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In memoria di Luigi Stifani, l’ultimo violinista terapeuta del tarantismo salentino

Il 28 giugno scorso sono stati venti anni dalla morte di Luigi Stifani, l’ultimo musicista terapeuta del tarantismo salentino ancora “in funzione”, personaggio di grandissima importanza per la comprensione del fenomeno ma anche per l’inizio del revival successivo alla cessazione della pratica del rito vero e proprio. Ha lasciato questa terra proprio nei giorni cruciali della festa di san Paolo, quando, secondo la tradizione, le tarantate e i tarantati si recavano in dolente processione presso la cappella dedicata al santo a Galatina (Le) per chiedere la grazia, singolare coincidenza che non fa che aumentare il suo fascino.

Nato nel 1914 a Nardò, grosso borgo agricolo del versante ionico della provincia di Lecce, barbiere di professione (seguendo una antica consuetudine che associava questi artigiani alle pratiche di medicina popolare e a quelle musicali), Stifani cominciò a godere di una certa fama anche al di fuori del mondo popolare con la pubblicazione della Terra del rimorso di Ernesto de Martino (1961), celebre saggio in cui l’etnologo napoletano sottoponeva il tarantismo pugliese ad una serrata indagine storico-antropologica, incrociando la copiosa mole di dati provenienti dalla “letteratura storica” sul fenomeno con i risultati di una intensa (anche se breve) indagine sul campo, condotta nel giugno del 1959 a Galatina, Nardò e altri comuni limitrofi. L’incontro con l’orchestrina capitanata dal nostro barbiere violinista nel corso di una “cura” coreutico-musicale di una tarantata avvenne nella giornata del 24 giugno a Nardò, e fu raccontata in modo vivido da de Martino nel suo capolavoro: l’equipe di ricercatori da lui coordinata andava in cerca di Stifani sotto il cocente sole salentino, quando, richiamati dalla inconfondibile musica che si diffondeva nei vicoli, e che svelava gradualmente “nel ritmo del tamburello la linea melodica del «ballo del piccolo ragno», cioè della tarantella, l’antica tarantella del Sud nella sua originaria funzione terapeutica”, approdarono nei pressi della modesta casa dove si stava riproponendo quel rito antico di secoli; varcando “non senza una comprensibile sospensione d’animo” la soglia della angusta stanzetta al piano terra, si ritrovarono “di punto in bianco, dal giorno alla notte, brutalmente sbalzati in un altro pianeta”.

Da quel momento Luigi Stifani fu sottratto all’oblio della storia e divenne il “testimone” privilegiati per i tanti studiosi e appassionati che, negli anni successivi scesero nelle terre salentine seguendo le affascinanti pagine della Terra del rimorso. E in molti casi apparirà nei saggi, nei reportage fotografici e nei documentari che seguiranno l’inchiesta demartiniana. Un ruolo centrale lo ebbe anche nel fondamentale video La taranta, che il giovane regista Gianfranco Mingozzi realizzò nel 1960, con la consulenza di Ernesto de Martino e Diego Carpitella, riprendendo alcuni momenti degli inquietanti riti salentini. Il film, arricchito da un suggestivo (e, occorre dirlo, forse eccessivamente “esotizzante”) commento del premio Nobel Salvatore Quasimodo, contribuì moltissimo alla crescita della curiosità intorno al fenomeno, che, sotto la morsa del “progresso”, era ormai in una crisi irreversibile che lo avrebbe portato alla totale scomparsa nel giro di pochi anni.

Ultimo erede di una lunga tradizione di violinisti specializzati nella cura del tarantismo, di cui abbiamo molte notizie nella letteratura storica almeno a partire dal Settecento (in Puglia ma anche nel resto dell’Italia meridionale, in Sicilia e addirittura in Spagna), Luigi Stifani è stata dunque una delle figure più emblematiche del mondo popolare salentino del dopoguerra. Il suo repertorio musicale non era composto dalle irresistibili pizziche, suonate durante sedute terapeutiche che potevano durare per ore e a volte per giorni, ma anche di un più pacificato repertorio di ballabili per le feste e da alcuni canzoni ironiche e “sconce”, di cui per fortuna resta molta documentazione sonora. Ma la celebrità gli venne dal suo ruolo di “detentore dell’ideologia popolare della taranta” (espressione demartiniana), che a un certo punto, diventò per lui quasi un lavoro: con la intraprendenza che non gli è mai mancata, trasformò la sua bottega in un “centro sudi sul tarantolismo” e fissò un prezzario per le interviste!

Altro momento importante della sua “carriera” fu la partecipazione, con l’orchestrina dei “Musici – terapeuti del Salento” (capitanata da lui e composta da Tora Marzo al tamburello, Pasquale Zizzari all’organetto e Giuseppe Ingusci alla chitarra, tutti di Nardò) allo spettacolo Sentite buona gente, curato da Roberto Leydi con la consulenza di Diego Carpitella e la messa in scena di Alberto Negrin per la stagione 1966–’67 del Piccolo Teatro di Milano (fra febbraio e marzo). A questa “Prima rappresentazione di canti, balli e spettacoli popolari italiani”, che doveva essere trasmessa dalla Rai e di cui esiste una documentazione video da poco resa disponibile dall’editore Squilibri, i musicisti salentini vengono chiamati proprio ad eseguire – davanti alla migliore borghesia milanese – una delle pizziche “indiavolate” che usavano nel corso delle loro sedute terapeutiche, mentre su uno schermo in fondo al palco scorrevano alcune immagini (in particolare quelle riguardanti il rito “domiciliare”) tratte da La taranta di Mingozzi, che il gruppo musicale in qualche modo “sonorizzava” dal vivo.

Dagli anni Ottanta, Stifani divenne anche gradualmente un riferimento per i giovani che nel Salento si stavano riappassionando ai suoni e ai riti della tradizione, che avevano per lui il rispetto e la venerazione che si devono ai grandi maestri. Testimonianza di questo momento sono la sue istrioniche apparizioni nel documentario San Paolo e la tarantola, diretto da Edoardo Winspeare (1991), regista che avrà un ruolo di grande rilevanza nel movimento di “rinascita” della musica popolare salentina, e nel suo successivo film Pizzicata (1996). Inoltre fu spesso coinvolto in feste più o meno popolari e in concerti “di riproposta”, ma anche in alcune singolari dancehall organizzate dalla posse salentina dei Sud Sound System, che mescolavano funambolicamente pizziche, stornelli, rap e ritmi giamaicani. Continuò a suonare in pubblico fino a pochi mesi prima della morte, che avvenne come abbiamo detto il 28 giugno del 2000.

Pochi giorni prima era stato pubblicato dalle edizioni Aramirè un suo libro, Io al santo ci credo. Diario di un musico delle tarantate, straordinario documento demoantropologico che raccoglieva i suoi appunti relativi ai casi di tarantolismo che aveva affrontato in quarant’anni di attività di “terapeuta”. Sandro Portelli, nella densa introduzione al volume, scrive che Stifani “viene dal cuore stesso della cultura orale”, impara i mestieri “rubandoli con gli occhi, non attraverso un’istruzione normale”, pratica “forme musicali e terapeutiche con una lunghissima storia passata quasi interamente fuori della scrittura attraverso le generazioni del Salento rurale”. Ma a un certo punto si pone anche il problema di “rappresentare all’universo della scrittura l’universo dell’oralità”. Il suo, quindi, è “un intenso lavoro di trascrizione e traduzione”, con cui “si mette al confine fra oralità e scrittura, cultura tradizionale e ricerca etno-antropologica, spazio locale e spazio espanso”. Il libro è arricchito da un cd con le sue celebri “pizziche tarantate”, presenti sia nelle versioni storiche registrate da Diego Carpitella nel 1959, sia in versioni contemporanee, appositamente registrate da Aramirè – Compagnia di musica salentina. Alcuni dei brani del repertorio di Stifani sono riportati nel volume nella particolare trascrizione del nostro, che non sapeva leggere la musica “normale” sul pentagramma e letteralmente si inventò un suo personalissimo codice, la “musica numerica”. Secondo Portelli questa modalità di trascrizione non serviva a Stifani principalmente per poterla ricordare e rieseguire – per questo bastavano le pratiche della cultura orale – ma, ancora una volta, per “rappresentare”, cioè “permettere ad altri, compresi quelli che la tradizione orale si accostano dall’esterno, di capire com’è fatta la musica che lui suona a memoria, ma non per questo in modo meccanico e inconsapevole”.

Luigi Stifani è stato dunque una figura di grande fascino e complessità: notevolissimo musicista popolare, testimone privilegiato dei segreti del rito ma anche straordinario “mediatore” fra punto di vista interno e osservazione esterna, fra la tradizione, la ricerca e il “movimento” salentino nelle sue fasi iniziali. Attende di essere ricordato nella maniera più appropriata, magari investendo sul museo che porta il suo nome, collocato all’interno del palazzo municipale di Nardò, che potrebbe diventare un piccolo gioiello dedicato alla memoria del tarantismo e dei suoi protagonisti.

santoro@anci.it

 

Biblio-video-discografia

Ernesto de Martino, La terra del rimorso. Contributo ad una storia religiosa del Sud, Il Saggiatore, Milano (prima edizione 1961)

Luigi Stifani, Io al Santo ci credo. Diario di un musico delle tarantate, libro con cd audio, Edizioni Aramirè, Lecce, 2000

Ruggiero Inchingolo, Luigi Stifani e la pizzica tarantata, libro con cd audio, Besa Editrice, Nardò, 2003

Musiche tradizionali del Salento. Le registrazioni di Diego Carpitella ed Ernesto De Martino (1959 – 1960), a cura di Maurizio Agamennone, libro più 2 cd, Squilibri edizioni, Roma, 2004

Domenico Ferraro, Roberto Leydi e il “Sentite buona gente”. Musiche e cultura nel secondo dopoguerra, libro con cd e dvd, Squilibri edizioni, Roma, 2015 (nel dvd la registrazione completa dell’omonimo spettacolo del 1967)

Per approfondimenti sulla evoluzione del “movimento” salentino si possono consultare i miei due saggi: Il ritorno della taranta. Storia della rinascita della musica popolare salentina, Squilibri editore, Roma, 2009 e Rito e passione. Conversazioni intorno alla musica popolare salentina, Itinerarti edizioni, Alessano (Lecce) 2019.

Film

Pizzicata, di Edorardo Winspeare (1996)

L'autore

Santoro Vincenzo
Santoro Vincenzo
Vincenzo Santoro è nato ad Alessano (Le) il primo febbraio 1970. Nel corso dell’esperienza universitaria a Pisa, partecipa al movimento studentesco “La Pantera” e comincia un percorso di lavoro e approfondimento sui temi della rappresentanza studentesca e del diritto allo studio, che in seguito svilupperà collaborando alla fondazione del sindacato studentesco Unione degli Universitari (in cui farà parte del primo esecutivo nazionale, dal 1994 al 1997) e poi come collaboratore del Ministero dell’Università (dal 1998 al 2001). Eletto nel consiglio comunale del suo comune (Alessano, Lecce), svolgerà l’incarico di consigliere delegato alla cultura dal 1997 al 2000.
Parallelamente, svilupperà un’attenzione ai temi delle culture e delle musiche tradizionali (con particolare riferimento alla sua terra di origine, il Salento), contribuendo a numerosi progetti culturali e realizzando diverse pubblicazioni, fra cui (insieme a Sergio Torsello) Il Ritmo meridiano. La pizzica e le identità danzanti del Salento (2002), Il Salento Levantino. Memoria e racconto del tabacco a Tricase e in Terra d’Otranto ( 2005) e Il ritorno della taranta. Storia della rinascita della musica popolare salentina (2009) .
Altra pubblicazione importante da lui curata è Manifesto di Pace (2002) raccolta degli articoli scritti per il quotidiano il manifesto dal 1990 al 1992 da Don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e esponente importante del movimento per la pace.
Dal 2004 lavora presso l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, dove attualmente è responsabile del Dipartimento Cultura e Turismo.
Nel 2015, con Antonella Agnoli, ha curato la pubblicazione di Un viaggio fra le biblioteche italiane, volume che riassume i risultati di una ricerca condotta in quaranta biblioteche “di base” distribuite su cinque province e una regione, per conto del Centro per il libro e la lettura del Mibact.
Di recente uscita per l’editore Squilibri è il saggio Odino nella terra del rimorso. Eugenio Barba e l’Odin Teatret in Sardegna e Salento, 1973-1975.