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Biblioteche e bibliotecari: tradizione, presente e prospettive. Mario Coffa intervista David Lankes

Innanzitutto mi pare doveroso fare la seguente premessa: l’articolo nasce in seguito al mio incontro del 24  ottobre 2017 col prof. David Lankes, ospite a Perugia per un incontro organizzato dalla Regione Umbria insieme con l’Associazione Italiana Biblioteche sezione Umbria e l’Università degli Studi di Perugia dal tema “Participatory Library (le biblioteche partecipative) e bisogni informative emergenti”, il quale incontro suscitò in me, oltre che fascino per la persona (il prof. Lankes appunto) anche per i contenuti del suo intervento; le sue idee, provenienti dal mondo americano, si presentano ad oggi innovative e a differenza di talune pratiche convalidate in Italia nel mondo delle biblioteche ormai da anni, risultano essere a volte addirittura sovversive e “aliene” se rapportate al nostro attuale scenario. Per di più, già l’articolo di Gabriele De Veris dove lo stesso intervista a sua volta il prof. Lankes, è stato un ulteriore prova e certificata attestazione della unicità della visione di Lankes riguardo la costruzioni di reti tra biblioteche; tali reti, come spiega Lankes, sono necessarie oltre che utili, al di là di ogni contesto geopolitico e al di là delle dimensioni (piccola comunità o grandi aree metropolitane), al fine di aumentare la portata di efficienza dei servizi erogati da una biblioteca. Poche e semplici pratiche con lo scopo di valorizzare lo strumento “biblioteca” e per porlo al centro della comunità che nella biblioteca stessa si ritrova, si riscopre e si riconosce. Il taglio di questa intervista, diversamente dalla prima, è orientato alle prospettive che la figura del bibliotecario, oltre che la biblioteca stessa, ha per il prossimo futuro rispetto a quella che è la tradizione consolidata.

Piccola postilla per il lettore: ho preferito, in accordo con la redazione, lasciare contestualmente il testo originale in lingua inglese e la traduzione in lingua italiana, al fine di mantenere “il tono e il suono” della conversazione che, oltre alla qualità dei contenuti, fa emergere oltre alla disponibilità, l’autorevolezza scientifica delle risposte ma anche il cortese e amichevole linguaggio dell’intervistato.

David Lankes è direttore della School of Library and Information Science presso la University of South Carolina, curatore di un blog molto seguito (https://davidlankes.org/blank/), autore di numerose pubblicazioni, tra cui The Atlas of New Librarianship (2011, Cambridge, Ma: MIT Press; trad. it. Atlante della Biblioteconomia moderna, Editrice Bibliografica 2014), premiato come miglior libro di biblioteconomia con il ABC CLIO Greenwood Award, prestigioso riconoscimento dell’American Library Association.

 

Professor Lankes, se dovesse spiegare ad uno studente universitario o ad un normale cittadino, cos’è una “biblioteca”, cosa le direbbe?

Se dovessi spiegarlo ad uno studente di biblioteconomia, ecco cosa direi: una biblioteca è un luogo facilitato e autorizzato, finanziato dalla collettività, assistito da bibliotecari e specializzato nella conoscenza. E’ una definizione un po’ tecnica, ma penso che catturi la vera essenza delle biblioteche ed è valida per qualsiasi tipo di biblioteca. Inoltre mette in risalto la relazione fondamentale che intercorre tra la comunità e i bibliotecari: da un lato le comunità mantengono le biblioteche e ne traggono beneficio, dall’altro lato i bibliotecari le amministrano e le modellano per conto della comunità. Infine, la definizione sottolinea lo scopo fondamentale della biblioteca, cioè quello della conoscenza. Non le raccolte, non l’accesso, e nemmeno l’essere un luogo “terzo”: per quanto importanti, sono aspetti subordinati al fatto che la biblioteca aiuta i membri della comunità a diventare più intelligenti.

Il modo più semplice per agevolare la conoscenza è l’accesso. Per millenni le biblioteche hanno raccolto materiale per aiutare la gente ad imparare. Non solo. Non hanno semplicemente raccolto in modo neutrale:  hanno selezionato, organizzato, valutato, custodito e preservato. Col tempo, mentre cambiavano le raccolte e i problemi che le nostre comunità dovevano affrontare, si è evoluto anche il ruolo del bibliotecario e delle biblioteche che quelle comunità hanno costruito e contribuito a mantenere. Mentre cambiava la nostra conoscenza sul modo di apprendere delle persone, anche il bibliotecario si è evoluto. Le biblioteche hanno cominciato ad adottare strumenti più diretti per interagire con le persone: hanno iniziato a rispondere a domande, a costruire reti tra le risorse, a muoversi “online”. Le forme della facilitazione sono cambiate ma la spinta e la missione rimangono le stesse.

Però questo non è certo quello che direi ad un semplice cittadino. La gente deve capire il potenziale che ha la biblioteca di trasformare e dare significato alla propria vita. Le biblioteche sono esattamente questo: uno strumento che dona alle persone potere e che permette loro di avere il controllo sulla propria vita. Che, in fondo, è anche ciò che fa la cultura. Adoro questa citazione dalla quarta di copertina di “Il capitale umano: viaggio nell’Italia del G7”, un volume pubblicato in occasione dell’anno di Presidenza italiana del G7:

La parola cultura deriva dal predicato latino colere: il riferimento va immediatamente all’arte del coltivare, e, in senso più ampio, alla cura che l’uomo e la comunità mettono nel coltivare se stessi, i loro talenti, i loro progetti, i loro sogni.

La costante attenzione alla terra e il radicamento della propria identità con essa sono espressione della relazione sacrale che l’Uomo ha da tempo immemore stabilito con la Natura. Il paesaggio si trasforma in una sorta di mappa culturale con cui l’uomo si misura con se stesso, una proiezione mistica del proprio sé attraverso la quale egli produce una sua rappresentazione e una sua visione delle cose tale da evocare le opere di meraviglia del creato, a somiglianza di quel desiderio di perfezione che si prova in contemplazione della Madre Terra.

L’Italia è la terra d’elezione di questo sentimento.

Ciò che amo di questa definizione è che la cultura viene vista come una cosa viva e personale. Le biblioteche forniscono alle persone una piattaforma per coltivare se stesse e dare significato al loro ruolo nella società. Suona maestosa, ma è proprio quello che viene chiesto dalle persone che cercano di imparare attraverso corsi o la lettura. La possiamo trovare nelle persone che cercano il piacere della lettura. La narrativa e tutto quello che facciamo per intrattenerci ha a che fare anche con il modo in cui capiamo noi stessi.

Ecco quello che direi ai cittadini: le biblioteche non sono un luogo di commemorazione della cultura, bensì un luogo dove le comunità possono inventare la propria cultura e la propria identità. Non sono solamente luoghi dove si va per diventare più intelligenti, ma anche dove si va per sentirsi parte di una comunità. Proprio come il mercato, la biblioteca è un luogo dove possiamo esplorare tutto quello che vogliamo. Se vedi la biblioteca solo come un edificio per i libri o un posto per studiosi, rimarrai sorpreso. Una biblioteca non ha una forma e una funzione precostituita: è lo strumento che hai a disposizione per costruire, sostenere e rappresentare la cultura di cui fai parte. Nel passato le biblioteche erano un lusso riservato ai reali, al clero e agli aristocratici. Oggi il popolo ha rivendicato le biblioteche per se stesso e poterne trarre il proprio beneficio.

Definito il concetto, il bibliotecario di oggi, versione 2.0, che ruolo e che compiti ha all’interno di questo contenitore e strumento culturale?

In quanto curatore della biblioteca per conto della comunità, il ruolo primo di un bibliotecario è quello di facilitare l’apprendimento e lo fa secondo queste quattro direttive: accesso, conoscenza, ambiente e motivazione.

I bibliotecari facilitano l’apprendimento fornendo accesso al patrimonio della comunità. Questo patrimonio può essere costituito da libri o risorse online, ma anche dai membri stessi della comunità, esperti della materia e reti quali Internet e il prestito interbibliotecario. Inoltre i  bibliotecari facilitano l’accesso del mondo verso la comunità e il singolo membro della comunità: aiutano a creare un patrimonio locale (guide locali, libri di autori locali) e promuovono una visione della comunità al mondo intero.

I bibliotecari facilitano la conoscenza progettando attività mirate all’apprendimento: offrono corsi di alfabetizzazione digitale, lavorano assieme ad esperti per organizzare lezioni, raccolgono materiali didattici e forniscono l’accesso a strumenti come piattaforme grazie alle quali i membri della comunità possono “imparare facendo”.

I bibliotecari facilitano l’apprendimento attraverso la configurazione dell’ambiente e degli spazi. Il modo in cui è organizzato lo spazio fisico fa davvero la differenza. L’ambiente è strutturato per la conversazione e gli eventi oppure è un insieme di piccoli spazi adatti alla concentrazione e al silenzio? Il bibliotecario concepisce lo spazio come una celebrazione del passato o come una struttura che evoca visioni del futuro? I bibliotecari cercano in tutti i modi di creare uno spazio dove la comunità si possa sentire a proprio agio nell’apprendimento; in pratica, un posto sicuro dove poter esplorare idee pericolose. Questo significa garantire la riservatezza degli utenti e significa creare spazi dove gli utenti possano sentirsi entusiasti o fieri.

I bibliotecari facilitano l’apprendimento capendo e stimolando le motivazioni dell’utente. Quando qualcuno vuole conoscere, potrebbe essere per bisogno personale o per necessità esterna (ad esempio, un insegnante che assegna un compito o un capo che richiede una ricerca): i bibliotecari devono sapere assistere gli utenti in questi bisogni, motivandoli, essere alleati attivi nel loro desiderio di conoscenza, di infondere significato alla vita e migliorare la propria situazione.

Il modo in cui si configurano queste quattro modalità di facilitazione dipende in larga parte dalla comunità di cui il bibliotecario è al servizio. Il bibliotecario lavora nel centro storico di Roma o nella campagna umbra? Gli utenti hanno bisogno di accedere a libri di testo o a romanzi d’amore? Il bibliotecario sta aiutando un banchiere o un contadino? I bibliotecari garantiscono che la biblioteca sia concepita per servire la comunità e non insegna alla comunità come lavorare in una biblioteca.

Come ho già detto, moltissime biblioteche nel passato furono create per soddisfare le esigenze di un gruppo esclusivo di aristocratici e l’immagine che si ha di queste biblioteche riflette il modo in cui la società guardava alle classi dominanti. Le biblioteche di epoca rinascimentale o  illuminista venivano costruite per le persone che avevano il tempo di leggere e studiare, non certo per le persone comuni. Tuttavia oggi diciamo spesso che la biblioteca è di tutti. Questo significa che dobbiamo essere in grado di mettere al bando una visione elitaria della biblioteca. Le biblioteche che un tempo ospitavano le collezioni di qualche nobiluomo oggi sono usate per lezioni di danza e concerti di musica. Il lavoro dei bibliotecari è dunque quello di saper lavorare assieme a tutta la comunità per ridefinire il concetto stesso di biblioteca e quello che una biblioteca può fare per la comunità.

Nell’incontro che lei tenne a Perugia parlammo di “biblioteche partecipate”, di costruzione di reti con vari interlocutori della nostra comunità, che vuol dire in termini pratici?

Il mondo è un luogo complesso e sono molti i modi in cui si può aiutare una comunità ad essere più vivace e una persona a riempire di significato la propria vita. Per alcuni, la chiesa è un forte sostegno, una guida; per altri, il volontariato è utile nell’aiutare i membri della comunità a raggiungere i propri obiettivi. Le scuole e le università sono una parte di questo processo di vivacità. I musei aiutano a preservare, interpretare e dare forma alla cultura. Per quanto riguarda le istituzioni, ci potrebbero essere confini insormontabili tra ciò che fanno e la comunità di cui sono al servizio: per il cittadino (sia esso uno studente, un uomo d’affari, un dottore, un avvocato o un artista) tutte queste istituzioni formano una specie di rete a maglie strette.

Più le biblioteche si rendono conto di essere parte di un’intera comunità, più esse saranno in grado di aprire brecce nei muri istituzionali e rendere la vita più semplice per i cittadini. Prendiamo ad esempio una persona che perde il lavoro. Vuole cercare un nuovo impiego. Potrebbe rivolgersi ad un’agenzia per l’impiego. Oppure potrebbe tornare a studiare per svolgere un’altra professione. Proprio la biblioteca può diventare il punto di partenza, perché quella persona può avere accesso libero ad un computer per cercare lavoro su Internet. Una biblioteca deve essere in grado di mediare tra le istituzioni civiche e il cittadino per aiutarlo a mettersi in contatto con l’opportunità che fa al caso suo, all’informazione corretta.

Quali strumenti? Quali istituzioni? Dipende dalla comunità. I bibliotecari creano reti di persone e istituzioni. E’ questa la “raccolta” più preziosa di una biblioteca: le relazioni e le persone che possono fare la differenza nella vita quotidiana dei cittadini.

 

In Italia stiamo ancora “lottando” per il riconoscimento della figura del bibliotecario: AIB (Associazione Italiana Biblioteche) porta avanti questa battaglia puntando soprattutto sulla formazione continua. Su cosa dovrebbe scommettere o puntare tale formazione?

Mi scuso se rispondo in modo astratto, ma penso sia necessario. Gli esseri umani imparano, siamo fatti per questo. Riceviamo informazioni costantemente e cerchiamo di dar loro un senso con quello che già conosciamo. Se vediamo qualcosa che non capiamo, o lo rifiutiamo, o lo interiorizziamo cambiando il modo in cui vediamo il mondo. Essenzialmente, siamo perciò eterni allievi.

Oggi però, quando parliamo di formazione continua, lo intendiamo quasi sempre come un processo di miglioramento continuo, anche dal punto di vista professionale. Vogliamo che gli avvocati si aggiornino per diventare avvocati sempre migliori, e lo stesso vale per gli insegnanti e i bibliotecari. Questa nostra propensione al migliorarsi continuamente, lavorativamente parlando, è essenziale. Le nostre comunità si trovano ad affrontare un mondo che cambia troppo rapidamente perché si possa credere che possiamo imparare un mestiere una volta per tutte. E’ vero, la tecnologia cambia a ritmo vorticoso, ma lo fa anche la composizione demografica delle nostre comunità; l’accesso all’istruzione superiore è sempre più ampio, e muta il mercato globale e la sua influenza sempre maggiore sull’industria locale. Tutte queste spinte enormi fanno sì che le nostre comunità desiderino conoscere e formarsi per dare senso al cambiamento. Allo stesso modo, gli strumenti e le abilità del bibliotecario cambiano per soddisfare i nuovi bisogni. Tutto questo di solito lo riassumo con “se vuoi che la tua comunità progredisca radicalmente, anche la tua formazione professionale deve farlo”.

Esiste qualche ragione per cui le biblioteche italiane non possono adottare un modello di community/apprendimento a favore dei loro servizi?

Assolutamente no. L’hanno già fatto. Penso a grandi biblioteche civiche come la San Giorgio.

A Pistoia, o a realtà più piccole, come nel caso della biblioteca comunale San Matteo degli Armeni a Perugia, vedo biblioteche di comunità basate sulla partecipazione. Penso alla biblioteca Marucelliana e il loro piano ambizioso di aprire la biblioteca alla cittadinanza fiorentina. Se si vuole cambiare bisogna prendere decisioni. Le biblioteche non hanno ereditato una struttura specifica o un insieme di servizi predefinito; come ho detto, le biblioteche sono il risultato del lavoro dei bibliotecari al servizio della comunità. Le persone, bibliotecari e comunità, danno alla biblioteca la forma che è più consona per quella specifica situazione.

Non ci sarebbe la San Giorgio senza Stella Rasetti e i suoi bibliotecari, nè la San Matteo senza Gabriele De Veris e i suoi volontari, nè la Marucelliana senza Katia Bach e il suo staff. Tutto questo è reso possibile dal lavoro tuo, di Anna Maria Tammaro, Cinzia Iossa e Olimpia Bartolucci.

Vengo regolarmente in Italia ormai da più di un decennio e ho potuto osservare la rete di bibliotecari, di membri della comunità, di ufficiali governativi e di studenti che cercano di far sbocciare le loro biblioteche e aprirle verso le comunità. La partecipazione e l’apprendimento sono concetti passati dai margini al centro del dibattito sulle biblioteche, e questo sta succedendo in tutta Europa. I bibliotecari, un tempo considerati rivoluzionari e radicali, occupano ora posizioni di potere, dirigenziali e hanno la possibilità e le risorse economiche per trasformare le biblioteche.

Le biblioteche esistono ormai da oltre 4000 anni, in una forma o nell’altra, e sono sopravvissute non certo perché sono rimaste immutate, ma proprio in virtù del loro costante rimodellarsi a seconda delle richieste delle comunità. Hanno ospitato manoscritti, sono state rimosse le catene dai libri, i depositi sono stati resi pubblici, ed è stata raggiunta una fascia della popolazione sempre più ampia perché questo era ciò che i tempi richiedevano.

Giulio è un giovane diciottenne appena diplomato e vuole fare il “bibliotecario” da grande: che prospettive ha dopo il nostro migliore augurio di buona fortuna?

Non conosco la situazione italiana nello specifico, ma posso dire che stiamo assistendo ad una rinascita della biblioteconomia e delle biblioteche. La crisi bancaria che ha portato al tracollo economico globale risale a più di dieci anni fa. Nell’America del Nord questo ha portato ad una serie di importanti progetti di edificazione di biblioteche,  seguite da assunzioni. In Europa mi pare di capire che l’impiego nelle biblioteche  sia stabile con alcuni investimenti in atto, e le biblioteche sono un’istituzione molto forte nei Paesi Nordici.

La cosa più importante che direi a Giulio è di non limitare le sue aspirazioni alla biblioteca. Le capacità di organizzare le informazioni, di ricerca delle informazioni ed una solida base di etica professionale sono qualità richieste al di là delle biblioteche tradizionali.

L’editoria internazionale sulle scienze dell’informazione è un’industria vivace. La finanza, le università e i governi hanno contratti con aziende private che forniscono ricerca, documenti e servizi di dati. Nelle istituzioni che gestiscono il patrimonio culturale e negli istituti bancari internazionali c’è una grande richiesta di persone qualificate nella gestione dei documenti. L’industria farmaceutica è alla ricerca di professionisti dell’informazione per coordinare team di ricerca e gestire la proprietà intellettuale di milioni di prodotti.

E non solo. E’ importante sottolineare che queste industrie hanno un disperato bisogno del punto di vista del bibliotecario. Abbiamo bisogni di persone come Giulio che combattono per le proprie comunità dentro e fuori dai settori commerciali e governativi. Viviamo in un tempo nel quale l’apprendimento delle macchine e i grandi algoritmi stanno avendo un impatto reale nelle nostre vite.

Le decisioni sulla salute, sui mutui, persino sulle assunzioni lavorative, si affidano sempre di più a codici che vengono presentati come “oggettivi”, quando sappiamo benissimo che la parzialità fa parte del concetto stesso di codice. La voce di un bibliotecario, che richiama all’apertura, all’onestà intellettuale e alle buone pratiche, è fondamentale per la salute delle nostre comunità.

Di recente mi sto interessando all’universo delle “città intelligenti”. L’idea è che sensori integrati e qualsiasi dispositivo, edificio o strada generino un codice di dati e questo possa rendere il nostro paesaggio urbano un luogo molto più efficiente. Termostati intelligenti comunicano con auto intelligenti che comunicano con centrali elettriche per ridurre al minimo i consumi. Le strade possono rilevare il traffico e direzionarlo. E’ una visione magnifica di come i dati possono essere utilizzati. Il problema è che gran parte di questa retorica ignora del tutto il ruolo del “cittadino intelligente”.

Una di queste previsioni ottimistiche è che le città intelligenti rappresentino una sorta di automazione beata che scorre in sottofondo. Tuttavia molti di questi scenari richiedono l’impiego di potenti tecnologie di sorveglianza che tracciano i comportamenti individuali. Le persone vengono quindi trattate come mere sorgenti di dati invece che come individui dotati di diritti. Vuoi essere tracciato? Si prenda ad esempio una cosa quotidiana come acquistare una tazza di caffè per colazione con il proprio smartphone. Queste transazioni wireless sono molto più veloci che pagare con gli euro, ma allo stesso tempo si sta creando una traccia. Le tue abitudini mattutine possono essere usate per rintracciare altri acquisti, per scegliere la pubblicità che guardi quando sei su Internet e persino per connettersi con la tua assicurazione sanitaria che ti farà pagare prezzi diversi per le prestazioni mediche a seconda di quanta panna e zucchero tu metta nel caffè.

Le città intelligenti hanno bisogno di cittadini intelligenti. Abbiamo bisogno delle biblioteche perché aiutino le nostre comunità a capire che cosa significa per le loro vite implementare queste tecnologie. Come possiamo pensare a politiche adeguate che limitino la portata di tecnologie inappropriate se la gente comune non conosce i pro e i contro di una tecnologia basata sui dati?

Voglio che Giulio sia non solo consapevole e parte attiva nel dibattito, ma soprattutto un membro fondamentale del team di professionisti che usano le proprie capacità e l’etica professionale per indirizzare questi progressi. Questo si riallaccia alla tua domanda sulla formazione continua ma riguarda anche il talento pratico che un bibliotecario deve imparare ad avere.

I bibliotecari sono azione. Sono difensori delle nostre comunità e danno voce ai membri che non sono in grado di rappresentarsi da soli. Il lavoro di Giulio non è solo quello di riconoscere un bisogno specifico della comunità, ma di attuare un piano d’azione che risponda concretamente a quel bisogno. A volte può essere semplicemente mettere in connessione una persona con un libro; altre volte invece può significare guidare una protesta di cittadini o informare politici locali su situazioni di disagio.

Proprio come i bibliotecari di Alessandria d’Egitto nell’antichità fungevano da consiglieri a re e regine, il bibliotecario dei nostri tempi è uno stretto consigliere dei cittadini sul proprio benessere. Se Giulio vuole un lavoro, lo farà per servire gli altri; non per essere al servizio di un edificio o di una raccolta.

Professor Lankes, if you should explain to a student or to a common citizen what a “library” is, what would you say?


Here’s what I would tell a student of librarianship.
A library is a mandated facilitated space maintained by the community, stewarded by librarians, and dedicated to knowledge. It is a bit technical, but I think it captures the essential nature of libraries and is generalizable across all types of libraries. The definition captures the necessary relationship between community and librarians: communities benefit and support the library; librarians run and shape it on behalf of the community. It also captures the ultimate purpose of the library: knowledge. Not collection, or access, or being a third place – all those are important aspects, but in service to helping community members get smarter.

 

 


The simplest form of facilitating learning is access. Libraries for millennia have collected together materials to help people learn. However, they did more than simply collect in some sort of neutral function. They selected, they organized, they evaluated, they protected and preserved. As the collections and problems our communities faced changed, the role of the librarian and the libraries they built and maintained evolved as well. As we learned more about how people learn, so too did librarians evolve. Libraries introduced more direct means of working with community members. Librarians answered questions. Librarians built networks of resources. Librarians moved online. The forms of facilitation have changed, but the drive and mission remain the same.

 


However, this is not what I would say to a citizen. Citizens need to know about the power of a library to transform lives and make meaning in their lives. Libraries are all about agency – giving people control and power in their lives. Ultimately that what culture is all about. I love this quote that’s on the back cover of Human Capital: A Journey through the Italy of the G7….a book put together around Italy’s hosting of the G7 summit in 2017[1]:

 


The word “culture” derives from the Latin predicate colere, which refers directly to the art of cultivating and, in a wider sense, to the care people and communities out into cultivating themselves, their talents, their dreams.

The constant focus on the earth, and the rooting of one’s identity in it, are an expression of the sacred relationship that mankind has established, since time immemorial, with Nature. The landscape is transformed into a sort of cultic map against which man measures himself, a mystical projection of his own self through which he generates his representation and vision of things, with a view to evoking the marvelous works of the universe – an experience analogous to that desire for perfection that one feels when contemplating Mother Earth.

Italy is very much the realm of this feeling.


What I love about this quote is that culture is alive and a personal thing. Libraries present a platform for people to cultivate themselves – to make sense of their role in society. That sounds grand, but it is often expressed by people seeking out education through programs or reading. It is seen in people looking for pleasure reading. Fiction and what we do to entertain ourselves is also about how we understand ourselves.

 


What I would tell citizens is that libraries are not about memorializing culture, but in helping communities invent their own culture – their own identities. Libraries are places where you go to not only get smarter, but to feel a part of a community. It is a place apart from the market place to explore anything.

If you see a library as a book palace or a place for scholars, you are expecting too little. A library has no fixed form or function – it is your instrument of building, supporting, and representing the culture you are a part of. In the past libraries were a luxury reserved for royalty, or the priesthood, or the aristocrat. Today the people have taken the library for themselves. Take advantage of it.

 

Having said that, what is the role of nowadays, 2.0 librarian and what are his tasks in this container and cultural instrument?

As a curator of the library on behalf of the community a librarian’s primary role is facilitating learning. They do this in 4 ways: access, knowledge, environment, and motivation.

 

Librarians facilitate learning through providing access to community assets. These assets may be books, or licensed online resources. However, they may also be access to fellow community members, experts on topics, access to networks like the Internet and interlibrary loan. Librarians also provide access from the world to the community or the member. Librarians help create local assets like local guides, books by local authors, and putting forth a vision of the community to the world.

Librarians facilitate learning by providing knowledge building activities. Librarians offer classes in digital literacy. Librarians work with experts within and from outside of the community to put on lectures. Librarians collect learning materials and provide access to tools like makerspaces where community members can learn through doing.

Librarians facilitate learning through the environments they put in place. How a physical library is laid out matters. Does a space provide a place for conversation and events, or does it provide small spaces for quiet reflection? Does a librarian provide a space that celebrates the past, or a structure that evokes visions of the future? Librarians work hard to create a place where the community feels comfortable in learning – in essence a safe space to explore dangerous ideas. This means preserving the privacy of members. It means creating places where members feel excited, or proud.

 

 

Librarians facilitate learning through understanding and building on the motivations of the member. When someone needs to learn, it may be self-motivated, or it may be in response to some outside need (like a teacher assigning a topic, or a boss requiring some research). Librarians need to know members to do this, to build trust, and to be proactive allies to people seeking to learn, make meaning in their life, and improve their station.


How these four means of facilitation look depend on the community the librarian is serving. Is a librarian working with folks living in the heart of Rome, or the countryside of Umbria? DO the members need access to textbooks or romance novels? Is the librarian working with a banker or a farmer? Librarians ensure that the library is shaped to serve the community, not to train the community to work in a library.

 

As I said before, many libraries were built to serve an exclusive group of aristocrats. That means that many images of libraries reflect how society saw the upper class. Libraries in the renaissance and enlightenment were built around people who had time to read and study – not the average person. However, today, we say libraries are for everyone. That means we must be willing to cast off an elitist view of libraries. Libraries that once help the collection of noble men are now used to teach dancing and perform concerts. Librarians job, then, is to work with all of the community to redefine what a library is and what it does to serve a community.

 

 

 

During our meeting in Perugia we talked about about “participatory libraries”, about the construction of a network with other stakeholders of our community, what does it essentially mean?

The world is a complex place, and there is a lot involved in helping communities get smarter, and how people make meaning in their lives. For some the church provides a strong source of guidance and support. For others, social services are instrumental in helping community members achieve their goals. Schools and colleges are part of making communities smarter. Museums help preserve, interpret, and shape culture. While to the institutions themselves, they may see hard boundaries between what they do and the community they serve, for the citizen (or students, or business man, or doctor, or lawyer, or artist), all of these institutions form a sort of tapestry stitched together.

 

The more libraries realize they are a part of a whole community, the more they can work across institutional boundaries to make life easier for citizens. For example, a man loses his job. He wants to find another job. He may approach a government agency for retraining. Or he might want to go back to school for a new career. A library, however, may be the place the man starts because he can use the public access computers to search for jobs on the Internet. The library should work across all of these civic institutions to help that man connect to the right opportunities or information.

 

 

Which agencies? Which institutions? That really is, once again, individual to the community. Ultimately librarians create networks of people and institutions. That’s the true collection of a library – the networks and people who can make a positive difference in the everyday lives of citizens.


In Italy we are still “struggling” to obtain the recognition of the librarian’s role: AIB   (Association of Italian Libraries) is running this campaign paying attention especially on lifelong learning.
What should lifelong learning focus on?


I apologize if I start this off a bit abstract, but I think it is necessary. Humans always learn – we are wired for it. We are constantly taking in information and trying to make sense of it with what we already know. If we see something that doesn’t make sense, we either reject it, or incorporate it and change how we see the world. So, in essence, we are all lifelong learners.


However, today when we talk about lifelong learning we almost always mean that as a sort of continuous improvement process, and even there, improving our vocations. We want lawyers to always be working on becoming better lawyers, or teachers better teachers, or librarians better librarians. This approach to continuous improvement in our jobs is essential. The world our communities face is changing too rapidly to believe that we can learn our jobs once and be done. Yes, technology is changing rapidly, but so are the demographics of our communities, the wider reach to higher education for citizens, the global market realities and the pressure they are putting on local industry. All of these really big pressures mean that what our communities are seeking to learn and make sense of changes. So too do the tools and skills of librarians trying to meet those needs. I normally sum this up as “if you expect radical positive change in your communities, you need to model that in your own learning and professional actions.”

 

 

 

Do you seen any reason Italian libraries can’t adopt a more community/learning model for their services?


Absolutely not, in fact they already have. I look at large public libraries like the San Giorgio Library

 In Pistoia, or smaller libraries like Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni, and see community libraries grounded in participation. I see Biblioteca Marucelliana and their extensive programming to open up the library to the citizens of Florence. It comes down a decision to make a change. Libraries have no inherit structure or set of services. Libraries, as I said before, are the result of librarians working on behalf of the aspirations of a community. Librarians- people- with the community – people – can make libraries into the form most needed.

 

There would be no San Giogio without Stella Rasetti and her librarians. No San Matteo without Gabriele De Veris and his volunteers. No Maruceliana without Katia Bach and her staff. All of this is possible because of the work of you, and Anna Maria Tammaro, and Cinzia iossa, and Olimpia Bartolucci.

I have been coming to Italy for over a decade now, and I have seen the network of librarians, community members, government officials, and library students seeking to open up libraries to their communities blossom. Putting participation and learning at the center of all libraries has gone from the edges to the center of debate. In fact, it is happening all over Europe. Librarians who were once new and radical now sit in positions of power as directors. They have budgets and power to transform libraries.

 

Libraries have existed in one form or another for over 4,000 years. They have survived to today not because they didn’t change, but because they constantly changed to meet the demands of their communities. They housed manuscripts. They removed the chains from books. They opened the stacks. They served a wider swath of the community because that’s what was needed at the time.


Giulio is a 18-year-old young man who has just taken a degree and wants to become a “librarian”: apart from our best wishes, what are his career perspectives?


I can’t speak specifically for Italy, but I can say globally we are seeing a resurgence in libraries and librarianship. The banking crisis that lead to global economic woes was over a decade ago. In North America that has led to major library construction projects and a pick-up in hiring. In Europe, my understanding, is that library employment is mostly stable with some pockets of investment. Libraries remain very strong in the Nordic countries.

 

The big thing I would tell Giulio is to not limit his aspirations to just libraries. The skills of information organization, facilitation, information seeking, and the foundation of professional ethics is in demand beyond traditional libraries.


There is an active international information publishing industry. Business, universities, governments are contracting with international companies to provide research, documents, and data services. Cultural heritage institutions and international banking all need skilled folks in document management. The pharmaceutical industry is looking for information professionals to help coordinate research teams and manage millions of items of intellectual property.

 

What’s more, these industries desperately need the view of librarians. We need folks like Giulio fighting for communities inside and outside of the commercial and government sector. We live in a time where machine learning and big data algorithms are having a very real impact on people’s lives.

 

Health care decisions, loans, and even job hiring increasingly rely of code that is presented as “objective,” when we see over and over again that bias lives in code. Having the voice of a librarian calling for openness and intellectual honesty as well as best practice is crucial to the future health of our communities.

 

I’ve recently become interested in the whole world of “smart cities.” The idea I that embedded sensors and just about every device, building, and road generating data, code can allow for much more efficient urban settings. Smart thermostats talk to smart cars talk to power plants to minimize electrical use. Roads can detect and compensate for traffic. IT is a glorious vision of how data can be used. The problem, is that much of this rhetoric ignores the role of the smart citizen.

 


One vision of smart cities is a sort of blissful automation that fades into the background. However, many of these visions require strong surveillance technologies that track individual behaviors. People are often treated as just another data source, instead of as individuals with rights. Do you want to be tracked? Take something simple like buying your morning cup of coffee with your smart phone. These wireless transactions are quicker than paying with euros, but you also create a train. Your coffee habits can then be used to track other purchases, focus advertisements toward you when you surf the web, even eventually connect to health care policy that charge you different rates for medical procedures depending on how much cream and sugar you put in your coffee. More efficient? Only for those who benefit.

 

 

Smart cities need smart citizens. We need libraries to help our communities understand what implementing these technologies mean to their individual lives. How can we set proper policy and limit the reach of inappropriate technologies unless the average person undemands the positives and negatives data-centric technology allows?

 

I need Giulio to be not just aware and part of that work, but a crucial team member using his skills and professional ethics to guide these types of advancements. This goes back to your question of lifelong learning, but it goes into the real lessons we need librarians to have.

 

Librarians are activities. They are advocates for our communities and give voice to the parts of the community unable to represent themselves. Giulio’s job is not simply to identify a need of the community – he needs to put in place a plan of action to meet that need. In some cases that can be as simple as connecting a person to a book. But it can involve librarians organizing citizens in protest, or briefing politicians on core issues.

 

Just as the librarians of Alexandria in antiquity were close councilors to kings and queens, today’s librarian is a close councilor to citizens for their well-being. If Giulio wants a job, it will come from serving others, not serving a building or a collection.

 

[1] http://www.g7italy.it/en/news/human-capital-a-journey-through-the-italy-of-the-g7

Un particolare ringraziamento a Marco Tognato per la traduzione in inglese.

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