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Cosa chiamiamo arte? Il concetto di «arte-malavita»

A. García Villarán

«Hamparte» è il nome che l’artista e popolare influencer spagnolo Antonio García Villarán utilizza per definire quel tipo di oggetti, di performance, di dipinti, di manifestazione che, autoproclamandosi come arte, creano seri dubbi sulla sua condizione di oggetto artistico, affermando in questo modo l’esistenza di un’arte-non-arte. In italiano l’espressione si potrebbe tradurre come arte-malavita, e García Villarán definisce questi tipi di produzioni apparentemente artistiche, come l’arte di non avere nessun talento. Questo è infatti il titolo del suo libro, il quale riporta di nuovo al centro la riflessione sui limiti fra quello che è arte e ciò che non lo è, argomento  già affrontato da più studiosi sin dalla nascita delle avanguardie. Dal punto di vista delle scienze sociali, spunti importanti si trovano già nelle opere di Pierre Bourdieu o di Mary Douglas a proposito del gusto nelle società di consumo, così come all’interno dell’idea del capitale culturale.
Per introdurre la discussione che propone García Villarán bisogna dare qualche esempio. Molte volte mi chiedo se chi ama l’arte ha la stessa disposizione a considerare allo stesso livello un dipinto di Leonora Carrington, come And Then We Saw the Daughter of the Minotaur, o La distruzione del padre di Louise Bourgeois e le Apple e Yes di Yoko Ono. Oppure se Il Trionfo della morte di P. Bruegel il Vecchio è allo stesso piano della banana incollata al muro di Maurizio Cattelan. Possiamo anche chiederci se la tecnica di Pollock del dripping è arte allo stesso modo del dipinto di Picasso Les demoiselles d’Avignon. Qualcuno potrebbe dire: sono tutte forme di arte diverse tra loro, ma pur sempre opere d’arte. Ecco forse una risposta semplicista. Ma se una mela, una banana, una sedia o degli oggetti prodotti in serie sono potenzialmente arte, allora il supermercato come anche Ikea sono pieni d’arte e di concetti artistici.

Ma prima di porci domande metafisiche, come “Cos’è allora l’arte? Chi è un artista?”, dovremo cercare di rispondere ad alcuni più semplici interrogativi. La prima domanda riguarda un elemento che forse è stato dato per scontato per molto tempo, ma che in realtà non lo è: il rapporto fra arte e linguaggio.

Pollock nel suo studio
Pollock nel suo studio

L’arte è una questione linguistica?

Nel primo capitolo del primo libro della Bibbia, compaiono sovrapposte due idee del dio creatore, ma facilmente percettibili. Il primo è un dio che crea tutto con le parole e l’imperativo del verbo essere. L’altro è uno che separa il giorno della notte, che pianta un giardino, che plasma l’uomo con polvere e che soffia, ed è, in sintesi, un artigiano della propria opera. Rispetto all’artigiano, l’altro è qualcosa come un mago. Gli artisti prima dell’astrazione, del dadaismo e di Duchamp, assomigliavano alla versione del dio-artigiano. In seguito, hanno preso le sembianze del dio-parola. E le parole magiche sono: «quest’opera è arte» e «io sono un artista».
Da qui possono derivare diverse tautologie: «questo oggetto ‘x’ è arte, perché l’ha fatto (o semplicemente l’ha preso e l’ha messo in un museo) un ‘y’ artista». In realtà funziona così: «questo oggetto ‘x’ è arte perché un ‘y’ artista ha detto che lo è». A questo punto, qualsiasi cosa può essere arte affinché coloro che si pensano, o si credono artisti, lo dicono. Non serve produrre qualcosa, serve nominarla: «questo è arte». Quindi, l’artista prende una banana qualsiasi dal supermercato, prende un po’ di scotch, l’incolla al muro, e dice: «Sia arte! E l’arte fu». C’è bisogno da aggiungere che questa arte di fare arte si completa, in tutti i casi, con la giusta promozione mediatica? Una volta compreso questo redditizio atto di magia, attraverso il gesto di qualificare qualsiasi tipo di cosa o d’azione con l’aggettivo «arte», possiamo passare a vedere i criteri stabiliti da García Villarán, che l’hanno portato a determinare cos’è l’arte-malavita e chi sono gli artisti-malavita (hampartistas).

Quali sono le principali caratteristiche dell’Arte-malavita (Hamparte)?

  1. Se uno o più oggetti fabbricati in serie, di solito in vendita nel supermercato, sono presentati come arte, è arte-malavita.
  2. Se l’opera consiste semplicemente nell’elezione di un oggetto (l’objet trouvé, found art o ready made), che diventa magicamente arte soltanto per essere stato presentato all’interno di uno spazio espositivo, qualunque esso sia, è arte-malavita.
  3. Se non c’è bisogno di avere talento per realizzare l’opera, e se questa è piena di luoghi comuni e idee scontante, è arte-malavita.
  4. Se l’unico valore che ha l’opera si basa nell’elaborazione di un testo teorico/filosofico/politico, e se l’opera scarseggia di fondamenta senza questi discorsi, è arte-malavita.
  5. Se il valore dell’opera è direttamente proporzionale al suo prezzo nel mercato dell’arte, è arte-malavita.
  6. Un artista si deve guadagnare il suo diritto di esserlo quotidianamente. Cioè non tutto ciò che fanno gli artisti, deve essere per definizione chiamato «arte».
  7. Insomma, l’arte di non avere talento è arte-malavita.

I setti punti, scelti forse anche cabalisticamente dall’autore, sono originali e allo stesso tempo rappresentano una grande sfida per la storia dell’arte, almeno da come è stata scritta e immaginata negli ultimi cento anni. In alcuni casi è facile trovare degli esempi ed essere d’accordo con García Villarán, come nel caso della piramide di carta igienica di Martin Creed, dei dipinti di Robert Ryman o delle righe di Daniel Buren. Ancora di più quando questo tipo d’arte-malavita ha dei prezzi smisurati, come la banana di Cattelan di $120000, il letto disfatto di $4,3 milioni di Tracey Emin o Dots-Infinity $300.000 di Yayoi Kusama.

A questi criteri di García Villarán, vorrei aggiungere un esempio su come funziona la magia artistica degli artisti-malavita:

  1. Scegliamo un oggetto: un bicchiere d’acqua. A casa nostra è solo un bicchiere d’acqua. Nel museo è un’opera d’arte che vuole dirci qualcosa. Ma veramente?
  2. Pensiamo allo stesso bicchiere d’acqua nel museo. Adesso ha un titolo: «la vita in un bicchiere». In questo modo sembra più artistico.
  3. Ora, oltre il titolo qualcuno dà un prezzo all’opera: $1.000.000. Se costa così tanto, qualcosa di speciale avrà, no?
  4. È il momento di aggiungere un discorso: «l’artista ha scelto un oggetto in apparenza comune: il bicchiere d’acqua per sfidare il pubblico a ricreare l’importanza dell’elemento essenziale, il principio originario. Ha realizzato attraverso quest’opera senza paragoni nella storia dell’arte una potente metafora sull’idea dell’ottimismo e del pessimismo nel mondo contemporaneo, stabilendo in questo modo una metafisica dell’impossibile. Durante la guerra civile, quando l’artista era piccolo, l’acqua mancava nei villaggi e doveva percorrere con suo padre 50Km per poter portarla a casa. Non a caso ha detto Italo Calvino “la poesia consiste nel far entrare il mare in un bicchiere”».
  5. Il tocco finale: il nome dell’artista.

Visto così, sembra un brutto scherzo, soprattutto con la strumentalizzazione della meravigliosa idea di Calvino, ma non lo è. In questi cinque elementi (ma possono essere anche di più), risiede la legittimità dell’arte-malavita. Nessuno di loro richiama veramente l’oggetto artistico e l’atto di legittimazione può dipendere allora dallo spazio: la mostra, il museo, il titolo scelto e il prezzo. Un costo, in cui c’è da chiedersi: con quale criterio costa tanto? Dal discorso filosofico, storico o politico che qualcuno, l’artista o un altro aggiunge ed infine, dello stesso nome dell’artista. Quanto più è famoso, tanto più si legittima l’opera.
Nell’approfondire alcuni scenari della storia dell’arte, diventa più complesso lo sforzo per distinguere l’arte dall’arte-malavita. Molte delle opere di Joan Mirò o Mark Rothko, di Marcel Duchamp, Salvador Dalì o Jackson Pollock, sono un buon esempio poiché alcuni di loro sono pienamente artisti-malavita e altri lo sono solo in parte, secondo i criteri stabiliti da García Villarán. Mirò, Rothko e Pollock ad esempio, condividono il fatto che le loro opere sono facilmente imitabili, e dopo la famosa Fonte di Duchamp, qualsiasi oggetto che venga portato in un museo si può considerare arte. Non è detto però che chiunque possa portare un oggetto in un museo. Quindi cos’hanno di speciale coloro che lo fanno? La risposta di García Villarán: appartenere al circolo che critici, mercanti e artisti hanno creato per definire cataloghi, mostre, prezzi, merchandising ed ecc.

Wilfredo Prieto, Vaso de agua medio lleno, 2006, https://www.abc.es/cultura/arte/20150226/abci-vaso-agua-wilfredo-prieto-201502261633.html?ref=https:%2F%2Fwww.google.com%2F
Wilfredo Prieto, Vaso de agua medio lleno, 2006, https://www.abc.es/cultura/arte/20150226/abci-vaso-agua-wilfredo-prieto-201502261633.html?ref=https:%2F%2Fwww.google.com%2F

Un nuovo giro nella storia dell’Arte?

Una cosa è certa: l’arte non la si può leggere in un’unica direzione. Se alla presente questione dell’arte-malavita, dell’arte-non-arte, aggiungiamo i rapporti fra arte e genere, arte e razza, arte ed etnie, possiamo dire che ogni elemento è un vaso di pandora a sé. Le discussioni bisogna farle. Ad esempio, gli stessi spazi artistici hanno messo in discussione alcuni degli elementi che abbiamo nominato. Come Piero Manzoni, con le sue opere, tra le più celebri la famosa merda d’artista del 1961. In questa stessa direzione, ci sono anche numerosi ricercatori, come coloro che fanno parte del gruppo di ricerca sotto la direzione di Bruno Moreschi, i quali, nel loro sito, realizzano un importante dibattito su questioni che per molto tempo erano date per scontate, come l’idea di genio, l’idea di civiltà e il ruolo delle donne artiste.
Intanto, e probabilmente è questa la parte più interessante, l’hashtag #hamparte, i siti e gli account twittter @hamparte @hampartepuro @hamparte_mexico @hamparte_argentina @revolucionhamparte e un lungo eccetera sono sempre più diffusi fra il pubblico ispanico che, condividendo alcune delle idee di García Villarán, trova un posto nella democrazia delle opinioni del ciberspazio per scherzare, segnalare e mettere in discussione autoproclamati artisti, falsi artisti, pseudo artisti e artisti-malavita. C’è da sottolineare che rispetto a questi ultimi, García Villarán distingue fra quelli che fanno arte-malavita consciamente, come forma di ironia o di accusa nei confronti di ciò che succede nel mondo dell’arte, come lo stesso Manzoni, e quelli che fanno arte-malavita inconsciamente e credono veramente che un bicchiere d’acqua attaccato ad un muro bianco sia arte come Wilfredo Prieto. Ritengo che El arte de no tener talento meriti di essere tradotto in diverse lingue, e che molte delle questioni sollevate debbano avere ancora più attenzione di quelle che hanno ricevuto finora, soprattutto nella prospettiva del crescente interesse da parte degli utenti del web per l’arte, la storia e la sociologia dell’arte. Possiamo chiudere questo breve pezzo chiedendoci: di cosa parliamo quando parliamo d’arte?

hernanvargas08@gmail.com

Postilla Bibliografica
M. Archer, Art Since 1960, London, Thames & Hudson, 2002.
P. Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, Bologna, Il Mulino, 2002.
M. Douglas, Il mondo moderno, Bologna, Il Mulino, 2005.
S. Farthing, Art: The Whole Story, London, Thames & Hudson, 2010.
A. García Villarán, El arte de no tener talento, Barcelona, Planeta, 2019.
E.H. Gombrich, The Story of Art, London, Phaidon Press, 1995.
J. Ortega y Gasset, La deshumanización del arte y otos escritos, Madrid, Espasa, 1993.
T. Wolfe, The painted word, New York, Bantam, 1976.

 

L'autore

Hernan Rodriguez Vargas
Dottore di ricerca in Studi Letterari, Linguistici e Storici dell’Università degli Studi di Salerno. Docente colombiano formatosi alla Pontificia Universidad Javeriana di Bogotá, nella quale ha completato due corsi di laurea e un corso di magistrale. Si è  laureato in Filosofia (2013) e in Letteratura (2014). Ha poi ottenuto la laurea magistrale in Storia (2016) e la tesi è stata pubblicata nell’aprile del 2018. Nel 2019 ha pubblicato la traduzione di Lavorare Stanca di Cesare Pavese e una propria raccolta di poesie: Más allá todavía. È in corso di pubblicazione il libro: Las imágenes del poder y el poder de las imágenes (Editorial Javeriana), che parte dalla stesura di uno dei capitoli della tesi dottorale. Attualmente è borsista post-dottorale presso l'Istituto Italiano per gli Studi Storici Benedetto Croce.