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Isabella Tomassetti intervista Antonio Colinas

La solida traiettoria creativa di Antonio Colinas (La Bañeza, 1946), l’ampio successo di pubblico e i numerosi riconoscimenti ottenuti dalla critica, ultimi fra i quali il “Premio Reina Sofía de Poesía Iberoamericana” (2016) e i recentissimi “Premio Lerici Pea – Golfo dei Poeti” (2019) e “Premio Dante Alighieri” (2019) fanno del poeta leonese una delle figure più interessanti del panorama letterario spagnolo.

Proprio quest’anno ricorre il cinquantenario della pubblicazione delle sue prime raccolte poetiche, Poemas de la tierra y de la sangre [Poesie della terra e del sangue, 1969] e Preludios a una noche total [Preludi a una notte totale, 1969]: una ricorrenza che conferma la dedizione totale di Antonio Colinas alla scrittura, corredata da una intensa e brillante attività come traduttore letterario, i cui frutti migliori corrispondono alle traduzioni di due grandi poeti italiani, Salvatore Quasimodo e Giacomo Leopardi. Pur avendo frequentato altri generi letterari come la narrativa e la saggistica, la vocazione principale di Antonio Colinas è rappresentata dalla scrittura poetica. Colinas considera la poesia non soltanto un genere ma una forma di conoscenza, uno strumento di approssimazione a quella realtà ‘altra’ che sfugge alla comprensione razionale. Colinas accoglie questa funzione conoscitiva della poesia rifacendosi alla nozione zambraniana di razón poética e interpreta il mondo individuando nella natura e nell’esperienza un sistema di simboli che permette di comprendere il senso profondo della vita: la luce, il fuoco, l’isola, il mare, l’albero, il bosco, il fiume, la pietra, le rovine sono solo alcune delle immagini simboliche più ricorrenti nel mondo poetico coliniano, spesso agglomerate in costellazioni lessicali ricche di sfumature semantiche. La consistente simbologia che informa la poesia di Colinas possiede una notevole forza icastica, creando vere e proprie reti di significato che attraversano le singole raccolte poetiche e le mettono in comunicazione fra loro. Sebbene la storia personale dell’autore e la sua evoluzione estetica abbiano prodotto variazioni nel suo percorso creativo, la produzione di Colinas possiede alcune costanti che la configurano come un macrotesto compatto e solido, contrassegnato da una ricerca continua dell’armonia in tutte le sue forme: nella costruzione del sintagma eufonico, nella musicalità del ritmo, nella scelta della parola polisemica, nella tensione verso una consonanza con la natura che è alla base della serenità e della pace interiore. Ecco dunque uno dei messaggi più fervidi della scrittura coliniana: la poesia è rivelazione, strumento salvifico che offre agli uomini un modo per resistere alla volgarità, combattere la violenza, scongiurare la morte dell’anima, raggiungere quell’armonia orfica mediante la quale è possibile attraversare la porta che cela l’ignoto. La meta sublime della parola poetica è infine quella di svincolarsi dal linguaggio corrente, di trasmettere luce intellettuale e conoscenza attraverso il silenzio, quella música callada che, nelle parole del grande poeta mistico San Juan de la Cruz, è armonia ineffabile, divina perfezione che resiste alla finitezza del tempo e della storia umana. L’anno che si è appena concluso è stato per Antonio Colinas prodigo di premi e riconoscimenti, due dei quali provenienti da istituzioni italiane. Abbiamo colto l’occasione, dunque, per intavolare un dialogo con il poeta a proposito del rapporto fra scrittura e vita, del confine fra sentimento e pensiero, della traduzione poetica e di altri temi a lui cari.

entrevista en espanol

Nella sua lunga carriera di scrittore le sono stati conferiti molti premi, tra i quali il prestigioso “Premio Reina Sofía de Poesía iberoamericana” nel 2016. Nel 2019 ha ricevuto inoltre il “Premio Lerici Pea Golfo dei Poeti” e il “Premio Dante Alighieri”. Cosa rappresentano nella sua traiettoria di poeta questi riconoscimenti e il fatto che le siano stati conferiti da istituzioni italiane?

Colinas riceve il Premio Dante Alighieri
Colinas riceve il Premio Dante Alighieri

Li considero riconoscimenti molto speciali, proprio perché vengono dall’Italia, paese dove ho vissuto e la cui cultura – in vari modi e mediante percorsi diversi – mi ha interessato e influenzato nel corso degli anni, fin da quando, adolescente, mi imbattei in una versione dei Canti di Leopardi della casa editrice di José Janés. Ma anche oggi per ragioni di sintonia estetica, che talvolta mi è arrivata anche attraverso autori e artisti non solo italiani, ma appartenenti ad altri paesi (come i francesi Montaigne, Stendhal o Poussin). Per questo mi piace dire che in Italia “sono andato per apprendere e non per insegnare”. Credo che tutti noi che abbiamo avuto l’esperienza di vivere l’Italia attraverso la sua cultura abbiamo avuto una esperienza indelebile. E così è successo, in passato – senza volermi comparare a loro, certo – ad autori nostri come Cervantes, Quevedo, Aldana, Moratín, Alberti, Zambrano. Conoscere l’Italia e la sua cultura, o le sue culture, rappresenta sempre un punto di svolta.

Nella sua vita è entrato in contatto con intellettuali e scrittori di alto profilo, fra i quali Vicente Aleixandre e María Zambrano. Qual è l’eredità più importante che le hanno trasmesso?

Ha citato due autori che hanno rappresentato davvero molto nella mia vita. Ho riconosciuto proprio loro due come miei maestri; Aleixandre per quel che concerne l’aspetto strettamente letterario; María Zambrano per quel che riguarda il pensiero. Al contempo, oltre al rispetto per loro, mi ha legato a entrambi una viva amicizia. Conobbi Aleixandre quando arrivai a Madrid a 18 anni e mantenni con lui un’amicizia fino alla sua morte. Andai a trovarlo con Dámaso Alonso al reparto di terapia intensiva dell’ospedale il giorno prima che morisse. Egli mi diede una lettera di presentazione quando dovetti partire inaspettatamente per l’Italia. Precedentemente aveva letto i miei primi scritti e mi diede quei consigli pratici che mi servono ancora oggi, come quello che il primo e l’ultimo verso di una poesia non possono essere dei versi qualsiasi.

Con María Zambrano ho mantenuto uno strano e splendido rapporto sin dalla nostra prima conversazione telefonica, rapporto che si consolidò quando la conobbi a Ginevra, quando lei si trovava ancora nella condizione di esiliata. I suoi libri più ispirati mi hanno influenzato molto, ma soprattutto si è creata quella sintonia che io non sapevo che avrebbe avuto il suo epilogo nella scrittura del mio recente libro su di lei: Sobre María Zambrano. Misterios encendidos (Su María Zambrano. Misteri in fiamme).

La sua poesia è intrisa di esperienze personali ed emozioni ma contiene anche una precisa visione del mondo e dell’umanità. A suo modo di vedere, qual è la missione del poeta nel XXI secolo?

Essenzialmente, la missione del poeta di oggi è quella del poeta di sempre: portare la parola nuova, con alcune caratteristiche che sono proprie della poesia: l’emozione, l’intensità, la purezza e la concisione formale. Questo per ciò che si riferisce alla forma. Poi, per quel che riguarda il contenuto, la poesia è un cammino di conoscenza, tanto che, come è stato detto “lì dove non arriva la parola del filosofo appare quella del poeta”. Questo è stato il punto di vista di Heidegger nei suoi saggi su Hölderlin. Nella poesia vera il poeta non solo sente ma pensa e ci pone di fronte ai problemi cruciali dell’essere umano: l’amore, la natura, la morte, il tempo, la dimensione ultraterrena, il sacro, il profano. Poi, ogni poesia, nel suo titolo, può presentare altri sottotemi, ma la base della poesia è stata sempre trascendente e fedele ai postulati di bellezza e verità, anche se trattava i temi più gravi. Ebbene, nel XX secolo, e probabilmente nel XXI, la base della poesia è stata e può essere anche (sebbene non obbligatoriamente) molto più testimoniale, poiché viviamo un tempo critico, con problemi ambientali, sociali e bellici che prima non erano esistiti.

Ogni poeta ha il proprio modo di concepire e scrivere le poesie. Come nasce un testo poetico nel laboratorio di Antonio Colinas?

In me la poesia nasce da un momento misterioso, che è la genesi del primo verso. In qualche occasione erano passati due o tre anni e non avevo scritto nemmeno un verso, ma improvvisamente sorge quel primo verso che dà poi luogo ad altri e che configura la poesia e più tardi il libro completo. Di essi ricordo due momenti speciali: quello di quel verso che mi venne in mente uscendo dalla chiesa di Santo Tomás, a Lipsia, dopo aver visitato la tomba di J. S. Bach e che avrebbe generato la lunga poesia La tumba negra [La tomba nera], e più tardi un altro incipit che mi arrivò il giorno dopo la morte di mio padre e che avrebbe dato luogo al mio libro Tiempo y abismo [Tempo e abisso]. Poi ci sono altri particolari concreti, come il fatto che quando ero giovane scrivevo di getto, senza correggere; mentre ora limo molto di più le poesie e vi è in esse una maggiore presenza del pensiero.

Lei è anche un traduttore. In quali aspetti l’essere poeta facilita la traduzione e in che modo può costituire un ostacolo?

Come ho detto in altre occasioni, mi sono ritrovato a tradurre per dovere e, al contempo, per piacere. Durante i miei primi anni a Ibiza viaggiavo pochissimo e dedicavo quasi tutto il tempo a fare traduzioni per dovere. Al contempo, in quei momenti, o in altri, continuavo a tradurre mentre leggevo autori che mi piacevano di più. Così avvenne nel lungo processo di lettura e traduzione di Salvatore Quasimodo, fino alla pubblicazione della prima edizione completa al mondo della sua poesia, persino di quella presente in due libri postumi che il poeta non volle pubblicare in vita. Leopardi l’ho “sofferto” molto al principio, perché ho affidato il mio lavoro a editori non molto accurati, i cui errori non ho potuto nemmeno rivedere e correggere e che per questo ho rifiutato; ma le mie versioni dei Canti o dei Pensieri sono stati un impegno lentamente assolto nel tempo, del quale solo ora comincio a essere soddisfatto. Così, in edizioni come quella di Galaxia Gutenberg o DeLibros; ma una traduzione di poesia non finisce mai. Rispetto alla tecnica, il fatto di essere poeta un po’ mi ha aiutato. Voglio dire che per me la cosa più importante nel tradurre una poesia è salvare ciò che io chiamo lo spirito del testo. Mi riferisco al fatto che, in poesia, non è sufficiente la versione letterale del testo ma bisogna correre il rischio, a volte, di andare oltre, ma sempre senza allontanarsi dalla voce originale del poeta. Questo duro impegno talora ottiene i suoi riconoscimenti, come quando l’edizione di Quasimodo ha ricevuto il “Premio Nazionale per la Traduzione” o la mia versione di Pinocchio è stata riconosciuta dalla Fondazione Collodi come emblematica fra le versioni spagnole di questo libro.

Nei suoi saggi parla in varie occasioni di Ezra Pound, sottolineando l’originalità del suo stile e il suo rapporto con i classici e la tradizione poetica occidentale. Inoltre, ha potuto conoscere personalmente il poeta americano e allude a questo incontro in una poesia dedicata a lui. Cosa ricorda di quell’incontro?

Fu un poeta che influì molto sulla mia generazione, insieme a Eliot, Paz o Aleixandre. Pound ci apriva – oltre la sterilità culturale degli anni ’60 in Spagna –, ad altre culture e al contempo a un’originalità radicale; a culture come quelle dell’Estremo Oriente, agli stilnovisti, ai trovatori. Poi, in una certa misura, i suoi Canti pisani stanno alla poesia del XX secolo come l’Ulisse di Joyce sta alla prosa. Grazie a Pound venne pubblicato questo libro. Questi due libri segnano un passaggio fondamentale. Ho potuto conoscere personalmente Pound a Venezia, nel maggio del 1971, poco prima della sua morte. Giorni prima avevo intervistato Eugenio Montale a Milano – allora facevo interviste per il quotidiano Madrid – e Montale mi disse che Pound non mi avrebbe ricevuto, perché non parlava mai. Ma ricevette me e il professor Moreno, allora Lettore di spagnolo all’Università di Padova. Effettivamente parlò poco, ma fu molto cordiale, gentilissimo e sorridente, e ci disse alcune frasi in spagnolo. Era stato da giovane in Spagna per fare la “Ruta del Poema de Mío Cid. Sua moglie, Olga Rudge, parlò molto con noi. Alla fine dell’incontro, Pound mi dedicò uno dei suoi libri. Poi, per ragioni circostanziali (poiché venne a Salamanca), ho coltivato un’amicizia con sua nipote, Patrizia de Rachewiltz. È una poetessa e ho tradotto, insieme alla professoressa Viorica Patea, uno dei suoi libri, My Taishan.

Tanto nelle sue poesie come nei suoi saggi ricorre spesso il tema del potere eternizzante dell’arte in tutte le sue forme: poesia, musica, pittura, scultura… Quali sono le poesie che meglio rappresentano questa concezione dell’arte?

Credo che, se si riferisce alla mia poesia, tutta la mia opera poetica è attraversata da quel senso “eternizzante”, cioè cerca di essere fedele a una parola dal significato trascendente, universalista, in dialogo sempre con altre culture. È nell’ultima, nella terza tappa dei miei libri, che si approfondisce questo significato, poiché si produce un maggiore dialogo con il pensiero e con i temi eterni. In un esteso componimento come La tumba negra [La tomba nera] il tema apparente può essere la caduta del Muro di Berlino, ma in realtà è una poesia di poesie: sulle due Germanie, su Bach e Goethe, sulla musica e i problemi ambientali… Come ho già detto, nel titolo di ogni poesia ci può essere un tema esclusivo e un “mondo”, ma c’è anche quella fedeltà alla parola che non passa che, come diceva il nostro Antonio Machado, vuole e deve essere parola poetica di oggi, ma allo stesso tempo di ieri e di domani. Anche in un’altra poesia come El soñador de espigas lejanas [Il sognatore di spighe lontane] nella quale la storia e la intrahistoria si fondono cercando l’unità dell’eterno. Può esistere una poesia meramente testimoniale, aneddotica, ma essenzialmente tutta la grande tradizione poetica universale perdura nel tempo proprio per questa fedeltà al senso dell’eterno, alla parola di tutti che non muore e che, nel momento in cui viene letta, illumina ed eternizza il lettore.

A quali progetti sta lavorando in questo momento?

L’ultimo giorno dell’anno 2019 ho terminato un nuovo libro di poesie, En los prados sembrados de ojos [Sui prati seminati di occhi] che spero esca nel 2020. Mi è costato molto terminarlo. In esso il lettore troverà sempre la mia voce, ma metamorfizzata, aperta a vari toni. Continuo a lavorare anche a quello che dovrà essere il mio Cuarto tratado de armonía [Quarto trattato di armonia], quel tipo di libro in cui il testo è aforisma, ma anche puro pensiero e a volte persino piccola poesia in prosa. Questo autunno è stata pubblicata proprio l’edizione portoghese dei miei Tres tratados de armonía [Tre trattati di armonia]. La presenteremo a febbraio nelle città di Bragança, Porto e Lisbona. Mi dicono che l’opera è stata riconosciuta in Portogallo “come uno dei dieci libri di quest’anno”. Ho pubblicato a Barcellona anche una selezione dei Canti di Leopardi, di quei testi che più ho amato come lettore di questo poeta, i più puri e intensi e i meno neoclassici.

Estratti poetici

 

 

 

 

 

 

 

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L'autore

Isabella Tomassetti
Isabella Tomassetti è docente di Letteratura Spagnola all’Università di Roma “La Sapienza”. Si è formata presso lo stesso Ateneo conseguendo il dottorato di ricerca in Filologia romanza con una tesi sul villancico cortese per la quale ha ottenuto, nel 2002, il “Premio Internacional de Investigación Juan Alfonso de Baena”. È specialista in poesia castigliana dei secoli XV e XVI, ambito sul quale verte la maggior parte della sua produzione scientifica. Fra le sue principali pubblicazioni si segnalano “Mil cosas tiene el amor”. El villancico cortés entre Edad Media y Renacimiento (Kassel, Reichenberger, 2008) e “Cantaré según veredes”. Intertextualidad y construcción poética en el siglo XV (Madrid-Frankfurt, Iberoamericana-Vervuert, 2017). Si è dedicata anche ad autori contemporanei come Miguel de Unamuno e María Zambrano e, più recentemente, ad Antonio Colinas, del quale sta preparando la traduzione di un’antologia di poesie.