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“Morire in altra lingua”. Nuovi versi dall’esilio di Gëzim Hajdari

Stimola contraddizioni la lettura del nuovo e rilevante contributo che Gëzim Hajdari ha da poco offerto alle nostre lettere, a quelle europee e non solo, con la raccolta bilingue Cresce dentro di me un uomo straniero / Ritet brenda meje një njeri i huaj, Roma, Ensemble, 2020. Nel volume in immediato si rintracciano la certezza di punti fermi, la caparbietà di un progetto a lungo termine, l’ostinazione a credere in valori millenari filtrati dalla invenzione scritta, persistenti a fronte di un mutamento epocale di paradigma, che tutto appiattisce, frammenta, disconosce e distrugge, proprio a far capo dallo status che l’autore porta, esibisce, coltiva: quello di esule, migrante, rifugiato, altro e diverso, nello spazio e nel tempo.

Una condizione fluida e bloccata che i suoi testi poetici ribadiscono ad ogni strofa, essendo ormai l’esperienza di fuggitivo e sradicato divenuta elemento sostanziale del suo vissuto e del suo immaginario, vittima (come si dirà) con molti altri intellettuali “stranieri” di una tacita e sistematica espulsione che l’Italia pre e post salviniana ha caparbiamente attuato in nome anche di purezza e primato letterari, in realtà smentiti da questa stessa raccolta.

Scaturiscono infatti questi componimenti dall’incontro successivo con obbligati non-luoghi: lontana l’originaria Albania, ingombrante la perplessa e timida Italia, estraneo il recente insediamento nella dimensione totalizzante dell’insularità britannica, precipite nella follia della Brexit:

2 agosto ho abbandonato l’Italia, dopo ventisei anni, per un altro esilio

nella terra dei barbari

(21 marzo volano i pipistrelli sulle colline della Ciociaria, 12-13).

Questi instabili territori concorrono a definire quadri e motivi che pervadono i testi del volume, arricchito rispetto alle precedenti raccolte da una più tesa dialettica tra angoscia del dispatrio perenne e la necessità di stabili capisaldi affettivi e valoriali. Tra questi l’aggrapparsi all’ostentata equivalenza delle lingue che il poeta ha finora utilizzato, albanese ed italiano, e sebbene la pagina sembra suggerire un primato della lingua madre, esse risultano così introiettate da non lasciare spazio a un terzo idioma. La nuova condizione tuttora costringe ad un’esplorazione con sguardi stupiti e sospetti, riflessi in lunghe arcate strutturali e nella fitta versificazione, segnata da tempi lenti e cauti nell’affacciarsi sul mondo sconosciuto, figurato nella contenuta sezione autonoma, la II, che abbraccia i componimenti 26-33. In essa permangono quei segnali che maggiormente avvertono della distanza da un universo non ancora penetrato, già definito dalla fredda lontananza dalle radici mediterranee, come manifestano i tratti del paesaggio: “le colline di granito del Devon” (Abitare nell’aspra terra del nemico appesa sull’orlo del precipizio, 6), e specialmente il clima che si respira “nell’aspra terra del nemico” (ivi, 1), dominato dal “vento tagliente dell’oceano” (Dove ci conducono le voci in ascolto, le campane di mare?, 7), da “Piogge infinite” (Piogge infinite sono cadute negli anni, 1) e altri fenomeni: “Nevica sui Dartmoor/ Sindone bianca sull’esilio” (Nevica sui Dartmoor, 12-13), che rivelano gli aspetti di un’ambientazione penosa, costretta a misurarsi con

Il pane amaro dei barbari. Il vento e il freddo una violenza,

ti frustano il cervello,

picchiano l’anima. […]

(Il pane amaro dei barbari, 1-4)

Anche i lettori, molti e convinti, che da decenni frequentano le pagine dell’autore possono solo affacciarsi ad un’altra stagione di una creatività mai immobile, eppure facilmente riconoscibile per la varietà concorde in chiave qualitativa dei tratti e delle esperienze di scrittura poetica, per un’originale qualità che gli ha concesso di svincolarsi, senza la necessità di risibili invocazioni di autonomia o tragicomici rinnegamenti, da un’etichetta generica di migrant writer. Essa risulta ad un tempo introiettata e scardinata dalla ostentazione di una forza inventiva che consente ad Hajdari di superare partizioni confinarie, respirando gli alti livelli delle letterature nazionali a cui aderisce, sviluppando su ogni scenario la forza di un discorso sensibile alle tensioni più profonde dell’esistere umano. La riconosciuta continuità e maturità degli esiti raggiunti nel quasi trentennale soggiorno italiano corrisponde non casualmente alla precocità ed eccezionalità di avere potuto raccogliere il largo patrimonio delle sue produzioni in una antologia organizzata e dinamica (Poesie scelte. 1990-2015, Nardò-Lecce, Besa, 2015), sullo stimolo convincente di un volume monografico ricco di interpretazioni autorevoli di critica accademica (Poesia dell’esilio. Saggi su Gëzim Hajdari, a cura di A. Gazzoni, Isernia, C. Iannone, 2010). E senza dubbio tali strumenti hanno favorito nel pubblico dei lettori (nel significato plurale di vari contesti internazionali, essendo in corso un significativo e lavoro di traduzione in più paesi) l’ambientazione rassicurante entro un territorio di immagini e figure di ineccepibile originalità, e lo stimolo a cogliere l’inquietudine curiosa e amara che si apre ad angosciosi passaggi obbligati dal precipitare di situazioni mai ristrette sul piano personale, piuttosto incardinate nell’evolversi involuto della società dell’incertezza aggressiva.

Tanto più funzionale appare la risposta della poesia di Hajdari, notoriamente giocata su un fitto tessuto di correlativi oggettivi, immancabili vocaboli mito, portatori di pregnanza espressiva di forte carica tattile, che materializza potentemente violente torsioni ed esplosive emozioni dell’interiorità sentimentale, acutamente esibite: “Dentro di me fuochi, spari, argilla e sangue” (Perché mi hai fatto nascere albanese, cieco e senza memoria?, 6). Appare necessario e il disperato tentativo di ancoraggio alla banalità di sassi, piante, suoli, animali, personaggi, che offrono ai grovigli sofferti nell’intimità riferimenti ai quali ostinatamente aggrapparsi nel penoso manifestarsi di marginalità non riscattabili, di mancato rispetto per l’elementare diritto alla quiete del vivere quotidiano. Una perenne condizione di espatrio che, pur proiettata nella dimensione storica e metafisica quale connotativo di ogni precaria esistenza umana, cerca il riscatto nei tratti della materialità umile e tangibile, grazie a una tavolozza lessicale che tratteggia le tappe di un calvario rinnovato da contingenze variate, dove invece si rintracciano quadri ripetitivi e oggetti ricorsivi che paiono illudere di una minimale saldatura con gli ambienti in cui per intervalli sospesi si sedimenta l’esistenza (in ispecie nel componimento Il ventisettesimo anno in esilio. Chiodo che sanguina. Quando finirà?): maree, stigmate, spine nere, merli, pietra, erba selvatica; muro (Chiodi dell’esilio); erbamara (Tu non conosci le ferite del sud) e controvento (Correre controvento verso la montagna).

Tali ricorrenze compongo più larghi panorami, tra i quali permane tanto lontana quanto debordante, ma in sostanza non più raggiungibile, la terra de “l’antica stirpe shquiptar” (Alzati Gesù, prendi la frusta), con l’emblematica sua corrotta capitale Tirana meretrice. E allo stesso modo l’ulteriore sradicamento consente distanza ottica e sentimentale per provare la messa a fuoco dell’altrettanto “materno” paesaggio con le “colline a strapiombo/della Ciociaria” (Perché mi hai fatto nascere albanese cit., 16-17). In esso s’è compiuto un radicamento non tutto di superfice, come prova la riposta atmosfera che ne emana, e i dettagli che indicano persino l’umile verisimiglianza dell’indirizzo anagrafico (“Via del Cipresso dove abito” Il ventisettesimo anno in esilio cit., 20). Il disegno di un territorio che pervade la memoria recente è ravvivato pure nella brevità di ritorni convulsi e laceranti nell’intermittenza forzata, ma concede largo rilievo a personaggi che popolano la banalità del vivere nel “negozio del pane” o nel “bar vicino casa” (La gente mi vede camminare a piedi per le strade della città ciociara, 5, 14), luoghi nei quali si smorza la tensione verso una riflessione ampia e sofferta, distesa e ricomposta nel chiacchiericcio quotidiano: “Signor Hajdari lavori?”; “Caro come va il lavoro?” (ivi, 3, 8). L’avvio di un colloquio umano pare allentare l’aspra solitudine che richiama invece la patria originaria.

Non sarà senza significato al contrario che figure umane non compaiano nei testi dedicati all’attuale incontro con le brughiere britanniche, a ribadire caratteristiche specifiche e profili differenziati tra le successive ambientazioni, sulle quali tuttavia si appunta la capacità di una raffigurazione densa e originale, che costituisce insieme operazione ottica e reattività spirituale, poiché ovunque l’uomo disancorato e sperduto misura in primis i tratti avversi, ostili, freddi, estranei (memorabile il suo esordio nel 1995 con: “Piove sempre/ in questo/ paese/ forse perché/ sono/ straniero”), correlati a una presenza altra e dominante, che quella logica respingente attua in sede sociale nei confronti di chi è costretto a vivere dalla parte sbagliata. Colpa originale, incancellabile, che marca in eterno l’assetto esistenziale interno a una geografia che si replica ed esplicita nella dimensione corporea (Tu non conosci le ferite del sud), e sancisce l’impossibile riscatto di tutte le periferie del mondo invariabilmente travolte da un caos doloroso dal quale l’umanità tutta, così come il poeta, non riescono effettivamente a separarsi, nonostante da quel serbatoio inesauribile di drammi si tentino continue e inutili evasioni:

Fuggono verso nord, ovest

File bibliche di uomini donne bestie bambini e vecchi

camminando senza sosta […]

addosso tonnellate di pioggia km di venti echi di guerre i lamenti

dei morti la maledizione del nuovo secolo […].

(Fuggono verso nord, ovest, 1-2, 6-7)

I successivi tempi che spingono a focalizzare lo sguardo sulle non-patrie, creano un evidente processo di mitizzazione del più lontano mondo albanese attraverso larghi quadri epici (che già arditamente avevano ispirato testi di complessa interpretazione quali Poema dell’esilio, Santarcangelo di Romagna, Fara, 2005; e in ed. ampliata ivi, 2007), superbamente intrecciati coi ritratti dell’aspra e arroccata comunità balcanica e con la saga familiare di una “stirpe di rapsodi” (Chiodi dell’esilio, 1). Comunità entrambe dominate da un ossessivo destino di morte come sanzione estrema, esse funzionano tuttavia da orgoglioso pretesto per esibire una coerenza di sentimenti mai arrendevoli a fronte della corruzione, del disastroso degradarsi dei circoli politici e intellettuali, responsabili di quella sua vita fuggiasca che necessita di rinsaldare i riferimenti filiali e familiari (Tu, mia vecchierella ti sei rinchiusa nella casetta petrosa e La sua voce minacciosa ogni mattina di buon’ora), entro i quali ripercorre itinerari educativi e letterari mai ristretti al contesto privato, e sempre nutriti da valori di generosa solidarietà tra i viventi.

Si rifugge da una prospettiva segnata dal piagnisteo della condizione vittimaria che pervade tanti dei testi usciti da reali sofferenze migratorie, sostituita da un atteggiamento di sfida non beffarda, in quanto nutrita da una lucida pienezza umana e dalla coscienza di una ferma condizione di esule senza possibile redenzione. Perciò sono assenti anche i toni eroici, nella lucida convinzione di un impossibile riscatto, dell’assenza di agognati definitivi approdi, mentre la stessa riflessione sulla condizione senza redenzione spinge alla scelta obbligata di “morire in altra lingua” (Elegia per i miei amici esuli, 1). Tale contraddizione non costringe a rinnegare la ricchezza della propria storia tormentata, piuttosto fa emergere e alimenta una voce poetica singolare in cui s’esprime l’intellettuale emarginato mentre osserva e descrive un mondo allo sfacelo causato dalla sorda crudeltà, offrendosi quale solitario e non tacitabile testimone reattivo contro la piatta brutalità della indifferenza.

Ne discende pure la coraggiosa e coerente continuità di una poesia civile, che supera modalità allusive in chiave di metafora o figura, e coltiva forme di versificazione non idealistica, allo stesso tempo cronistica e popolare, dove il testo non mira alla superficialità dell’effetto estetico, bensì a farsi strumento sferzante e giudizio fermo sulla corruzione della patria (Alzati Gesù, prendi la frusta, ma anche Tirana meretrice), pertanto informativo ed educativo. La scelta cosciente di moduli di antica tradizione consente un richiamo appassionato ai valori profondi utili da immettere nel presente, con l’ulteriore sfida di iscriverli nella veste espressiva e nell’orizzonte linguistico della poesia italiana da tempo estranea agli aspetti e ai passaggi della cronaca politica. Mentre Hajdari sin dal primo componimento esorta a non sfuggire alla dialettica delle proprie responsabilità, a non sottrarsi alla sfida diseguale ma aperta lanciata da un individuo respinto dalla miopia della intera politica continentale:

Io sono un poeta messo al bando nel cuore dell’Europa

Europa cannibale e allegra.

(Io sono un poeta messo al bando nel cuore dell’Europa,1-2)

Ne è prova la fedeltà alla figura del testimone vaticinante di cui l’autore si investe, presentandosi con una sensibilità reattiva e di largo spettro, che accosta la vicenda immediata del singolo ad una lunga storia di figure poetiche colpite e annullate dalla indifferenza e dalla sordità dei mondi, sia che si tratti della tragica e sistematica distruzione delle voci scomode della tradizione poetica del paese adriatico (all’Epicedio albanese il poeta ha dedicato un eclatante testo di memoria Gjëmë.Genocidi i poezisë shqipe, Tirana, Mësonjëtorja, 2010), sia della mancata capacità da parte del nostro sistema culturale ad attuare un vero insediamento dei tanto esaltati “scrittori della migrazione”.

Finalmente il cantore, non gli accademici intenti a coltivare ardite formule predittive di maiuscoli esiti rivoluzionari realizzati da tali presenze salvifiche per le nostre lettere, ci dispiega una realtà palese ma affatto sconosciuta, che rintraccia la vicenda della scrittura migrante in Italia (alla vigilia della mesta celebrazione del suo trentennale) fuori dalla piattezza di formule e schemi triti, evocando direttamente le parabole esistenziali dei personaggi che l’hanno realizzata senza realmente uscire di clandestinità. Il lato umano e il vissuto di una prima generazione, ormai più che matura e senza adeguati scambi con quella successiva come in altri paesi, dispiega una storia dolorosa di sconfitte, di ostilità e avversione per figure respinte dalla scena pubblica attraverso un’ostilità non solo editoriale, che ha finito per incidere sulle loro stesse esistenze attraverso terribili agonie. Gëzim pietosamente ci richiama il martirio di quegli straordinari poeti inascoltati nel loro vecchio e nuovo linguaggio, trasformandolo in pressante invito a recuperarne le tracce non dissolte ma ignorate nella persistenza dei loro testi, ai quali integra i sofferti ricordi diretti che alimentano l’Elegia per i miei amici poeti esuli, testo di larghissimo respiro, che si presenta nell’inaspettata prospettiva di una critica letteraria in versi. Essa raffigura un contesto sociale e di cultura dove i tratti della alterità pesano come stigmi incancellabili, preludio a una morte “in povertà,/ solitudine/ e disperazione” (ivi, 6,7 e 8), così che per tutta la loro spaventosa schiera

nessuna donna pianse accanto al corpo senza vita del poeta,

nessun giornale annunciò la sua morte.

Nessuno.  (ivi, 246-248)

Sorprende la capacità di disseminare in un poema di centinaia di versi, lungo ritmi alti e desolati al medesimo tempo, i ritratti scabri e assolutamente vivaci nella precisione delle fisionomie e delle psicologie di Luigi Pacioni, Heleno Oliveira, Thea Laitef, Egidio Molinas Leiva, Hassan Atiya Al Nassar, Hakim Mohammed Akalay, Ali Mumin Ahad; ricostruzione appassionata dei loro percorsi minati dal “veleno dell’esilio” (ivi, 411) che li isola in una povertà umiliante prima di tutto relazionale e umana. Essa li costringe ad una cancellazione non soltanto fisica, ma agisce preventivamente a dannarne la memoria, tanto da costringere l’autore a farsi custode e celebrante di questo desolato mondo popolato di fantasmi illacrimati, sfidando il disinteresse della nuova patria che dimostra, come quella materna, una drastica mutazione, tanto da sostenere che nell’Italia “è annegato dentro di me un paese conosciuto” (Girano intorno a me strade nude mai percorse al sorgere del giorno, 7). La sola risposta sul piano culturale al dominio torpido della sensibilità interpretativa ufficiale consiste nella ferma ricerca di un territorio ideale dove libertà e creazione coincidono, convinto che solo ormai è La mia poesia un paese sovrano.

C’è ovviamente in quel martirologio tutto il carico passionale di un presentimento autobiografico, ma anche il tentativo di contrastare la disinvolta dissipazione del contributo positivo che confini aperti possono immettere sul versante della produzione culturale, letteraria in particolare, in un paese che senza batter ciglio ha visto negli ultimi anni allontanarsi personaggi di rilievo intellettuale come Miguel Angel Garcìa, Amara Lakhous, Rula Jabreal, Fatima Ahmed, Randa Ghazy, Cristina Ali Farah, Elvira Dones, Ron Kubati, Tamara Jadreićić, Jadelin Gangbo, Shirin Fazel, Silvia Campaña, nuovamente esuli, talora inseriti al pari dei loro testi in altri circuiti linguistici d’Europa o di altri continenti. Non diverso insomma il rifiuto che l’Italia ha espresso a Gëzim Hajdari, per il quale è già in atto una palese forma di disinteresse, nonostante l’intensità delle occasioni creative, tanto che lui stesso confessa: “Da molti anni non mi invita nessuna città in Italia a leggere i miei testi” (Raccolgo la frutta dimenticata sugli alberi per le strade dei quartieri, 4).

La speranza è ovviamente che la sua riconosciuta eccellenza mondiale non porti a una cesura reale e definitiva con l’ambiente italiano, all’interno del quale il nostro continua ad agire nel delicato snodo, che non sempre ha incentivato incontri e scambi, tra creazione ed esito editoriale, essendo intensamente impegnato a coordinare un nucleo di interessanti proposte critiche e traduttive tutte giocate sulla dialettica alterità/letteratura con l’editore romano Ensemble.

L’intersezione degli orizzonti culturali di riferimento, che il trascorrere nella dimensione d’esilio accresce ed impone, “Condannato all’esilio da un altro esilio” (Perché mi hai fatto nascere albanese cit., 27) accentua l’uso disinvolto di una tastiera diversificata ed altalenante tra le celebri fulminee notazioni versificate (Attendo i giorni di maggio; Correre controvento verso la montagna; Catania) e il gusto, che il poeta si compiace di attivare nella foga della polemica o evocando situazioni dolorose, delle forme espressive larghe, narrative e cronachistiche, fino ad abbracciare in un intenso panorama l’intera storia albanese (Alzati Gesù, prendi la frusta). La vasta conoscenza di un repertorio poetico sconfinato, consentita anche dall’infaticabile lavoro di traduzioni con la frequentazione di plurime lingue, lo mettono al riparo dalle scontate soluzioni di esotismo manierato, limitato a tessere di accattivante coloritura, per suggerire piuttosto squarci profondi che conseguono alle amputazioni forzose della madre lingua. Inserti e innesti riferiti ad esperienze larghissime, patite e introiettate a sagomare approcci curiosi ad una vera e propria letteratura-mondo, conferiscono varietà e plastica evidenza a un groviglio di immagini e formule che esplicitano, nel bruciante rilievo della loro carica espressiva, la necessità di allargare lo sguardo sul reale, trasferendo nella spontaneità della percezione la pluralità di prospettive e un ventaglio di immaginari che scavalcano di continuo artificiose barriere, che costituiscono gli “Incubi di confine” (Il pane amaro dei barbari, 20). Non riesce fortunatamente “Uno stare senza dimora in mezzo alle alture, nude prigioni” (Uno stare senza dimora sulle alture, 1) a tacitare quella intenzione poetica che campeggia ad apertura della silloge e alla quale rimane drammaticamente fedele nel suo lavoro:

Ho pronunciato la verità nel tempo dell’inganno

(Io sono un poeta messo al bando nel cuore dell’Europa, 4).

 

1.

Io sono un poeta messo al bando nel cuore dell’Europa,

Europa cannibale e allegra. Di sangue bianco.

L’unica colpa celeste di uomo duro?

Ho pronunciato la verità nel tempo dell’inganno,

in un paese prigioniero senza veri nomi sui volti,

parole di fuoco sulla lingua. Sulle regioni dei mondi incurvati,

dietro la sete dei roghi, le strade tortuose e blasfeme,

c’è un po’ della mia vita profetica, un po’ delle utopie remote,

crescono di nascosto i gemiti gonfi di rabbia sotto la pelle.

Freme il destino frantumato sui sassi, ventisette anni al confino

non commuovono nessuno. Nessun segno dall’altra costa selvatica

di varcare l’infanzia incendiata, i tetti dei miei libri in attesa.

 

3.

Il ventisettesimo anno in esilio. Chiodo che sanguina. Quando finirà?

Il tempo scivola tra le dita come le voci che amiamo si perdono nell’abisso

dell’io, gli anni si conficcano nella mia carne come coltelli. Fuochi ignoti,

le solite frontiere assassine, ansie mortali. Non ho il coraggio di dire addio.

 

Fiumi di lettere, maree di versi crescono sulle stigmate del corpo tremante

senza sosta come spine nere. Ho visto tanti uomini morire sulla soglia

del giorno senza l’ultimo saluto; sulle labbra, echi di guerre, parole non dette,

inni di colline, ceneri fertili. Al capo del mondo una porta invasa dal muschio.

 

I merli mangiano le ultime bacche del sambuco sulla siepe di fronte la finestra

a strapiombo. Sui becchi le ferite del bosco. Si corteggiano a coppie,

mi guardano dritto negli occhi saltando sui rami denudati del siliquastro.

Di corvi e lastre fredde di pietra la stagione. Nulla promette.

 

Oltre i Monti Lepini, nel fondo del Tirreno, invecchiano i fulmini.

Le strade del ritorno per i Balcani prendono fuoco. Città bombardate giacciono

sui libri incendiati, muri innalzati, fughe e spade assetate. Delirio e follia.

 

Chiudo gli occhi e ascolto me stesso.

In quale lingua mi chiamerà la morte

nella stanza sgombra? Quale morte?

 

Spari di cacciatori di tortore attraversano la provincia macchiata di rosso.

Via del Cipresso dove abito, come un serpente velenoso, sale con fatica

sulla collina ciociara con alberi stretti l’uno all’altro.

 

Ho nostalgia di passeggiare con le mani in tasca nella città di Lushnje.

Quando frequentavo le medie e il Liceo vendevo il latte delle mie capre

nei suoi quartieri, prima di andare a scuola.

 

Tornavo nel villaggio facendo due ore a piedi, nei pomeriggi

andavo nei campi a lavorare per comprare il pane quotidiano,

libri per studiare. Il cielo chiuso sulle spalle.

Erano gli anni del terrore di Stato. Condanne, fucilazioni, lavori forzati

in nome della lotta di classe. Marce, slogan, filo spinato.

 

Il mare del Tirreno porta tramite le gole dei monti il canto mortale

della maga Circe,

le voci arrochite dei pescatori stremati,

la nostalgia di quelli che partono.

 

5.

La gente mi vede camminare a piedi per le strade della città ciociara

e mi domanda:

«Signor Hajdari lavori?»

«Sì» – rispondo io – «faccio il poeta (parola proibita), lavoro con le parole.»

 

Sabato scorso, al negozio del pane, ho incontrato alcuni amici

che non vedevo da un po’ di tempo,

mi salutano cordialmente. Mi chiedono:

«Caro come va con il lavoro?»

«Non male, cerco di andare avanti», dico con gentilezza.

 

Una volta un giornalista di un quotidiano italiano

che venne da Milano a trovarmi a casa, in via del Cipresso,

scrisse sulla pagina nazionale cultura:

«A volte i poeti abitano anche a Frosinone!»

 

Ieri, al bar vicino casa, ho incontrato per caso

un collega conosciuto a Parigi

durante la presentazione di un mio libro.

Quando mi ha visto si è stupito. Dice:

«Gëzim che ci fai qui?»

 

Stamattina, davanti all’Accademia di Belle Arti,

mi ha fermato un profugo di colore chiedendomi

in un italiano zoppicante:

«Amigo dame soldi!»

Gli rispondo: «Signore vivo alla giornata, venticinque anni in Italia

non so cos’è uno stipendio a fine mese».

«Ce l’hai soldi, figlio puttana!», mi insulta lui arrabbiato,

inseguendomi con un volto minaccioso.

Amici frusinati di vecchia data

stranamente non mi salutano più.

Cresce dentro di me un uomo straniero.

 

25.

21 marzo volano i pipistrelli sulle colline della Ciociaria,

11 aprile chiama l’assiolo notturno sui rami del leccio, nel cortile,

13 aprile giungono le rondini dal Libano,

14 aprile sono stato costretto ad abbandonare l’Albania,

dal porto di Durazzo, sconfitto, di notte, sotto la pioggia,

12 maggio sento il verso degli stornelli come se fossero impazziti,

16 maggio canta il cuculo sulle colline di Ferentino,

7 giugno illuminano le lucciole nel giardino, accanto allo zabel

3 luglio friniscono le prime cicale sul tronco del pino

marittimo di fronte alla finestra a strapiombo,

15 luglio raccolgo ogni anno corniole al lago di Canterno,

2 agosto ho abbandonato l’Italia, dopo ventisei anni, per un altro esilio

nella terra dei barbari.

 

29.

Nevica sui Dartmoor.

Le Pietre di Stonehenge,

a forza del segreto,

svuotate del mistero.

 

Sull’albero del melo,

radici intrecciate,

conficcati coltelli di pioggia.

 

Acqua e sangue

l’albero di Geremia.

Stupore o passione

la nuova dimora?

 

Nevica sui Dartmoor

Sindone bianca sull’esilio.

 

L'autore

Fulvio Pezzarossa
Fulvio Pezzarossa
Docente di Sociologia della Letteratura presso l'Università di Bologna, Fulvio Pezzarossa è da tempo impegnato a studiare e accompagnare lo sviluppo dei testi di migrazione nel panorama letterario italiano. Oltre al convegno internazionale sui Vent'anni della scrittura di migrazione (CLUEB, 2011, con I. Rossini), si ricorda l'impegno come fondatore e direttore della rivista "Scritture Migranti", e l'ideazione del primo Laboratorio di scrittura interculturale, che da oltre un decennio si realizza all'interno del Dipertimento di Filologia Classica e Italianistica bolognese.

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