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Vanni e la Sicilia. Alberto Samonà intervista Sergio Palumbo

Sergio Palumbo, giornalista e documentarista messinese, come autore e critico letterario è presente con proprie opere nelle più autorevoli biblioteche e università del mondo. Nel suo archivio custodisce un epistolario con alcuni dei maggiori intellettuali italiani contemporanei. Ha organizzato mostre documentarie e bibliografiche, ha curato cataloghi, antologie e carteggi  fra cui Eugenio Montale, Lettere a Pugliatti. Montale e la critica nel carteggio con Salvatore Pugliatti e tre lettere di Elio Vittorini (1986). Ha realizzato programmi radiofonici per la Rai. Suoi documentari televisivi sono stati trasmessi da Raitre. È autore della più completa bibliografia critica dell’opera poetica di Lucio Piccolo nell’integrale ristampa per le edizioni Scheiwiller (2001). Tra i suoi saggi in volume: Una polemica fra Vann’Antò e Pasolini (1988), L’altra faccia dell’isola. Incontri con Leonardo Sciascia (1996); Montale e la Sicilia, alla scoperta di nuovi talenti (1998); L’impetuosa giovinezza di antiborghesi senza rimedio. Fascismo e afascismo nella stampa messinese degli anni Trenta (1999); I Piccolo di Calanovella (2001), Strategie e schermaglie sul quasimodismo nel carteggio con Glauco Natoli (2003); La quarta dimensione di Beniamino Joppolo (2010). Nel 2015 è apparso il suo primo libro di narrativa, Tre sogni, tre racconti per le edizioni “Le farfalle”. Nel 2016, sempre per “Le farfalle”, ha pubblicato il volume D’Arrigo, Guttuso e i miti dello Stretto e nel 2017 ancora un saggio, Colapesce e altre leggende normanne di Sicilia, per lo stesso editore.  È l’ideatore e il curatore del Museo virtuale Orion sui miti dello Stretto di Messina per conto della Regione Siciliana. Per informazioni più dettagliate si rimanda al sito www.sergiopalumbo.com

Il marchio editoriale di Giovanni e Vanni Scheiwiller è sempre stato sinonimo di prestigio già a partire dagli anni Trenta. Tu hai avuto la fortuna e il privilegio di pubblicare con Scheiwiller. Dopo la morte di Vanni, avvenuta a 65 anni nel 1999, con un catalogo comprendente più di tremila volumi, la sigla “All’insegna del Pesce d’oro” è diventata un vero e proprio oggetto di culto con importanti pubblicazioni a essa dedicati anche sul piano scientifico. Questa consacrazione è oggi avvalorata dal bel catalogo storico (1925-1999) curato da Laura Novati. Come si spiega il fenomeno Scheiwiller e perché al marchio editoriale fu dato il nome “All’insegna del Pesce d’Oro”?    

Iniziò in sordina il padre di Vanni, direttore della libreria Hoepli a Milano, che nei ritagli di tempo si dedicava a pubblicare libri di arte moderna italiana. Nel 1936 quelle edizioni acquistarono un nome, “All’Insegna del Pesce d’Oro”, e Giovanni Scheiwiller cominciò a stampare anche volumi di poesia. Il nome venne preso da una trattoria milanese in cui si riunivano in lieto convivio pittori e letterati amici di Scheiwiller. La fortuna di Scheiwiller padre e figlio, milanesi con origini svizzere, è legata a microlibri coloratissimi come i coriandoli, i “Pesci d’Oro”. Il marchio editoriale è stato realizzato su un modello numismatico antico, una moneta di Siracusa. A tiratura limitata (mille copie o anche meno) e quasi sempre introvabili nelle librerie, talvolta “superflui”, ma pur sempre deliziosamente confezionati, oggi questi volumetti fanno la gioia di bibliofili e collezionisti. Scheiwiller leggeva i dattiloscritti, correggeva le bozze, curava la stampa e distribuiva i volumi. Ciò nasceva dalla passione per un mestiere praticato in famiglia da tre generazioni e soprattutto dall’amore maniacale per il bel libro. Nel 1951 Vanni, che non aveva ancora vent’anni, subentrò al padre e intensificò la pubblicazione dei suoi “Pesci d’Oro”. Scheiwiller diventò un fenomeno editoriale unico che si identifica con Vanni stesso e non è surrogabile. È un personaggio ormai entrato nella leggenda. A conferma del prestigio crescente di cui gode nel panorama letterario novecentesco, la Novati ha pubblicato il catalogo storico che comprende pure i volumi della Libri Scheiwiller fondata da Vanni nel 1977. Scheiwiller è stato un editore indipendente, coraggioso, spesso controcorrente. È stato l’editore di Ezra Pound e Jorge Guillén, ha stampato Evola e Céline in tempi in cui questi non andavano di moda e, anzi, erano osteggiati dalla cultura di sinistra. È considerato l’erede letterario di Camillo Sbarbaro, ha rilanciato poeti come Noventa, Jahier, Rebora e Piccolo. Lui diceva, che più di essere uno scopritore, era un editore che rileggeva i poeti. I poeti della cosiddetta quarta generazione come Erba, Risi, Giudici, Cattafi, Orelli, hanno iniziato con delle plaquette nel Pesce d’Oro. E Vanni era anche orgoglioso di avere inaugurato la prima collana dei “Novissimi”, i poeti della neoavanguardia del “Gruppo 63”. È stato anche l’editore di scorta di Eugenio Montale per libri che Montale però non avrebbe affidato a nessun altro editore all’infuori di lui. Fra i suoi grandi amici c’erano Sereni, Pasolini, Raboni, Alda Merini, che ha pubblicato con lui come ha pubblicato la polacca Szymborska prima di ricevere il premio Nobel.

Sfogliando il catalogo storico, salta subito agli occhi che la schiera degli autori siciliani occupa uno spazio rilevante per qualità e quantità di titoli. Come nacque il fecondo rapporto umano e intellettuale di Scheiwiller con la Sicilia?

Sono circa una quarantina gli autori siciliani che hanno pubblicato con Scheiwiller. Io l’ho definito il più siciliano degli autori non siciliani. Vanni è stato per me un caro amico, un editore che apprezzavo e un uomo che stimavo. La Sicilia finora non è stata adeguatamente rappresentata nelle opere e negli scritti a lui dedicati. A metà degli anni Cinquanta Scheiwiller venne per la prima volta in Sicilia e il primo impatto fu con la città di Messina. Alla libreria dell’Ospe di Antonio Saitta conobbe il poeta Giovanni Antonio Di Giacomo, in arte Vann’Antò. Entrò a far parte del cenacolo culturale del “Fondaco” e della scanzonata Accademia della Scocca. Conobbe Leonardo Sciascia a Racalmuto e l’etnologo Antonino Uccello nella Casa-Museo di Palazzolo Acreide. In seguito ebbe un memorabile incontro con il poeta Lucio Piccolo a Capo d’Orlando. Sostenitore convinto di Antonio Pizzuto, singolare scrittore d’avanguardia, negli anni Ottanta e Novanta fu un assiduo frequentatore dell’isola facendo anche parte delle giurie del premio di poesia “Vann’Antò” a Messina e del premio letterario internazionale “Mondello” a Palermo. Noi ci incontravano, di regola, dalle tre o quattro volte l’anno in occasione di questi premi, ma anche al premio “Montale” della Spaziani. A Milano andavo a trovarlo in casa editrice e lì mi lasciava carta bianca. “Prendi i libri che vuoi” – mi diceva – e io mi divertivo un mondo. Mi sono potuto fare una ricca collezione di libri Scheiwiller grazie agli autorizzati “saccheggi” nei suoi depositi.

Quasimodo considera Vann’Antò il maggiore poeta in dialetto siciliano della prima metà del Novecento. Si deve proprio a Scheiwiller una rilettura dell’opera poetica di Vann’Antò con la riedizione delle sue maggiori raccolte in versi: dal Fante alto da terra a La Madonna nera, quest’ultima curata da te e che contiene pure un tuo saggio critico introduttivo. Ci vuoi parlare di questo libro e come era il rapporto con Scheiwiller editore?

Vann’Antò è stato uno dei poeti recuperati in pieno da Scheiwiller perché ha ripubblicato le sue opere maggiori sia in lingua che in dialetto siciliano. Ed è stato poi anche in giuria del premio “Vann’Antò” pubblicando anche uno degli almanacchi del premio a lui intitolato. Nel mio documentario televisivo sul premio “Vann’Antò” c’è un suo intervento. Ricordo che la prima volta che fu proiettato a Messina questo documentario in occasione di un premio “Vann’Antò” c’erano in sala fra il pubblico pure i componenti della giuria. A un certo punto, nel buio della sala, Vanni si levò in piedi battendo le mani fra lo stupore degli altri spettatori. Nel testo del documentario si faceva riferimento a Bassani e Bevilacqua quali vincitori del premio che, pur essendo due scrittori noti e importanti, non si potevano considerare poeti puri. Il gesto, in sostanza, intendeva sottolineare che la scelta di questi nomi, proprio perché non erano poeti puri, non andava considerata tra le più felici del premio. A lui questa cosa piacque al punto da manifestarlo in maniera plateale. Come editore era, da buon svizzero, molto preciso e aveva un fiuto particolare. Era un lettore formidabile e possedeva una memoria prodigiosa. Aveva il senso dell’humour, gli piaceva raccontare aneddoti. Citava spesso una battuta di Lucio Piccolo sul poeta Nelo Risi: «Quando lessi Nelo, Risi». Mitici sono diventati i suoi progetti-contratto su fogli volanti. In archivio ne ho tanti e li tengo come piccole reliquie. Lui pensava a tutto, si può dire che il libro non era materialmente pronto, ma una volta avviato il procedimento, se non capitavano intoppi imprevisti, andava in porto nei modi e nei tempi stabiliti. Non era legato al denaro, anzi spesso ci rimetteva come editore. Quando era in difficoltà staccava un quadro dalla parete di casa e lo vendeva. Le poesie complete di Jorge Guillén gli sono costate un De Pisis. È stato inoltre preso da modello da numerosi editori.

Quasimodo è stato uno dei più cari amici di Giovanni Scheiwiller, il padre di Vanni. Gli ha pubblicato Erato e Apollion nel 1936. Con Vanni il poeta Nobel ha collaborato poi pubblicando traduzioni di Cummings, Aiken e le Metamorfosi di Ovidio. Ma soprattutto per la sigla editoriale “All’Insegna del Pesce d’Oro” sono stati pubblicati gli importanti carteggi, allora ancora inediti, con Salvatore Pugliatti e Giorgio La Pira. Cosa pensava Scheiwiller del ridimensionamento dell’opera quasimodiana da parte della critica più recente che considera le sue traduzioni addirittura migliori delle poesie?

Vanni Scheiwiller aveva molto rispetto per Salvatore Quasimodo. Lui non era d’accordo sul ridimensionamento critico della sua poesia. In un’inchiesta che feci nel 1988 per un giornale e poi ripresa in un programma radiofonico della Rai, “La cultura e i suoi luoghi”, con una puntata dedicata a Quasimodo, interpellai lui assieme a Gilberto Finzi, Mario Luzi, Giovanni Raboni e Maria Luisa Spaziani. Scheiwiller trovava assurdo che si parlasse di Quasimodo più grande come poeta o come traduttore. Il poeta Quasimodo resterà in assoluto per i suoi Lirici greci, diceva, che sono poesie di Quasimodo, non semplici traduzioni. Non era solo il grande “traduttor dei traduttor d’Omero”, secondo Schewiller, ma il poeta che nella civiltà letteraria del Novecento ha dato un gusto particolare e rimarrà per questo.

Tu hai pubblicato con Scheiwiller anche una plaquette che oggi è ritenuta un piccolo classico montaliano, un libro che sul WorldCat, il più ampio catalogo informatico bibliografico internazionale, risulta in oltre cinquanta biblioteche e università fra le più autorevoli del mondo. Si tratta di Eugenio Montale, Lettere a Pugliatti. Montale e la critica nel carteggio con Salvatore Pugliatti e tre lettere di Elio Vittorini, All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano, 1986. La prefazione è di Carlo Bo. Il volume contiene nove lettere di Montale di grande interesse, risalenti al 1931, in cui lo scenario è la Firenze del mitico caffè delle “Giubbe Rosse”, del “Gabinetto Vieusseux”, della rivista letteraria “Solaria”. Salvatore Pugliatti collaborava all’epoca proprio a “Solaria” assieme ad altri componenti della brigata di amici celebrata nella lirica Vento a Tindari, Quasimodo e Glauco Natoli. A Firenze vivevano allora Montale e il giovanissimo Elio Vittorini, che era cognato di Quasimodo avendone sposata la sorella Rosina.

Questo libro offrì l’opportunità a Scheiwiller di arricchire il suo catalogo con un altro contributo originale di Eugenio Montale. Il carteggio dà nuova luce a una intensa pagina letteraria dei primi anni Trenta in cui emergono camarille e strategie per ridifinire il canone della poesia italiana dopo Carducci, Pascoli e D’Annunzio. Si parlava allora di poesia pura e critica estetica, ma in incubazione c’era l’ermetismo. Giorgio Zampa recensì il libro sul “Giornale” di Montanelli. Zampa era uno dei massimi cultori montaliani, un critico molto severo, curatore di Tutte le poesie di Montale nella prestigiosa collana dei “Meridiani” di Mondadori. Quindi l’avallo critico di Zampa e la prefazione di un autorevole personaggio come Carlo Bo furono decisivi per il successo del libro. Vanni, la mattina in cui apparve sul quotidiano milanese la recensione di Zampa, mi telefonò tutto contento. Fu una bella soddisfazione per entrambi. Da allora sono diventato, mio malgrado, un montalista.

Petroni, Palumbo, Caproni, Scheiwiller
Petroni, Palumbo, Caproni, Scheiwiller

Venne presentato a Roma nel 1986. Con Scheiwiller, seduti al tavolo nella sala di Palazzo Rivaldi, ci sono Giorgio Caproni, Guglielmo Petroni e Maria Luisa Spaziani. Alla presentazione del libro c’era una certa apprensione da parte dei relatori perché si sarebbe dovuto parlare di un’opera che nessuno, curatore compreso, fino a quel momento aveva visto solo in bozze. All’appello mancava infatti a quell’appuntamento Vanni Scheiwiller, che si era assunto anche il compito di portare le prime copie del libro ancora fresche di stampa. Scheiwiller era puntuale, il suo ritardo doveva essere di certo imputato a qualche intoppo. Ma non si poteva attendere oltre, e così, la Spaziani prese la parola, guadagnando più tempo possibile prima di cederla al curatore. La speranza era che Scheiwiller togliesse tutti dall’imbarazzo, piombando in sala con almeno una copia del libro sotto braccio. Ed è quel che effettivamente accade di lì a qualche minuto con grande sollievo di organizzatori, relatori e spettatori. Solo che Vanni apparve trafelatissimo e non con una copia, bensì con una sporta di libri. Era carico come Babbo Natale, affaticato da quel fardello che si trascinava dietro da Milano dopo un viaggio in aereo disastroso. Alla bisogna l’editore tuttofare faceva anche il facchino e anche per questa sua umiltà Scheiwiller era davvero unico.

C’è una lettera di Montale particolarmente interessante?

Quasimodo, Pugliatti e Petrocchi all'Università di Messina nel gennaio del 1960 per la laurea honoris casusa al poeta
Quasimodo, Pugliatti e Petrocchi all’Università di Messina nel gennaio del 1960 per la laurea honoris causa al poeta

Una lettera in particolare va menzionata. Contiene il bellissimo giudizio di Montale a una interpretazione del Pugliatti sulla poesia quasimodiana Vento a Tindari. Pugliatti aveva scritto per “Solaria” un sottile saggio critico su quella lirica che Montale ebbe modo di leggere prima della pubblicazione. Anche le lettere di Elio Vittorini a Pugliatti sono un documento straordinario. In esse Vittorini si riferisce a una recensione di Pugliatti ad Ossi di seppia. Pugliatti la pubblicò su “Solaria” e Vittorini entrò in polemica con lui per la lettura crociana della poesia montaliana basata sul distinzionismo fra poesia e non poesia. Pugliatti se ne risentì. Si misero di mezzo Montale e Quasimodo per farli riappacificare e così Vittorini scrisse a Pugliatti per scusarsi.

Anche Stefano D’Arrigo, molto prima di scrivere il suo romanzo Horcynus Orca, esordì come poeta pubblicando nel 1957 un “Pesce d’Oro” intitolato Codice siciliano. Si può considerare quindi una scoperta di Scheiwiller?    

Si può parlare in questo caso di una vera e propria scoperta editoriale perché fino ad allora Stefano D’Arrigo aveva pubblicato solo articoli e brevi saggi soprattutto di critica d’arte. La plaquette apparve in trecentocinquanta copie numerate nel maggio del 1957. Io posseggo l’esemplare n. 176 con dedica autografa dell’autore. Ottenne subito un significativo riconoscimento al premio “Crotone”, la cui giuria era presieduta dal grande critico Giacomo Debenedetti. Lo scrittore messinese ritirò il premio speciale di trecentomila lire in Calabria nel luglio del 1958. In giuria c’erano anche Gadda, Ungaretti, Moravia, Repaci. Questa raccolta di versi si può considerare l’incunabolo di Horcynus Orca, il capolavoro di D’Arrigo che uscì per Mondadori nel 1975. Codice siciliano fu invece ristampato nella collana mondadoriana dello “Specchio” nel 1978. Anche questo oggi è un libro introvabile. Mesogea lo ha ripubblicato nel 2015.

In un tuo articolo apparso sulla “Gazzetta del Sud”, dal titolo suggestivo, “I magici coriandoli di Vanni Scheiwiller”, sostieni che se Cattafi, Piccolo e D’Arrigo si sono messi in evidenza o hanno ricevuto nuova luce poetica, ciò si deve anche e soprattutto alla generosa attenzione editoriale di Scheiwiller. Effettivamente anche un poeta come Cattafi, le cui opere principali figurano nel catalogo Mondadori, è stato sempre valorizzato da Scheiwiller a cominciare dalla raccolta Qualcosa di preciso del 1961, fino a Occhio e oggetto precisi del 1999. Quale fu il rapporto di Cattafi con l’editore milanese?

Sicuramente Scheiwiller ha dato un contributo importante per mettere in luce un esordiente come D’Arrigo o per rilanciare l’interesse nei confronti di poeti come Piccolo e Cattafi. Il rapporto con Bartolo Cattafi andava al di là della collaborazione editoriale. Erano amici fin dai tempi in cui Cattafi viveva a Milano negli anni Cinquanta e Sessanta. Cattafi allora debuttò come poeta con due raccolte di versi pubblicate nelle Edizioni della Meridiana curate da Vittorio Sereni. Poi passò alla scuderia Mondadori nel 1958 con Le mosche del meriggio e dal 1961 instaurò un rapporto di lunga fedeltà anche con Scheiwiller. Cattafi a lui e al padre Giovanni ha reso omaggio con una lirica che è contenuta in 18 dediche del 1978. Quando Cattafi si ristabilì in Sicilia nella sua villa in contrada Mollerino, a Terme Vigliatore, Vanni Scheiwiller lo andava a trovare spesso in occasione dei suoi viaggi isolani. Il poeta messinese sposò Ada De Alessandri e volle al suo fianco anche Scheiwiller come testimone di nozze. Cattafi purtroppo morì prematuramente, stroncato da un male ribelle nel 1979. È ritenuto uno dei maggiori poeti della cosiddetta “quarta generazione” e finalmente adesso si può leggere tutta la sua opera in versi in un bel volume curato da Diego Bertelli.

Scheiwiller ha pubblicato anche libri singolari e curiosi. Fra i titoli siciliani c’è qualche opera particolare in tal senso?

Un libro sicuramente curioso è Le zie di Leonardo di Gonzalo Alvarez Garcia del 1985. L’autore era un sacerdote spagnolo che negli anni Cinquanta visse per un certo periodo in Sicilia e qui conobbe Sciascia, Piccolo e Lampedusa. In questo suo libro di memorie ricordo l’amicizia con Leonardo Sciascia, un’amicizia durata dieci anni, ma che s’interruppe definitivamente dopo che Ȧlvarez Garcia abbandonò l’abito talare. L’autore non è molto tenero con Sciascia, ancora agli inizi della sua carriera letteraria. Lo giudica un uomo ambizioso, calcolatore, freddo. Ora questa immagine sconosciuta di Sciascia gettava ombre sulla sua “purezza” di uomo e di scrittore. Sciascia era visto come un personaggio intoccabile per gli “sciascisti” più integerrimi. Il dattiloscritto non piacque agli editori a cui il prete spagnolo lo sottopose. Non volle pubblicarlo nessuno quel libello sospetto, tanto in meno in Sicilia. Lo fece invece Vanni Scheiwiller e in una appassionata nota in calce al volumetto l’editore milanese difende la sua scelta editoriale perché il libro non offende l’onore Sciascia. Si considerava un editore mancato di Sciascia col quale aveva progettato di pubblicare un libro. Né Sciascia, né Bufalino, né Consolo figurano nel catalogo Scheiwiller. Vanni diceva che nel 2001 avrebbe voluto pubblicare un “Catalogo dei libri mai pubblicati”, delle occasioni mancate e delle speranze tradite. “Sarà un catalogo bellissimo – diceva -, tutto di libri bellissimi, senza paragone con quanto ho saputo (o potuto) realizzare”. Non è riuscito nell’intento, il buon Vanni, ammesso che lo avrebbe fatto davvero, perché se ne è andato due anni prima di mettere mano a questo suo bislacco progetto.

Nel catalogo storico delle edizioni Scheiwiller figura pure un saggio di Francesco Orlando, Ricordo di Lampedusa. È una testimonianza davvero preziosa su Tomasi di Lampedusa perché Orlando narra la sua educazione letteraria con quest’uomo coltissimo prima che diventasse celebre per il romanzo Il gattopardo. Orlando parla anche di Lucio Piccolo?

Francesco Orlando, che insegnò lingua e letteratura francese e teoria della letteratura nelle Università di Pisa, Napoli e Venezia, ebbe la ventura in gioventù di prendere privatamente lezioni dal principe Tomasi di Lampedusa che non era ancora famoso perché, come si sa, lo divenne solo dopo la pubblicazione postuma del suo romanzo Il gattopardo. Di Lampedusa si conosceva ben poco, se si escludono le testimonianze del figlio adottivo Gioacchino Lanza Tomasi e del cugino Lucio Piccolo. In vita ha rilasciato solo un’intervista, al convegno di San Pellegrino Terme, quando accompagnò Lucio Piccolo alla sua prima uscita pubblica di poeta. E fu un’intervista non ufficiale, perché al cronista rispose lui anziché l’imbarazzato e timido cugino. Quindi, questo libro di memorie di Orlando è molto importante. In esso si racconta come Lampedusa fosse un uomo molto colto, che conosceva benissimo lingue e letterature francese e inglese, e trascorreva buona parte delle sue giornate spostandosi da un caffè all’altro a Palermo. Orlando accenna anche a Piccolo. Narra che i due cugini anche quando pranzavano assieme, lui presente, si pungevano a vicenda non solo su questioni letterarie ma anche sull’amore della buona tavola che era pari in entrambi. A questo punto desidero raccontare un aneddoto. Al premio “Mondello”, a Palermo, una volta fu dato di sera un ricevimento nel sontuoso Palazzo Ganci, lì dove Luchino Visconti girò la famosa scena del ballo del Gattopardo. In una grande sala era stato allestito un opulento buffet e i commensali andavano e venivano dal giardino pensile dove potevano sedere ai tavoli. Accanto alla stanza del buffet c’era un’altra sala fastosamente addobbata con una spettacolare fila di specchi alle pareti. La sala era vuota e semibuia. Io mi ero staccato dagli ambienti più affollati e chiassosi per ammirare questa sala degli specchi e vi trovai Vanni Scheiwiller, seduto e in raccoglimento. Pensai che si sentisse poco bene e mi avvicinai per chiedergli come stava o se aveva bisogno di qualcosa. Lui mi rispose: “no, grazie sto bene. Mi hai risvegliato come da un sogno a occhi aperti. Rivedevo la scena del film di Visconti girata in questa sala, ero in preda a un’emozione fortissima”. Ecco Vanni era così, un uomo molto sensibile che in apparenza non sembrava. Mi colpì molto. Mentre tutti gli altri ospiti chiacchieravano e mangiavano altrove, quasi in maniera un po’ “dissacratoria” mi viene da dire fra virgolette, lui ne se stava solo nella “sacra” (sempre fra virgolette) sala degli specchi ripensando al Gattopardo, un’immagine che trovo poetica.

E siamo arrivati a Lucio Piccolo, e che è stato uno dei portabandiera delle edizioni Scheiwiller. Tutta l’opera poetica di Piccolo è stata ristampata da Scheiwiller e anche tu hai dato un contributo nei due volumi editi nel 2001: Canti barocchi e Gioco a nasconder e Plumelia, La seta e Il raggio verde. Come nacque l’amicizia fra Scheiwiller e Lucio Piccolo?

Su come nacque l’amicizia di Vanni Scheiwiller con Lucio Piccolo lo racconta lo stesso editore in una testimonianza pubblicata per la prima volta nel mio libro I Piccolo di Calanovella. Qui si può dire che dopo la pubblicazione di Canti barocchi e Gioco a nascondere Mondadori abbandonò Lucio Piccolo come editore e forse non saremmo ancora a parlare di questo straordinario poeta se non fosse stato per Scheiwiller che pubblicò nel 1967 Plumelia e, dopo la morte dell’autore, tutte le altre sue raccolte di versi. Certamente, per problemi vari, la pubblicazione degli inediti di Piccolo è stata la più sofferta sul piano editoriale per Vanni. Sia per la difficoltà nei rapporti con le persone sia per i tempi, servirono tempi lunghissimi per arrivare a stampare La seta. In una nota proprio in appendice a questa raccolta, Scheiwiller spiega i retroscena della complessa operazione editoriale. Ma il progetto di pubblicare l’opera omnia di Piccolo, purtroppo, non si è concretizzata neppure dopo la scomparsa dello stesso Scheiwiller. Si è fatto in tempo a pubblicare, nel 2001, tutte le poesie, nella collana “Acquario” diretta da Raboni. Personalmente ho curato in ambedue i volumi la nota biografica di Lucio Piccolo e la bibliografia critica sul poeta. Quest’ultima è importante perché si è provveduto per la prima volta al recupero delle iniziali voci bibliografiche che sono state correttamente ordinate sotto il profilo cronologico. Dunque, per chi vuol avere informazioni precise in tal senso deve partire da qui. Ma ora anche questi due volumetti di versi sono introvabili perfino nelle librerie on line e la casa editrice Scheiwiller non esiste più. Bisognerebbe allestire, in effetti, un’edizione critica delle liriche piccoliane per rilanciare con un più adeguato apparato scientifico l’opera di questo autore che forse meglio di Quasimodo e Cattafi resiste nel tempo e piace alle nuove generazioni di poeti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'autore

Alberto Samona
Alberto Samonà è giornalista e scrittore. Dal marzo 2017 è direttore responsabile del quotidiano on-line ilSicilia.it