, addirittura a quelli della Secondaria di primo grado (scuola media). È ovviamente impossibile individuare in questa sede tutti i motivi per cui ciò avviene; ma è certo a mio avviso che uno di tali motivi, e non tra i meno importanti, sta nel fatto che quello di Dante (come quello di Tex) è un universo complesso ma geometricamente perfetto; un universo dotato di senso e rassicurante, in cui ad ogni azione corrisponde una reazione, ad ogni merito un premio, ad ogni colpa una punizione, con la possibilità però del riscatto grazie al pentimento. Un universo in cui il pellegrino Dante – (come Tex) perennemente in movimento – tramite il proprio viaggio comunica al mondo che la giustizia può esistere: una giustizia elementare, in bianco e nero (e senza grigi), ma possibile (ne ho discusso in una relazione su «Questa è davvero la fine»: riflessioni di un filologo romanzo sulla morte di Tex Willer, presentata al XXII Congresso internazionale di Rocca Grimalda, 22-24 settembre 2017, ‘Ut pictura poesis. I testi, le immagini, il racconto, i cui atti sono in corso di stampa).

Proviamo a tal proposito a riprendere brevemente la categoria aristotelica di «poesia» in relazione a quella di «storia» (Poetica, cap. ix; cito da Aristotele, Opere, volume decimo. Retorica, Poetica. Traduzioni di Armando Plebe e Manara Valgimigli, Roma-Bari, Laterza, 1983, p. 211):

ufficio del poeta non è descrivere cose realmente accadute, bensì quali possono [in date condizioni] accadere: cioè cose le quali siano possibili secondo le leggi della verisimiglianza o della necessità. Infatti lo storico e il poeta non differiscono perché l’uno scriva in versi e l’altro in prosa […]: la vera differenza è questa, che lo storico descrive fatti realmente accaduti, il poeta fatti che possono accadere.  Perciò la poesia è qualche cosa di più filosofico e di più elevato della storia; la poesia tende piuttosto a rappresentare l’universale, la storia il particolare. Dell’universale possiamo dare un’idea in questo modo: a un individuo di tale o tale natura accade di dire o fare cose di tale o tale natura in corrispondenza alle leggi della verosimiglianza o della necessità; e a ciò appunto mira la poesia sebbene a’ suoi personaggi dia nomi propri.

Se la storia rappresenta fatti effettivamente accaduti, e se la poesia fatti che potrebbero accadere, la narrazione texiana ci mostra i fatti come noi vorremmo che fossero accaduti o che accadessero; o meglio: come la nostra parte ‘fanciullina’ vorrebbe che fossero accaduti o accadessero. Per citare uno dei “fratelli” minori di Tex, Ken Parker (il Lungo fucile di Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, uscito per la prima volta nel giugno 1977: anno cruciale…) non ha funzione euforizzante e rassicurante: e invece Tex sì.

E però… e però… Se Ken Parker non è più vivo (da anni non compare più nelle edicole con nuove storie), Tex Willer è vivo (e lotta insieme a noi)?

L’ultima narrazione texiana di Gian Luigi Bonelli (non delle sue migliori, a dire il vero) è  l’albo numero 364, recante la data del primo febbraio 1991 e intitolato Il medaglione spagnolo. Seguiranno alcune altre storie firmate da lui, ma da ascrivere in realtà a un ghostwriter che in séguito avrà (come già si è accennato) successo come sceneggiatore texiano: Claudio Nizzi. Questi sarà per più di venti anni il principale autore di Tex, fino a che, a partire dal 2005, prima rallenterà e poi interromperà la sua collaborazione (in minima parte ripresa di recente, a dire il vero). Gli sceneggiatori successivi, come ha dichiarato qualche tempo fa lo stesso Nizzi con un’opinione tranchante che personalmente condivido in toto, si allontanano dal «carattere di Tex» e dai «canoni narrativi» tracciati dal suo creatore: «Forse ritengono»  ̶  dice Nizzi a Roberto Guarino (Tex secondo Nizzi, cit., p. 204)  ̶

che il tipo di storie e lo stile di Gianluigi Bonelli (e mio) siano invecchiati. A provarlo sono le storie più recenti, dove Tex è completamente cambiato. I tempi della leggerezza e dell’ironia sono lontani anni luce. Il Tex di oggi è duro, serio, cupo. Forse pensano che sia più adatto ai lettori di oggi. Può darsi, ma non è più Tex.

Il Tex di oggi – «duro, serio, cupo» (quello di cui parla, come si è appena visto, Nizzi), e così lontano dagli atteggiamenti ribellistici e antirazzisti del Tex di Bonelli (che era capace di essere ponte tra culture, tra la prateria dei coloni bianchi e il tepee del popolo rosso, tra il mondo dei wasp e quello degli ispanici e dei neri d’America) – a me pare diventato un personaggio come tanti, tra i tanti a disposizione sul mercato.

L’utopia e il sogno anarchico di un mondo giusto, libertario, tollerante e antirazzista evidentemente sono ormai moneta fuori corso.

giuseppe.noto@unito.it

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