In primo piano · Interventi

Cento passi per ribellarsi

«Ogni volta che si legge un buon libro, in qualche parte del mondo, una porta si apre per lasciare entrare più luce» (Vera Nazarian). Come per i libri anche un buon film è capace di aprire un nuovo mondo possibile con una porta colma di luce. Il film di Marco Tullio Giordana ci mostra un universo di una piccola comunità siciliana: Cinisi. La sua storia viene narrata tramite un personaggio famoso: Giuseppe Impastato. Il film si apre con una delle canzoni più importanti della fine degli anni Cinquanta: “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno. Semplice, ricca di gioia, ci mostra l’infanzia del bambino, che di li a poco verrà sconvolta da una perdita: la morte dello zio. Ecco, in quel momento nasce una delle prime ribellioni di Peppino perché la mafia distrugge tutto ciò che è bello.

La vita di Peppino Impastato, giovane militante politico e giornalista siciliano ucciso dalla mafia, è al centro del film I cento passi, un prodotto cinematografico del 2000, espressione delle nuove narrazioni dell’Italia contemporanea. L’articolo, frutto di un attento studio, interpreta il film non limitandosi a verificare la rottura del giovane Impastato con gli ambienti dominati dalla criminalità organizzata. Punta, invece, a far comprendere come la regia e la sceneggiatura dell’opera facciano trasparire un documento generazionale, in cui pesano esperienze e formazioni degli autori, raccogliendo nella vita di Impastato le fratture di Cinisi. Il protagonista si ribellerà alla politica, alla famiglia, alla cultura e alla società mafiosa del suo paese. Le quattro ribellioni si sviluppano per l’intero arco temporale di vita di Peppino ed in particolare la ribellione politica è ampiamente mostrata tramite l’importante la figura immaginaria del pittore Stefano Venuti. La parabola “rivoluzionaria” di Impastato culminerà nella sua candidatura a consigliere comunale, che lo porterà alla morte per mezzo della mafia.

Ribellione politica
Zio Gasparo, tu uomo del passato sei, foss’ pi tia ancora nell’età della pietra saremo. Oggi l’agricoltura bisogna farla con sistemi industriali. […] Ecerto che ci vogliono i piccioli e noi ce li faremo dare dalla regione. […] Zio Gasparo, fatti furbo. Non votare più per il re oggi abbiamo la repubblica, la democrazia.

Le prime battute significative del film sono pronunciate da Cesare Manzella, zio materno di Peppino, al quale il ragazzo era molto legato. In una scena vediamo i due che assistono ad un comizio di Stefano Venuti, membro influente – nato dalla fantasia del regista – del Partito comunista di Cinisi. Venuti si scaglia contro il sindaco parlando dell’aeroporto di Punta Raisi voluto da un gruppo influente che lui definisce mafiosi. Manzella lo scredita affermando che la nuova pista non è stata voluta da lui, poiché è “un affare sbagliato, troppo cemento, troppo traffico, troppo rumore”. Venuti risponde dicendogli che “gli altri si sono già messi d’accordo”. Lo zio indignato risponde che nessuno può far nulla senza il suo appoggio, rivelando la sua influenza sulla politica. Nella scena successiva vediamo lo zio saltare in aria su un’autobomba. Peppino, traumatizzato dall’evento, inizia ad indagare e si reca dal pittore, accusandolo di aver ucciso lo zio.

Giuseppe: L’hai ammazzato tu lo zio?
Stefano Venuti: Oh picciriddu, chi è straparli?
Giuseppe: Tu non sei un comunista?!?? I comunisti ci odiano.
Stefano Venuti: Ma chi è che ti mette tutte ste fesserie n’ta testa?
Giuseppe: Allora chi è stato?
Stefano Venuti: Quelli come lui lo hanno ammazzato, quelli che vogliono prendere il suo posto.

La scena è piena di luce e Giuseppe guarda il Venuti sconvolto perché per la prima volta apprende cosa sia la mafia e quanto il suo potere sia distruttivo. Da questo momento Peppino si interessa alla politica, divenendo comunista e lasciandosi alle spalle l’idealizzazione dello zio. Peppino intende sensibilizzare l’animo dei suoi concittadini nei confronti della politica anche attraverso il circolo di “Cinema e Cultura”, dove verrà proiettato il film di Francesco Rosi Le mani sulla città. Durante la messa in scena del finale Giuseppe si sofferma sulla didascalia: “I personaggi sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce”, senza però suscitare nel pubblico le reazioni sperate, infatti il dibattito viene interrotto e i ragazzi si mettono a ballare. Inoltre, nel cineforum vi è un manifesto di Che Guevara, che mostra l’interesse politico dei suoi giovani membri. Durante il film i membri del circolo manifestano tutti insieme sotto il Comune, criticando le scelte fatte della giunta, che ha permesso la costruzione di ben tre curve nel tratto di autostrada che passa nel territorio di Cinisi, poiché: “questo pezzo di giardino appartiene a certi amici degli amici”. Il sindaco chiama i carabinieri che interrompono le proteste. I ragazzi del circolo, vedendosi negato il diritto di parola decidono di fondare una radio libera: Radio Aut. Nella prima trasmissione Peppino riporta un’intervista provocatoria al cane del Sindaco, che viene definito “ladrone” e soprattutto colluso con la mafia. Impastato, con questo gesto, si ribella in modo plateale alle istituzioni politiche, definendo il municipio di Cinisi “maficipio”. La lotta politica è sempre più pesante per Peppino, che spesso è preso dallo sconforto; dopo il funerale del padre trova un suo vecchio bigliettino dove aveva riportato un pensiero scritto in un momento di scoraggiamento: “Voglio abbandonare la politica e la vita”. Ma il giovane non si perde d’animo e sceglie di candidarsi con la lista del Partito di Democrazia Proletaria, comunicando a Venuti che lo farà soltanto per non disperdere i voti. Infatti, se si fosse candidato con il Partito Comunista non sarebbe stato appoggiato dai suoi elettori:

Peppino: Ho deciso di candidarmi alle elezioni comunali. Penso di poter contare su un centinaio di voti, forse anche di più.
Venuti: E che fai torni con noi?
Peppino: No, mi candido con Democrazia proletaria.
Venuti: Ti serve il mio permesso?
Peppino: La gente che mi vota non avrebbe mai votato PC. Sarebbero stati voti dispersi 100, 150 voti buttati via.
Venuti: E se invece li danno a te?
Peppino: Quello che ho fatto alla radio lo farò anche in consiglio comunale. Li controllo, li marco stretti, li costringo a rispettare le leggi.

Le elezioni si avvicinano e alcune radio chiedono a Giuseppe di farsi intervistare, ma vengono quasi sempre censurate, come è censurata la voce di Peppino quando la sera dell’intervista verrà rapito e la sua vita verrà stroncata.
La scelta di coinvolgersi in politica in maniera così profonda ha toccato un nervo scoperto del sistema governativo del piccolo centro siciliano e per questo viene ucciso, per non permettergli di “marcarli stretti”.

Ribellione familiare

Giuseppe Impastato lotta fin da subito contro suo padre ed il suo caso è più unico che raro in quanto lo scontro è causato dalla mafia e non dall’emancipazione, come sarà per i figli del ‘68. Luigi Impastato è un mafioso legato anche alla figura di Cesare Manzella, marito della sorella e capo della cupola di Cosa Nostra negli anni Cinquanta. Per questo la ribellione che Giuseppe intraprende è quella contro la famiglia, contro sé stesso ed il suo stesso sangue. Nel film è evidente il “conflitto edipico” attraverso tre importanti episodi vissuti tra Peppino e suo padre. Il primo caso di conflitto nasce quando Peppino viene arrestato dopo aver scioperato contro la terza pista. Luigi Impastato si reca da Peppino per liberarlo e ha un volto cupo, con la fronte aggrottata come se stesse pensando già al peggio: il padre ha paura e vuole proteggere il figlio.  La scena è chiara perché l’amore è chiaro ed il volto di Peppino è deluso, come se si sentisse uno sconfitto. Egli ha perso la sua prima lotta e suo padre rappresenta la parte che lo ha schiacciato, è arrabbiato ma non reagisce e abbassa solo lo sguardo. Anche la scelta degli abiti è significativa: Peppino in jeans e maglietta mentre il padre indossa un completo, evidente richiamo al film Il Padrino. Successivamente il distacco tra padre e figlio si approfondisce, a causa dell’uscita del giornale “L’Idea socialista”, in cui Peppino firma la redazione del mensile. La scena si svolge nella stanza da pranzo e tutta la famiglia è in tensione ma il ragazzo reagisce:

Giuseppe: Tu e gli amici tuoi vi credete i padre eterni di Cinisi poi vi nominano Tano Battaglia e ve la fate di sopra.
Luigi: Muto, non lo chiamare così.
Giuseppe: Perché te lo sei scordato come li chiamavano i Badalamenti? Battaghi come le campane delle vacche.
Luigi: Zitto, vastasu.
Giuseppe: Facevano i vaccari no?! I porci, le mucche, le vitelline da scannare fresche fresche. Baciamo le mani Don Tanto, a quant’è oggi a carne, n’aviti carne di comunista? A lei signore Impastato ci ho messo da parte una cosa troppo speciale: a so’ figghiu Peppino! Come glielo devo servire, a polpette, a salsiccia?
Luigi: Sii disonesto. Sii vastasu,nun hai core. Tu non lo capisci che se parli così quelli ti ammazzano?
Giuseppe: E se quelli mi ammazzano tu che cosa fai?

La scena è drammatica e la musica che segue dopo l’ultima frase sottolinea il dolore del padre che ha paura per il figlio. Luigi non è una “cattiva persona”, un cattivo padre ma è un uomo di mafia e Peppino non può accettarlo. Il dolore trapela in tutta la stanza e con l’uscita di Giuseppe vediamo l’amore di un padre che preferirebbe morire per il figlio, lo osserva ed il suo sguardo lo segue. Il rapporto raggiunge il culmine della rottura quando il figlio sceglie di aprire Radio Aut. Dopo la prima trasmissione, nella quale insieme ad i suoi amici ironizza sul Municipio di “Mafiopoli” (Cinisi) e su Tano Seduto (Gaetano Badalamenti), litiga nuovamente con il padre. Questo è il terzo caso di “conflitto edipico” dove la lite diventa così dura, così cruda che il padre picchia il figlio, stendendolo a terra. Luigi è sconvolto ed attraverso domande di tipo retorico, con la mano sul viso del figlio, riusciamo ad immedesimarci nel suo dolore:

Luigi: Peppino, vieni un attimo che ti devo parlare. Ho sentito la radio è bella, mi è piaciuta. Poi quando, quando parli dici le cose belle.
Felicia: E che è pazzo?
Luigi: Zitta! Non c’è niente. In chiesa quand’eri bambino, o catechismo qual era il comandamento che ti hanno insegnato?!? Onora il padre, come ti dicevano?  Onora il padre. Tu onori tuo padre?!? Dimmelo. Lo onori tuo padre?!? Onora tuo padre. Dimmelo. Onora tuo padre. Dimmelo. Onora tuo padre. E che ti viene a dirlo?!? Onora tuo padre. Onora tuo padre.
Giuseppe: Basta, basta, basta.

Luigi sembra piangere ed ha paura perché sa che Tano potrebbe uccidere suo figlio. In questa scena riusciamo a vedere tutto il sentimento filiale che è dato dalle mani di Luigi che prima colpiscono e dopo accarezzano. Un momento forte, toccante e drammaticamente perfetto. Con questa scena capiamo la disperazione del padre, il quale non sa più come mettere in guardia il figlio o peggio come proteggerlo. I rapporti tra i due diverranno in seguito maggiormente distesi: Peppino va a trovare il padre e assistiamo ad un incontro forte, dove il conflitto è quasi sparito, forse anche a causa della rassegnazione. Luigi è combattuto, un uomo vinto dall’inesorabile destino che aspetterà il figlio. Padre e figlio provano a parlare e in questa scena possiamo vedere un’inquadratura limpida, chiara come l’amore. In questo frangente c’è l’amore tra un padre ed un figlio che, anche se non si capiscono, anche se sono diversi e vivono secondo due ideali differenti si amano. Si amano e per lo stesso motivo si odiano, non riescono a comunicare ma lo sguardo basso parla. Lo sguardo è come quello tra due innamorati, lo sguardo è abbassato e non è fisso. Lo sguardo parla ma è anche uno sguardo di dispiacere perché nessuno dei due può smettere di essere ciò che è: “Odi et amo” si accosta anche a Peppino e Luigi. Prima si odiano e poi si amano segretamente e sperano. Un amore travolgente e distruttivo: questo è il loro rapporto. Dopo quell’incontro Luigi morirà.

Ribellione culturale
Giuseppe Impastato vive in un periodo storico molto particolare: l’Italia degli anni Sessanta e Settanta conobbe infatti una trasformazione radicale della società e delle istituzioni. Nel 1976 si formò il primo governo di “solidarietà nazionale”, passato alla storia come il governo della “non sfiducia”. Il PCI di Enrico Berlinguer, infatti, insieme a Psi, Psdi, Pri e Pli non si oppose alla nascita del governo Andreotti che durò per due anni. Dopo tale periodo il PCI registrò il massimo dei consensi nelle elezioni del 1978 e segnò l’inizio della politica del “consociativismo” con l’ingresso dei comunisti in importanti posti di potere (Pietro Ingrao Presidente della Camera ed altri membri del partito in importanti commissioni). Questa svolta fu bloccata soltanto dal rapimento di Aldo Moro e dalla sua uccisione per mano delle BR che lasciò spazio a un nuovo governo Andreotti.

Le riforme ampliarono di molto gli spazi della società e, di converso, la possente ideologizzazione provocata dal clima della Guerra fredda e dalle condizioni proprie del sistema dei partiti, provocando una politicizzazione di massa delle giovani generazioni che entravano nel mondo dell’università. Innanzitutto, Peppino cerca di sensibilizzare i ragazzi del suo paese creando un circolo di “Cinema e Cultura”, nel quale cerca di trattare temi importanti, cercando di svegliare i giovani e di farli ribellare alle oppressioni date dallo Stato, dalla società e della droga. Due ragazze intervengono nella trasmissione chiedendo maggiori diritti per le donne, mentre Peppino riporta i problemi della città, tra cui la droga. La droga è infatti un problema molto presente in quegli anni e un altro esempio cinematografico può essere quello del film I ragazzi dello Zoo di Berlino, che, come I Cento Passi, è ambientato tra il 1975 e il 1977. Nella scena seguente vediamo accostarsi alla Radio Aut anche i “fricchettoni”, i quali chiedono un loro spazio per potere esprimere le proprie idee. Giuseppe capisce però che queste lotte sono importanti ma non fondamentali per Cinisi. Decide così di rinchiudersi nella radio:

Giuseppe: In questi mesi chi ci ascolta si sarà accolto di molti cambiamenti. Radio Aut si è aperta, ha accolto opinioni diverse, si è fatta strumento di diffusione di un codice di comportamento libertario, pseudo libertario. Certo è affascinante dire riprendiamoci il nostro corpo, viviamo liberamente la nostra sessualità. Chi non è d’accordo?!? I compagni di Milano poi sono simpaticissimi anche i creativi venuti da Bologna, i fricchettoni piovuti giù dall’India. Queste ragazze tedesche, inglesi sono bellissime, viene voglia di piantare tutto andare via andare dietro a loro. Ma qui non siamo a Parigi, non siamo a Berkeley, non siamo a Woodstock e nemmeno all’isola di Wight. Qui siamo a Cinisi, in Sicilia, dove non aspettano altro che il nostro disimpegno, il rientro nella vita privata. Per questo ho voluto occupare simbolicamente la radio, per richiamare la vostra attenzione ma non voglio fare tutto da solo, bisogna che ognuno di noi ritorni al lavoro che ha sempre fatto, cioè informare, dire la verità e la verità bisogna dirla anche sulle proprie insufficienze sui propri limiti! E adesso basta con queste lagne mettiamo su un po’ di buona musica, anzi grazie a tutti quelli che hanno avuto la buona pazienza di ascoltarmi.

Peppino si è ribellato alla cultura del suo tempo, ai ragazzi della sua età ed ha preferito riprendere la lotta politica contro la mafia, vitale ed essenziale per rendere migliore la vita a Cinisi.

Ribellione sociale

Nel film Giuseppe Impastato si caratterizza per la sua ribellione sociale e la sua lotta contro la mafia. La lotta contro la mafia è dura e Peppino si sfoga con il fratello e in una della scena più rilevanti del film gli dice:

Giuseppe: Sei andato a scuola sai contare?
Giovanni: Come contare?
Giuseppe: Come contare? 1,2,3,4. Sai contare?
Giovanni: Si contare
Giuseppe: E sai camminare?
Giovanni: So camminare
Giuseppe: E contare e camminare insieme lo sai fare?
Giovanni: Si. Penso di si.
Giuseppe: Allora forza, conta e cammina. Vai. 1,2,3,4,5,6,7,8,9
Giovanni: Dove stiamo andando?
Giuseppe: Forza conta e cammina! 89, 09, 91, 92, 93, 94, 95, 96, 97, 98, 99 e 100! Lo sai chi ci abita qua?
Giovanni: Amunin’ Peppino.
Giuseppe: Ah lo zu Tano ci abita qua.
Giovanni: Shh… parla piano
Giuseppe: 100 passi ci sono da casa nostra. 100 passi. Vivi nella stessa strada, prendi il caffè nello stesso bar e alla fine ti sembrano come te Salutiamo zu Tano. I miei ossequi Peppino, I miei ossequi Giovanni e invece sono loro i padroni di Cinisi e mio padre Luigi Impastato gli lecca il culo come tutti gli altri. Non è antico è solo un mafioso, uno dei tanti.
Giovanni: È nostro padre.
Giuseppe: Mio padre, la mia famiglia, il mio paese. Io voglio fottermene. Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda. Io voglio urlare che mio padre è un lecca culo. Noi ci dobbiamo ribellare prima che sia troppo tardi, prima di abituarci alle loro facce, prima di non accorgerci più niente!

La scena è drammatica, straziante ed è immersa in una luce buia che viene spezzata dai lampioni che illuminano i visi dei due giovani fratelli. I lampioni illuminano anche la strada e quei cento passi. Lo spettatore si immedesima nella vicenda, ha paura e ha voglia di proteggere Peppino anche se in questa lotta lui non è solo. Dopo la fondazione della radio intensifica la sua lotta alla mafia e decide di sbeffeggiare Tano Badalamenti in maniera arguta e sottile, usando la Commedia di Dante Alighieri:

« …Scendemmo ancora per un altro lato
dove c’eran color che nella bocca
puzzano per i culi che han leccato

E il mio maestro: “Volgiti, che fai?
Vedi là Maniàco che s’è desto,
dalla cintola in sù tutto il vedrai”

“O tu che di Mafiopoli sei il vice,
gli dissi, che ci fai in questo loco?”
“Lasciami stare”, triste egli mi dice,

qui son dannato a soffrire di tifo,
tentai di spostare il campo sportivo
e tutti ora mi dicono: “Che schifo!”

Così arrivammo al centro di Mafiopoli,
la turrita città piena di gente
che fa per profession l’ingannapopoli.»

Nel 1978 Peppino decide infine di candidarsi con Democrazia Proletaria. È un segnale di ribellione chiaro contro la politica (del PCI e della DC) e contro la mafia, che ha ormai corrotto non solo Cinisi, ma tutta Italia. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso e Gaetano Badalamenti non ne può più: ordina perciò il rapimento e l’uccisione di Giuseppe.  Viene preso di forza dalla sua auto, ferito, stordito da una grande pietra ed infine barbaramente riposto sui binari del treno sotto una bomba di tritolo. La sua forza è totalmente dissacrata. L’atto di violenza è crudo, senza giustificazioni e la musica sembra gridare “mama” con quel “no, no”, tagliato dalla canzone di Summertime di Janis Joplin, in una maniera straziante. Il regista riporta lo spettatore al delitto di Pasolini, dove un uomo disse di averlo sentito urlare “Mamma, mamma, mamma!”. Il pathos è forte e la mafia con questo gesto vuole esserlo altrettanto, ma sottovaluta il potere della morte e la creazione di un nuovo martire. La scomparsa di Peppino farà aizzare tutti i suoi amici in un grido compatto contro la mafia! La sua lotta potrebbe sembrare terminata ma in realtà è appena iniziata.

Riflessioni finali

Il film è un grandioso documento biografico che mostra la storia di un’epoca. Anche per questo tiene insieme diverse fratture, diverse “ribellioni” del giovane Impastato verso la sua microsocietà. Sono percorsi che lo accomunano alla sua generazione: la crisi familiare, l’insofferenza culturale, la politicizzazione radicale, che forse rendono più intensa e drammatica la sua contrapposizione ad un fenomeno come la mafia.

La vita di Giuseppe Impastato è raccontata attraverso il suo convinto attivismo in opposizione alle idee del padre; il suo è un pensiero permeato dagli ideali della sua generazione, misto all’entusiasmo proprio della giovinezza; infine la battaglia contro la mafia, interpretata con parole geniali, sarcastiche e con un carico di passione e coraggio morale. Il ragazzo di Cinisi è riuscito a risvegliare le coscienze dei suoi amici, dei suoi concittadini e infine, di un paese intero. La sua bara vuota, sfilata sotto la casa di Gaetano Badalamenti, ripercorre idealmente un’ultima volta i cento passi. Ancora oggi la sua figura enigmatica e mitizzata è fonte d’ispirazione di attivisti politici, d giovani di artisti, che seguono il suo insegnamento lottando e scrivendo proprio come faceva lui:

«Appartiene al suo sorriso
l’ansia dell’uomo che muore,
al suo sguardo confuso
chiede un po’ d’attenzione,
alle sue labbra di rosso corallo
un ingenuo abbandono,
vuol sentire sul petto
il suo respiro affannoso:
è un uomo che muore.»

Peppino non si è perso d’animo, ha creduto in se stesso, nelle proprie idee, nei propri sogni e nelle proprie parole. Ecco il messaggio universale che il regista restituisce con I cento passi. Il film non è solo un urlo contro la rassegnazione che spesso caratterizza il meridione sventrato dalle mafie, ma anche un grido di solidarietà, in cui lo sfilare insieme come nel corteo funebre del protagonista può cambiare qualcosa. Bisogna avere dei valori, restare legati alla propria terra sacrificandosi e arrivando alla morte. Il giovane siciliano credeva nella sua lotta, sapeva di morire e non si è fermato proprio come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, che diceva sempre: “Io sono un cadavere ambulante”. Questo è Giuseppe Impastato, questo è il film di Marco Tullio Giordana: sii coerente con te stesso, rispetta il tuo sogno e lotta per realizzarlo, anche se ti potrebbe portare alla morte. I cento passi è un film estemporaneo e contemporaneo, che insegna e non insegna, che mostra come vivere e come non vivere e soprattutto che permette alle persone di pensare e di aprire una nuova porta colma di luce. Giuseppe è una nuova luce, un nuovo mondo ideale, che tramite queste ribellioni risveglia lo spettatore, il quale deve cercare di salvare la propria terra, i propri sogni e soprattutto la propria vita e la vita dei propri cari come dice Montale nella poesia In limine:

«Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l’ho pregato, – ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine…»

Cerca la luce, lotta, balza fuori e crea un mondo senza reti.

anna.raimo@live.it

 

Bibliografia

  • Brunetta, Gian Piero: Identità italiana e identità europea nel cinema italiano. Dal 1945 al miracolo economico. Torino: Edizioni della Fondazione Giovanni Agnelli, 1996.
  • Brunetta, Gian Piero: Guida alla storia del cinema italiano. 1905-2003. Torino: Einaudi, 2003.
  • Brunetta, Gian Piero: Cent’anni di cinema italiano. Bari: Laterza, 2005.
  • Brunetta, Gian Piero: Il cinema italiano contemporaneo. Da “La dolce vita” a “Centochiodi”. Bari: Laterza, 2007.
  • Colleoni, Federica/ Della Torre, Elena/ Lanslots, Igne, Il cinema di Marco Tullio Giordana: interventi critici, Vecchiarelli Editore, 2015.
  • Olivieri, Marco, Marco Tullio Giordana: Una poetica civile in forma di cinema, Rubbettino Editore, 2017.
  • Orlandi, Daniela, Insegnare cultura e civiltà italiana moderna con il cinema di Marco Tullio Giordana, Italica, Vol. 83, No. 1 (Spring, 2006), pp. 62-72, American Association of Teachers of Italian, 2010
  • Vitale, Salvo, Cento passi ancora: Peppino Impastato, i compagni, Felicia, l’inchiesta. Rubbettino Editore, 2014.

Sitografia

L'autore

Anna Raimo
Anna Raimo è nata a Pisa il 25 dicembre 1995. Laureata magistrale con il massimo dei voti in Linguistica e didattica dell’italiano nel contesto internazionale presso l’Università degli Studi di Salerno e l’Universität des Saarlandes di Saarbrücken, ha in seguito conseguito un Master di II Livello in Didattica dell’Italiano L2 presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale. I suoi interessi di ricerca spaziano dalla linguistica e didattica della lingua italiana alla storia, letteratura e poesia contemporanea. Si è infatti occupata dell’italiano dei semicolti nella sua tesi di Laurea Magistrale e ha recentemente pubblicato un articolo su una particolare varietà della lingua italiana: "L’e-taliano: uno scritto digitato semifuturista?", in (a cura di S. Lubello), Homo scribens 2.0: scritture ibride della modernità, Franco Cesati Editore, Firenze 2019, pp. 159-164. Tra i suoi autori preferiti vi sono Mario Vargas Llosa, Jung Chang, Philip Roth, Azar Nafisi, Orhan Pamuk, Anna Achmatova, Rainer Maria Rilke, Federico García Lorca, Alda Merini, Bertolt Brecht e Wisława Szymborska. Le sue passioni sono la lettura, la scrittura di poesie e i viaggi, soprattutto in Germania, paese di cui adora la storia, la cultura, l’arte e i magnifici castelli.