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Giovanna Covi intervista Massimo Bacigalupo

Cadenabbia, ottobre 1999: Massimo Bacugalupo con Charles Tomlinson, Seamus Heaney e Tony Harrison
Cadenabbia, ottobre 1999: Massimo Bacugalupo con Charles Tomlinson, Seamus Heaney e Tony Harrison

Massimo Bacigalupo è professore emerito di Letteratura americana dell’Università di Genova e vicepresidente dell’Accademia Ligure di Scienze e Lettere. Ha pubblicato volumi su Ezra Pound (Columbia UP, 1980; Edizioni di Storia e Letteratura, 1981; Supernova, 2007; Clemson UP, 2020), Grotta Byron. Luoghi e libri (Campanotto, 2001), AngloLiguria. Da Byron a Hemingway (Il Canneto, 2018), e curato volumi collettanei e antologie sulla letteratura americana e inglese. Ai saggi apparsi su riviste e atti di convegni, ha affiancato traduzioni, tra gli altri, di Shakespeare, Coleridge, Dickinson, Melville, Stevens, Pound, Eliot, H.D., Fitzgerald, Louise Glück. Ha curato la sezione angloamericana del Dizionario Bompiani delle Opere e del Dizionario Bompiani degli Autori (2005-2006). Ha ricevuto il Premio Viareggio per la saggistica opera prima (1982), il Premio “Città di Monselice” per la traduzione letteraria per Il preludio di William Wordsworth (1992), il Premio Nazionale per la Traduzione (Roma 2001), il Premio Fondazione Achille Marazza per Beowulf di Seamus Heaney (Borgomanero 2003), il Premio Vittorio Bodini per Tutte le poesie di Wallace Stevens (Lecce 2017). Nel 2005 il Torino Film Festival ha dedicato una retrospettiva e una mostra alla sua attività di film-maker sperimentale. Dal 2006 organizza ogni 16 gugno il “Bloomsday Genova”, lettura pressoché integrale dell’Ulisse di James Joyce in diciotto postazioni del centro storico di Genova a cura di un centinaio di volontari. Vive a Rapallo.

Il tuo lavoro intellettuale ha una dimensione molto ampia, spazia tra discipline e arti, si muove tra più continenti e lingue. Fino a che punto ogni mezzo da te abilmente impiegato—dal cinema alla poesia, dalla critica alla traduzione—ha in comune l’urgenza di narrare vite vissute per trovarne connessioni e trarne significati esistenziali, oltre che artistici?

È vero, in realtà c’è molta continuità, forse inevitabile, fra tanto esprimersi e raccontare. Nel 2005, quando al Torino Film Festival ci fu una retrospettiva dei miei film, alla GAM organizzarono una mostra di materiali dal mio archivio in relazione alla stagione dell’underground (diciamo 1965-80). Come titolo della mostra (foto, lettere, appunti, materiali video, manifesti, fotogrammi ingranditi, riviste, perfino la vecchia cinepresa 8mm…) proposi Apparizioni. Il senso era che ogni incontro o momento ha una sua unicità; è curioso come anche sconosciuti per strada si riconoscano nel tempo perché ognuno ha una sua andatura. Ciascuno “proclama sé stesso”, diceva il poeta Hopkins. Così il mio scrivere critica e tradurre è sempre un confronto con una personalità, magari scritta, ma decisa, da scoprire, riconoscere. Ed è chiaro che nelle nostre passioni di lettori e divulgatori gioca il piacere della scoperta, l’identificazione persino. Per uno studente un testo poetico è inerte sinché non capisce il contesto storico ma anche individuale da cui nasce. Gli autori devono essere un po’ come degli amici di cui si parla con ammirazione ma anche con una punta scherzosa, e con indulgenza. Le loro (e nostre) debolezze umane sono importanti. Si entra nel circolo degli amici degli amici. Delle volte penso al numero di strette di mano che ci dividono da qualche grande, Yeats o Henry James, o Stein o Hemingway. Visto che ho più volte salutato il vecchio Pound, la distanza (i gradi di separazione!) da quei quattro (che Pound frequentò) è di una sola stretta di mano. Così si potrebbe risalire senza troppa difficoltà a… Shakespeare. Sicché ho sovente scritto per giornali e giornaletti, diciamo pezzi divulgativi, però spesso questi contenevano qualche piccola novità e soprattutto comunicavano un modo di leggere e ascoltare, in fondo indispensabile. Sicché molti di questi pezzi d’occasione contengono sorprese anche per me. E i miei due libri “d’autore”, Grotta Byron. Luoghi e libri (2001) e Angloliguria. Da Byron a Hemingway (2017) sono sistemazioni di queste brevi incursioni, o diciamo chiacchierate. Con l’integrazione di immagini, anche queste per me importanti. Una lettura personalistica, forse, ma che vuole dare a chi interloquisce la chiave d’accesso per cominciare lui o lei a conversare, e a leggere.

Nonostante il tuo sguardo sia sempre ben al di sopra dei confini di uno spazio disciplinare, molto del tuo lavoro accademico si è concentrato sulla letteratura statunitense. Nella seconda metà del Novecento, per molti di noi questa letteratura è stata un discorso di libertà, di ricerca di democrazia. Fino a che punto ritieni che ancora oggi, mentre assistiamo al declino degli USA nel contesto globale, le voci letterarie americane possano illuminare la ricerca di maggiore giustizia anche nel nostro contesto?

Czesław Milosz disse una volta che l’America (Stati Uniti) era una terra tragica. I classici americani confermano questa visione presentando limiti più che liberazioni. Hanno una visione cupa del destino individuale, che da una parte deve affermare e mai rinunciare alla propria verità o apparizione, d’altra parte deve accettare la sconfitta inevitabile. Penso al “Palo della cuccagna di Merrymount” di Hawthorne, dove la licenza dei coloni trasgressivi, la loro festa fra animali e nativi, viene interrotta sul più bello dai puritani che rappresentano un altro modello di vita: religione, devozione, lavoro, infine un giusto compromesso fra lavoro e vacanza. Ma vale il dettato biblico: coltiveremo la terra con sudore e genereremo con dolore. Anche Melville, si sa, ha una visione tragica pur se innervata da una vena comica, vedi Bartleby. Il suo canto democratico dei primi anni si affievolisce in Billy Budd: piegarsi all’ingiusta (ma necessaria) legge umana, come insegnava Freud, fa parte del nostro destino. In Whitman il canto democratico prevale, è vero, ma è legato a una divinizzazione della percezione e del corpo, ad apparizioni e intuizioni potenti ma passeggere. La sua è una lezione visionaria più che politica. Quanto al Novecento, di recente ho più spesso insegnato i poeti di Chicago, affascinato dalle loro personalità alla Bob Dylan: Sandburg che canta accompagnandosi con la chitarra, Lindsay che celebra la strada aperta di Whitman, l’Esercito della Salvezza e “la razza negra”. Masters come si sa in Italia è fin troppo noto. Dall’America si può imparare il coraggio di guardare dentro e fuori senza riserve, anche spietatamente. Il bel mondo di Gatsby e la sua implosione. Però va detto che la letteratura americana vuol essere sempre didattica ed esemplare, da Mary Rowlandson a James ai Quartetti di Eliot. È una lezione complessa e in alcuni casi assai profonda. Mi viene in mente il commovente e asciutto Ritratto di signora di James, che è tutta la storia di una dura lezione di vita. Ma la via d’uscita c’è da questa impietosa condizione. L’umano, diciamo, per non dire l’amore.

Fra le tue attività spicca la traduzione—un servizio, usa dire. Quanto di affetti, oltre che di sapienza tecnica, hai investito nella tua eccellente attività di traduttore? Più nello specifico di una prospettiva di genere che sempre mi s’impone, ti chiedo anche se le traduzioni di Pound e Melville da un lato e di Dickinson e H.D. dall’altro hanno comportato un coinvolgimento emotivo diverso da parte tua.

Non mi pare di operare diversamente lavorando con le apparizioni di Melville e Dickinson, o diciamo Henri Cole e Louise Glück (per citare finalmente due poeti dei nostri giorni). La traduzione è un tentativo di mettersi in sintonia, naturalmente dopo un lavoro critico scrupoloso. Ma è una faccenda di momenti e intuizioni. Certo, ho ben presente la mia immagine di Dickinson, e la mia scelta dei testi da tradurre e il tono (così essenziale quando si traduce!) la riflette. Prima della mia antologia di Dickinson del 1995, che continua a circolare in un’edizione accresciuta, non si era insistito abbastanza in Italia sugli aspetti ironici e scanzonati dei suoi versi, quel suo giocare a nascondino con chi legge, ma anche con Dio! “Così mi tolgo le calze / e cammino nell’acqua / per il piacere di disobbedire…” (Johnson 1201). Ogni poeta è un mondo, e occorre molta pazienza e fortuna per penetrarlo. Ci familiarizziamo con la sua scrittura come con lo stile di Klee o Cézanne, ne riconosciamo il tratto. Ci disponiamo a trarne piacere, magari indirettamente istruzione. Questo si fa più difficile con i contemporanei: Cole e Glück sono egualmente impervi (nell’apparente semplicità, specie della seconda). È già molto se qualcosa son riuscito a trasmettere e se la lettrice o il lettore eventuale intenderà e mi aiuterà ad approfondire. Ma data la scarsa attenzione per la poesia sarà difficile avere riscontri. (La mia seconda traduzione di Glück, dopo L’iris selvatico del 2003, è uscita negli ultimi giorni del 2019: Averno) Sì, l’affetto o empatia per la persona che si traduce c’entra molto. Ho avuto per alcuni anni sul tavolo il famoso ritratto di Stevens sulla copertina delle Collected Poems che andavo traducendo. Una presenza freddina ma tutto sommato rassicurante. Lui conferma che questo mondo incomprensibile si può capire e vivere, scrivendo poesie “incomprensibili” senza battere ciglio. La lunga presenza sulla scrivania di Pound (di cui prima di Stevens ho reso i non agevoli XXX Cantos del 1930) era a dire il vero alquanto meno rassicurante! Del resto, a proposito di personalità e genere, un compianto amico, Carlo Vita, scriveva: “Scampato fortunosamente agli intrichi / oscuri, chiedo qui moltissime scuse / a Wallace, maestro del facile-difficile / se scelgo Wisława, signora della levità” (“Soglie”, 17.2, agosto 2015, vedi anche www.carlovita.it ).

Ah sì! E con Szymborska tocchiamo un altro aspetto che pure caratterizza la tua attività, quello dell’interculturalità, degli intrecci transnazionali. Pound lo ha espresso in maniera quasi ideologica. Mi piacerebbe tu dicessi qualcosa sulle connessioni e gli attraversamenti di confini che caratterizzano il tuo lavoro di critico e traduttore.

Le mie lingue di formazione furono l’inglese (mia madre) e il tedesco (la nonna paterna, poi mia moglie), sicché ho sempre sentito questi echi, frasi e modi di dire che mi vengono sulle labbra e che riflettono le personalità di chi le pronunciava. Mi impressionano certe formule che uno scopre e riscopre. Proprio ieri leggevo nella Tempesta di Shakespeare la frase “through forthrights and meanderings”. Incantevole! Un aggettivo, forthright, “diretto”, che diventa sostantivo al plurale per dire un cammino dritto… Dopo le lingue di casa, venne il francese scolastico ma praticato con passione per via della lettura (la scoperta di Montaigne e Rabelais). Poi per fortuna ci sono due nipotine che parlano anche spagnolo e che quasi capisco (se no si degnano di autotradursi). Persone e testi non sono per me tanto rappresentanti di culture diverse quanto apparizioni individuali, certo anche da porre in un contesto. Ho avuto l’occasione di imbattermi in quella parola, quella persona. Amiche e amici russi, o giapponesi… Temo di essere abbastanza impervio, cioè dovunque mi trovi frequento persone in fondo simili, parliamo di cose simili. E poi c’è la musica, questa sì una fonte a cui sempre attingere. Ma un film che finii a New York nel 1973, e che spero di revisionare presto, nella colonna sonora ha della musica elettronica e il Don Giovanni, non una nota pop americana. Nella riedizione vorrei inserire invece una canzonetta e la voce di un altro amico che non c’è più, Andrew Bacigalupa di Santa Fe, che legge qualche frase di Whitman sulla “strada aperta”. In altri lavori di cinema miei c’è molta India, un coacervo di miti (Kafka, Erodoto…). E qui in effetti Pound ha giocato la sua parte. Copiai ragazzo una tavola dei radicali cinesi che si era portata dall’America nel 1958 e me la incorniciai in camera!

Mi interesserebbe che tu ampliassi le definizioni di una lettura comica di Melville e scanzonata di Dickinson cui fai cenno sopra. Credo sia cruciale togliere i classici americani da alcuni clichés della storiografia letteraria che impediscono di assaporarne i diversi gusti.

Se rileggi Moby-Dick ti accorgi che si tratta di una tragicommedia, o che comunque il narratore Ishmael è un tipo giocherellone. Gli piace esagerare per effetto comico secondo una tradizione del folklore americano, concionare, fare giochi di parole. È un umorismo rigoglioso e geniale. Prendi la celebrazione nel capitolo 6 delle donne di  New Bedford, che “fioriscono come le loro rose rosse”: nessuno le eguaglia, tranne le ragazze di Salem, il cui respiro “ha tale profumo che i marinai, loro innamorati, lo sentono a miglia di distanza in alto mare”. Molto poetico, ma anche buffo, questo olezzare delle ragazze. Ma basta aprire il libro per imbattersi in battute come la seguente: “In questo Tempio africano della Balena io ti lascio, o lettore, e se tu sei un nantuckettese e baleniere ti disporrai in silenzio ad adorare” (cap. 104). Come per Dickinson, la distanza nel tempo di questi testi rende a volte difficile la decifrazione, comprenderne il tono, come dicevo. Nella poesia, che è così sintetica, il compito è ancora più arduo. Con Dickinson troppe traduzioni riflettono la forma esterna del testo (le maiuscole, i capiverso) che gli danno un aspetto ieratico, apodittico, mentre si tratta solo di convenzioni del tempo, e così ci si presenta un’immagine falsata di poetessa vittima e sacerdotessa, mentre penso che era una persona che ha sempre fatto esattamente quello che voleva, vera indipendente solitaria come Whitman. Anche qui, basta aprire le sue poesie per ridere o sorridere: “Se Dio potesse uscire per visite – / o facesse mai un sonnellino –/ per non vederci – invece dicono / lui stesso – un telesopio – // perennemente ci osserva – / Per me io scapperei / da lui – Spirito Santo – e tutto – / ma poi c’è il Giorno del Giudizio!” (Johnson 413). Non siamo in fondo troppo lontani da Huck Finn!

In relazione alla tua formazione all’Università di Roma e alla Columbia University di New York, ti chiedo quale delle due impostazioni accademiche è stata più fruttuosa per il lavoro universitario che hai svolto in Italia, costellato di esperienze internazionali di docenza e ricerca e con una carriera culminata all’Università di Genova?

L’esperienza a Roma è stata soprattutto uno stimolo a leggere, per esempio fu lì che incontrai Montale, non tanto nelle lezioni di Giuliano Manacorda (critica letteraria, se ben ricordo) ma dovendolo leggere per conto mio. I ponderosi tomi sul pensiero storico classico di Santo Mazzarino, letti puntigliosamente. Il John Donne di Giorgio Melchiori, che fu mio correlatore.  Agostino Lombardo che insisté perché la mia tesi fosse sull’ultimo Pound. Incontri insomma. Ma letture come il Rimbaud di Ivos Margoni mi insegnarono come commentare (come poi ho cercato di fare nelle edizioni di classici moderni: Stevens, Pound, Eliot). L’amico Piero Pucci, grecista alla Cornell, quasi mi convertì a Derrida. Ma ho sempre avuto una salutare (credo) irriverenza per gli amici scrittori di cui mi occupavo. Ricordo che una volta introducendo L’angelo necessario, cioè i saggi di Stevens, usai il verbo “sentenziò” a proposito di un suo detto. Al piccolo editore del libro non piacque la mia impertinenza e la sostituì con un’espressione meno marcata.

Per fortuna L’angelo necessario è poi stato riproposto dalla SE Studio Editoriale che non ha ritenuto di modificare i miei commenti. Quando arrivai alla Columbia ero ormai formato, dovevo solo seguire qualche seminario e lezione a scelta e scrivere la tesi di dottorato. Sacvan Bercovitch faceva lezioni al Columbia College, ma andavo a sentirlo spesso, e certo era acuto e copriva molto in poco spazio. Quentin Anderson, che fu il mio referente, era invero piuttosto schizzato, i suoi seminari consistevano di lunghi silenzi. Nel secondo anno a New York (1974-75) mi affidarono la sinecura di “research assistant” di Edward Said. Ne nacque un’amicizia che durò fino alla sua scomparsa.  Ma decisivo fu il seminario del grande e nevrotico Lionel Trilling su William Wordsworth. Quando fui di nuovo in Italia tradussi Il preludio, che rimane una delle versioni di cui sono più contento, un poema meraviglioso. Nel quale appunto, per tornare alla domanda sul riflesso esistenziale del lavoro, mi riconosco. Il suo modo di guardare, di procedere tranquillo e poi accendersi, ma senza mai spegnere l’ispirazione anche nelle parti più prosaiche. È un modo di vivere e scrivere che insegna molto. E traducendolo mi sembrava davvero un po’ che a scrivere su quella Olivetti e a correggere accanitamente le bozze fosse lui. Traduzioni spiritiche!

Si sente davvero la mancanza di Said, ogni anno di più dalla sua scomparsa e non solo perché i problemi politici che affliggono la Palestina e tutto il Medio Oriente si sono tragicamente aggravati, ma anche per il suo impegno a comprendere l’estetica della poesia lirica in termini laici e sociali, non trascendentali. Certo, non si può non pensare a Stevens, alla sua fusione tra immaginazione creativa e realtà oggettiva. Nella mia esperienza di lettrice Robert Creeley ha espresso questo impegno in modo magistrale. Secondo te, chi tra i nostri contemporanei, oggi meglio esprime questa ricerca per un’estetica coniugata con la giustizia?

Lerici, 10 settembre 2005: Massimo Bacigalupo con Seamus Heaney
Lerici, 10 settembre 2005: Massimo Bacigalupo con Seamus Heaney

Mi fa piacere che ricordi Creeley, un altro amico. Credo che Charles Wright, fra i vecchi maestri in attività, possegga questa dimensione montaliana di “decenza quotidiana”. Nel suo studio a Charlottesville mi pare di ricordare una riproduzione di Morandi. E naturalmente il compianto Seamus Heaney dimostrava questa qualità dell’attenzione, del “risarcimento della poesia”, del “governo della lingua” (sono suoi titoli). Era una persona esemplare, mi viene da avvicinarlo al nostro amico e maestro Guido Fink, scomparso il 6 agosto 2019. Recentemente mi è avvenuto di leggere la poetessa libanese-americana Etel Adnan (Notte, San Marco dei Giustiniani) e l’americana Grace Schulman (cresciuta vicina a Marianne Moore), due anziane maestre di vita. Come l’inglese Anne Stevenson (Le vie delle parole, Interno poesia). In loro come in Elizabeth Bishop, e prima nell’apparentemente glaciale Wallace Stevens, l’etica ha un ruolo essenziale, innerva la parola, la rende fruttuosa, memorabile. La vita personale, la vita degli altri. Senza questo non esiste poesia, per me. Tutta l’esistenza deve essere messa in gioco. E perché non ricordare la mia ammirazione per le sagge e felici narrazioni dell’America quotidiana di Anne Tyler?

A proposito di Liguria, su quel Golfo che ami tanto da portarvi anno dopo anno il tuo Bloomsday, su quel mare che ti ha portato a mettere in relazione voci americane, inglesi, italiane, e non solo, in quel sublime atto d’amore letterario che è il tuo Angloliguria, quanto del tuo impegno per l’eredità culturale di Rapallo è legato a una storia familiare che è anche fondamentale storia intellettuale nazionale, e quanto invece alla tua volontà di ricondurre sempre il tuo pensiero, la tua interpretazione al luogo preciso da cui parli e ascolti, una caratteristica che ammiro molto nei tuoi scritti e film e che non posso non chiamare con la nota frase di Adrienne Rich, “a politics of location”?

Quando si parte si ricevono dei bussolotti con cui giocare la partita, un capitale. Io sono stato fortunato per via di quelle famose strette di mano, che da un grande portavano a un altro, di libro in libro. Si raccoglievano voci, informazioni. Aiutai mio padre a raccontare i suoi incontri di medico nel libro Ieri a Rapallo: scritti e foto, come poi farò io. Viene naturale poi associare queste presenze a un paesaggio amato, quello dove si svolgono le nostre storie e se ne sono svolte altre. Sono stato sicuramente condizionato da quelli che erano i gusti in famiglia, cosa era considerato bello (la Riviera), chi era considerato divertente, da raccontare: gli eccentrici locali, le signorine inglesi che ci leggevano dei versi, padre Chute che ci insegnava il catechismo, la signora Riess con la sua biblioteca di classici Albatross dell’anteguerra, la Biblioteca Internazionale che mia madre presiedeva, l’America visitata e in visita di parenti, cugini, nipoti. Amiamo qualcosa per nostro conto ma anche perché ci è stato insegnato ad amarla. Come mio padre scrisse ricordando mia madre in Ieri a Rapallo: “L’appuntamento a tavola era sempre una festa con innumerevoli cose da raccontare, da discutere, da ironizzare”. Ecco, la conversazione. Il compianto amico Niccolò Zapponi mi disse una volta: “Tu scrivi come parli”. Wordsworth dice nell’ultima pagina del Preludio: “What we have loved / Others will love, and we may teach them how” (“ciò che abbiamo amato / altri ameranno, in modi che possiamo insegnargli”). Tutto qui. Uno lavora per comprendere meglio e comunicare passioni ed esperienze anche cruciali. I testi servono a conoscere la nostra storia presente e passata, sono documenti da interpretare e prima ancora scoprire (che gioia quando ci si imbatte in un dettaglio inedito!); in taluni sommi casi servono anche a vivere (a spiegarsi).

Vorresti condividere i tuoi progetti per il futuro che sono certa continueranno a coniugare la poesia con la tua abilità di espressione anche visiva?

In questi ultimi anni sono un po’ ritornato film-maker in quanto non è raro che qualche mio lavoro sia restaurato e riproposto in Italia e all’estero. Come accennato, vorrei intervenire su alcuni di questi filmati per ottimizzarne la ricezione, per esempio inserendo un sonoro più decifrabile. (I mezzi di 50 anni fa erano meno facili da utilizzare al meglio.) Per fortuna (anche qui) ci sono amici e conservatori di archivi interessati a questi recuperi, filologici e no, e disposti a impegnare risorse in quest’ area molto defilata. Quanto a progetti di critica e traduzioni, direi “business as usual”. A giorni esce in USA un volume, Ezra Pound, Italy, and The Cantos, fatto di rapide letture e incursioni, saggistico insomma (le quattro sezioni si intitolano Places, Meetings, Readings, Endings). Forse ci sarà un nuovo Wallace Stevens (cioè singole raccolte tratte con le opportune revisioni dal Meridiano di Tutte le poesie), e c’è una possibilità concreta che si faccia una nuova edizione accresciuta del Robert Frost che curai con Giovanni Giudici nel 1991, assente in libreria dal 2003: una lacuna piuttosto grave, data la grandezza di Frost e la sua capacità di rivelare l’America come pochi altri. Ma va detto che uno ricomincia sempre da capo quando si siede davanti alla pagina e allo schermo. Grati se la seduta procede spedita, come oggi in questa bella mattina di sole. Si è comunque dei principianti in un mondo di relazioni e percezioni che è un microcosmo quasi invisibile sulla distanza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'autore

Giovanna Covi
Giovanna Covi, docente di Letterature Angloamericane e Studi di genere all’Università di Trento, è impegnata a nutrire il dialogo tra accademia e movimenti sociali e a colmare il divario tra teoria e pratica. Ha principalmente concentrato la propria ricerca sulla poesia statunitense e su opere scritte da donne che appartengono alla diaspora africana in USA e Caraibi. È responsabile per l’Unità di Trento del Progetto UnIRE-Università in rete contro la violenza di genere, ed è stata componente della Commissione nazionale per la selezione della miglior tesi di magistrale e dottorato sull’implementazione della Convenzione di Istanbul. Tra le sue più recenti pubblicazioni, saggi su Michelle Cliff, Jamaica Kincaid, Una Marson, e Toni Morrison.