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Meritxell Simó intervista Isabel de Riquer

Isabel de Riquer è professore emerito di Filologia romanza presso l’Università di Barcellona, accademica della “Reial Acadèmia de Bones Lletres de Barcelona” e ricercatrice del “IRCVM” (Institut de Recerca en Cultures Medievals).

Entrevista a Isabel de Riquer

Ezra Pound è mai stato a Barcellona?

Ezra Pound a Barcellona è stato il titolo sia della mia relazione al Simposio I trovatori: creazione, ricezione e critica nel medioevo e nell’età contemporanea nel novembre 2017 all’Università di Barcellona sia dell’articolo del volume (in corso di stampa presso la Reicherberger) in cui sono stati raccolti tutti gli interventi letti in quell’occasione. È un titolo che vuole richiamare l’attenzione, poiché sembra che Pound non sia mai stato a Barcellona, però sì a Madrid, Burgos e Medinaceli. Sin dagli anni ’40 del secolo scorso il personaggio e le sue opere erano ben conosciuti nei circoli intellettuali barcellonesi che avevano aderito con entusiasmo ai movimenti dell’avanguardia. Juan Ramon Masoliver, scrittore, giornalista ed editore di Cavalcanti, che risiedeva a Barcellona, visse per quattro anni, dal 1931 al 1934, a Rapallo assieme a Pound, lavorando a stretto contatto con lui; quando tornò a Barcellona, dopo la guerra civile, tenne varie conferenze e scrisse molti articoli su Pound e sul gruppo di Rapallo pubblicati sul quotidiano La Vanguardia e sulla rivista Destino. La sua ultima traduzione del canzoniere cavalcantiano (1990) la dedica “Alla cara memoria / di Ezra e Dorothy, / Eugen Haas, Basil Bunting, / nei Rapallo di allora!/ E di Giovanni Allegra”.

Qualche tempo dopo, nel 1962, Carlos Pujol, discusse la sua tesi dottorale di 307 pagine intitolata L’opera di Ezra Pound in relazione alla poesia romanza medievale, propostagli e diretta da Martín de Riquer presso la Facoltà di Filosofia e Lettere di Barcellona. Dal momento che questi due ultimi scrittori, che ho conosciuto personalmente, sembravano inesistenti nella bibliografia poundiana che consultavo, ho pensato che la celebrazione del Simposio e la pubblicazione degli atti sarebbero stati una buona occasione per far conoscere la presenza di Pound, seppur non fisica, nei circoli e nella stampa barcellonesi e all’Università di Barcellona.

La lettera di Salvador Espriu a Martín de Riquer riguardo alle traduzioni trobadoriche di Ezra Pound presentata nel Simposio di Barcellona a cui faceva riferimento, era stata pubblicata precedentemente?

Nell’archivio di Martín de Riquer (AR), conservato per il momento dai figli, vi sono trentatré lettere del poeta Salvador Espriu (1913-1985) datate tra il 1959 e il 1984; quelle scritte da Riquer non ci sono perché il poeta si disfaceva di tutta la corrispondenza che riceveva.

Nel 2010, le storiche Cristina Gatell e Glòria Soler hanno pubblicato sulla rivista Indesinenter le lettere inviate da Espriu a Riquer e io sono stata invitata a redigere una nota su un commento concernente Ezra Pound e i trovatori scritto da Espriu in una lettera per Riquer del 1981. Ho scritto la nota e, otto anni dopo, ho avuto il piacere di poterla rivedere ed ampliare per il Simposio, dato che si trattava di una nota a piè di pagina alquanto breve e concisa. Espriu aveva scritto la propria opinione in una lettera personale indirizzata a Riquer, che, logicamente, nessuno conosceva. È alquanto frequente incontrare questo tipo di commenti riguardo la letteratura e gli scrittori negli scambi epistolari tra amici (qui, tra il poeta e il filologo) e tra colleghi; anche se, in questo caso, come in molti altri, non disponendo delle lettere di uno dei due interlocutori, rimane molto difficile sapere di cosa o di chi parlassero. Attraverso un lavoro quasi detectivistico, nel quale mi trovo avvantaggiata dato che conosco bene sia i gusti e lo stile di Riquer sia la confidenza che aveva con l’amico degli anni dell’Università, credo di poter ricostruirne il processo. Riquer ricevette all’inizio dell’estate del 1981 una raccolta di alcune opere di Salvador Espriu, uscita poco prima: Obras completas/1: Cementerio de Sinera/ Las horas/ Mrs. Death/ El caminante y el muro/ Final de Laberinto, edizione con testo a fronte a cura di A. Sánchez Robayna e R. Pinyol Balasch, Barcellona, El Mall, 1980 (prima edizione nel 1954 di Mrs. Death). Nella raccolta di poesie Espriu chiama la morte Mrs. Death, destando l’attenzione di Riquer a cui ricorda il Sir Death di Ezra Pound, che compare nella sua traduzione in inglese del planh per il Giovane Re, Si tuit li dol el·h plor el·h marrimen (80,41), attribuito a Bertran de Born.

Il verso 12 «Trop an agut en Mort mortal guerrier» (nell’edizione di Thomas del 1888, probabilmente la stessa utilizzata da Pound) viene tradotto dal provenzalista nordamericano: «O’er much hath ta’en Sir Death that deadly warrior».

Nel Sir Death poundiano, che sembra gli fosse piaciuto molto, Riquer riconobbe una certa relazione con il Mrs. Death di Espriu, e potrebbe essere questo ciò che egli commentò al poeta nella lettera del 1981, alla luce della risposta di quest’ultimo:

«M’ha encantat el que em contes del vers de Bertran de Born, tan equivocadament però amb tanta bellesa traduït per Pound. Aquest interessantíssim senyor flairava – sospito – més que sabia el tan sofisticat i difícil “invent” dels trobadors, que tu sí que coneixes com ningú».

[“Mi è piaciuto molto che tu mi abbia parlato del verso di Betran de Born, tradotto da Pound in modo così erroneo ma anche così bello. Quell’interessantissimo signore fiutava – sospetto – più che sapeva quella ‘invenzione’ così sofisticata e difficile dei trovatori che tu conosci meglio di tutti”].

Qual è la sua opinione in qualità di filologa sul dibattito esposto nella lettera?

Più che vedere un dibattito in questa lettera di Espriu, l’unica che abbiamo su questo argomento, ho trovato interessante effettuare, come ho detto prima, un percorso detectivistico che potremmo chiamare di filologia-finzione, iniziato già in Bertran de Born quando, nel verso 12 del planh, mascolinizza la morte, sempre imprecata, come deve essere nei planhs, al femminile: Estouta Mortz, (lo stesso Bertrand de Born, nello stesso poema 80,41, v. 17); Mala Mortz! (Johan Esteve, 266,10  vv.30-31); Maldicha Mortz (Raimon Menudet, 405,1 v.22); Mortz trairitz! (Pons de Capduelh, 375,7 v.8); Falsa Mortz! (Gavaudan,174,3 v.7); Mortz falsa! (Bertran Carbonel, 82,15 v.5); Mala Mortz! (Guiraut Riquier, 248,63 v.30), etc.

Nel proprio Bertran de Born, Thomas scrive la parola “morte” con la maiuscola «en Mort mortal guerrier» anche se in questo verso non impreca, e Pound, traduttore e poeta, si prende la libertà (penso intenzionalmente) di considerare quel “en” non come una preposizione ma come la particella “En” che indica un titolo di cortesia, perché crede di conoscere l’intenzione del trovatore di esaltare in tono feudale la morte.

Penso che sia questo ciò che piacque di più a Riquer, che il suo ammirato Bertran de Born e il nordamericano appassionato di trovatori, sfidando la grammatica, abbiano osato mascolinizzare ed elevare la morte allo stato di un nobile e impavido guerriero, degno di affrontare e vincere il Giovane Re. Comunque, come le ho detto, queste sono solo mie speculazioni.

Qual è approssimativamente il volume dell’epistolario conservato nell’archivio Riquer? Chi sono i suoi principali corrispondenti nell’ambito della filologia romanza?

La corrispondenza conservata nell’AR è molto ampia e comprende interlocutori di ogni tipo: famigliari, amici, politici, filologi, storici, latinisti, scrittori, editori, colleghi di tutto il mondo, studenti, ex studenti, autorità accademiche, ecc., di tutti i paesi e in un arco temporale molto ampio perché Riquer morì all’età di 99 anni. Era nato nel 1914 e aveva iniziato a gli scambi di corrispondenza con i colleghi negli anni ’40, in un’epoca in cui tutte le notizie, buone e cattive, venivano comunicate tramite lettere, nel caso di Riquer soprattutto agli interlocutori che non abitavano a Barcellona. Presto si dovrà spiegare ai giovani d’oggi, e per di più segnalare, in qualsiasi lavoro con una nota a piè di pagina, cosa fossero il servizio postale, i postini, i francobolli, cosa comportasse capire la calligrafia o attendere l’arrivo di una lettera. Nell’ ambito accademico, questi contatti epistolari furono molto produttivi e fraterni, poiché tra gli anni ’40 e ’60 non era frequente viaggiare per visitare la biblioteca di un altro paese per consultare un manoscritto o per risolvere un dubbio bibliografico. Se si era in confidenza, si chiedeva al collega di andare a consultare un determinato codice o a controllare un’edizione; si inviavano estratti, propri o altrui, dei temi che si stavano studiando in quel momento, venivano posti, con fiducia e franchezza, dubbi filologici, si consigliavano libri e si avvisava di quelli che potevano essere di interesse. Riquer, con alcuni dei suoi interlocutori, escogitò un sistema per inviare libri molto richiesti ma difficili da reperire nelle librerie spagnole, in cambio di altri dallo stesso valore economico. Così fece con István Frank, con María Rosa Lida e con qualche altro collega. Dalla fine degli anni 40 del secolo scorso, Martín de Riquer iniziò a scambiare missive con i più importanti filologi romanzi spagnoli, europei e nordamericani, che godevano già di una solida reputazione, e con altri che, come lui, erano agli inizi della loro carriera. Aveva letto i loro libri e articoli, spiegava loro le proprie teorie e le proprie ricerche, li ringraziava per i libri e gli articoli che gli inviavano e, a sua volta, faceva arrivare loro le proprie pubblicazioni. Tutte le lettere mostrano un rispetto sincero e un’immensa gentilezza, che in alcuni casi, con gli anni, sfociò in una vera amicizia.  Dato l’ambito in cui viene realizzata questa intervista, farò i nomi di alcuni dei filologi romanzi italiani che per molti anni a metà del secolo XX si scrissero con Martín de Riquer: D’Arco Silvio Avalle, Salvatore Battaglia, Marco Boni, Vittore Branca, Alfredo Cavaliere, Gianfranco Contini, Ettore Li Gotti, Alberto Limentani, Vincenzo Minervini, Alberto Del Monte, Angelo Monteverdi, Pietro Palumbo, Bruno Panvini, Silvio Pellegrini, Giorgio Petrocchi, Aurelio Roncaglia, Mario Ruffini, Aldo Ruffinatto, Ruggero M. Ruggieri, Giuseppe E. Sansone, Cesare Segre, Italo Siciliano…..

Sta lavorando attualmente su qualche altro tema relativo all’epistolario di Martín de Riquer?

Ho già presentato dei contributi quando ve ne è stata l’occasione. Ho approfittato di alcune lettere di Riquer con Dámaso Alonso, Irenée Cluzel e Jean Frappier per redigere il prologo della nuova edizione de Los cantares de gesta franceses (2009), ho pubblicato e commentato i suoi scambi epistolari con Joseph Romeu i Figueras, docente e studioso di letteratura catalana e membro della Reial Acadèmia di Bones Lletres, (2014); con Lluís Carulla, imprenditore catalano e promotore della casa editrice Barcino e della collezione Els Nostres clàssics (2014). Attualmente sto terminando lo studio e l’edizione della corrispondenza fra Riquer e María Rosa Lida de Malkiel e Yakov Malkiel tra il 1951 e il 1959, poiché mi sono state affidate le lettere che scrisse loro Riquer, custodite nella Bancroft Library dell’Università di Berkeley. Ho ulteriori progetti, come quello relativo allo scambio epistolare con Camilo José Cela, e spero di avere il tempo di pubblicare le molteplici lettere tra Riquer e István Frank poiché, quando questi morì la sua vedova inviò a Riquer tutte le lettere che aveva scritto a suo marito. Non si tratta solo di pubblicarle ma anche di annotarle e commentarle dal momento che in tutte si fa riferimento a determinati libri, a colleghi, a questioni delle rispettive università e, incluso, ad affari personali; tutto risulta essere molto interessante adesso ma lo era anche allora. Vi sono dei problemi quando i familiari dei corrispondenti di Riquer non hanno conservato le lettere o sono restii a metterle a disposizione; ciò non avviene con le lettere donate a qualche associazione, come quelle di Dámaso Alonso alla Real Academia spagnola, di Ramón Menéndez Pidal alla Fondazione Menéndez Pidal, di Josep Romeu alla Biblioteca Centrale di Igualada, di Lluís Carulla al Museo della Vita Rurale di l’Espluga di Francolí, di Camilo José Cela alla Fondazione Cela a Padrón, o quelle dei Malkiel a Berkeley, come ho già detto; in queste istituzioni le lettere scritte da Riquer si possono ottenere tramite permessi o scambi.

Le lettere scritte da e per Riquer, nel nostro ambito, sono informali, amichevoli, schiette e sagge, infatti trattano, senza alcun preconcetto, temi e aspetti molti importanti della filologia romanza riguardo all’ interpretazione, l’edizione e la comparazione di testi in tutte le lingue romanze e di tutti i generi; appartengono agli anni ’50 e i ’60, anni importanti per l’orientamento, l’introduzione e il consolidamento di questa disciplina nelle università europee e americane. Tutte potrebbero contribuire a scrivere una «Storia della Storia della Filologia Romanza» dopo la seconda guerra mondiale.

Pensa che attualmente i ricercatori mantengano un rapporto epistolare analogo a quello che troviamo nelle lettere dell’archivio di Riquer?

La tecnologia ha facilitato enormemente il lavoro di ricerca e la sua relazione con altri ricercatori, in cambio però con l’immediatezza degli interscambi comunicativi qualcosa si è perso.

Si possono scrivere e-mail lunghissime e impiegare un tono epistolare, però credo che i caratteri a  stampa, a differenza della scrittura a mano, non riesca a esprimere spontaneità né a offrire intimità; inoltre, si corre il rischio che una mail informale e personale possa essere letta da più persone, e questo frena i sentimenti e la confidenzialità. Ad oggi, nel nostro ambiente accademico, venire a sapere quali libri siano usciti, cosa abbia pubblicato un certo collega, le opinioni critiche, il testo del manoscritto e del libro antico o moderno, ecc., sono azioni effettuabili all’istante, nel proprio studio e con il proprio computer, senza alcun interlocutore.

(traduzione di Agnese Dorillo)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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