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La ritrattistica nella letteratura contemporanea: il caso dei ritratti di Antonio Monda

La possibilità di avere dinanzi agli occhi, grazie all’ultimo lavoro editoriale di Antonio Monda dal titolo Incontri ravvicinati, un numero cospicuo di ritratti di personaggi coevi ai più noti (se non tutti almeno una buona parte), diventa l’occasione per una riflessione sulla ritrattistica nella letteratura contemporanea soffermandosi su un autore che sicuramente (anche per la vastità di volti tratteggiati in quest’ultimo lavoro, attraverso un percorso già intrapreso nei suoi romanzi[1]) può essere considerato un imprescindibile punto di riferimento per un’analisi scientifica già iniziata qualche anno addietro sulle pagine della rivista Nuova Antologia trattando di Gaetano Afeltra e della sua ritrattistica[2]. Diciamo pure che è il tentativo di una sorta di ideale secondo capitolo di un discorso forse ancora poco affrontato in ambito scientifico.

L’approccio proposto in questa indagine è prima di tutto quello di prendere atto delle  considerazioni che Antonio Monda in un certo qual senso suggerisce (direttamente o indirettamente) trattando dei suoi personaggi, reali come nell’ultima raccolta o inventati come nei romanzi, portando spesso all’attenzione del lettore ciò che di questi uomini  e donne è invisibile ai più,  in quanto nascosto dagli “strati di colore” dettati (ovviamente per i volti reali) più che altro da un giornalettismo (mi si perdoni il termine) superficiale che sconfinando nel gossip fa perdere di vista le anime dei personaggi.

Monda è come se avesse una vocazione alla ritrattistica di anime, secondo un percorso che ritroviamo già nei romanzi[3]. Si pensi a quanto dice sullo scrittore Nathan Englander: «Dietro l’umorismo sferzante e spesso provocatorio Nathan rivela in realtà anche un animo romantico e un grande anelito spirituale: poco tempo fa abbiamo parlato ancora una volta di religione, e quando gli ho chiesto cosa pensi che succeda dopo la morte mi ha risposto: “Non ne ho idea, ma se mi chiedi dove si trova in questo momento mio nonno è in paradiso.”» O ancora quando su Isaac Asimov scrive: «Era anche uno scienziato, Asimov, e mi ero fatto l’idea che le sue visioni del futuro nascondessero un animo malinconico, disilluso, persino amaro. Ero convinto inoltre che indossasse abiti grigi e austeri, come i ricercatori di oltre cortina dei film della guerra fredda, ma quando aprì la porta rimasi a bocca aperta: avevo di fronte un uomo gioviale e pieno di ironia, con una giacca a quadri arancioni e gialli, e un monile rotondo al posto della cravatta. Portava due enormi basettoni che arrivavano quasi fino al mento, e aveva lo sguardo affilato, di quelli in grado di leggere subito l’animo dell’interlocutore.» O come quando racconta di un altro scrittore, Gay Talese e del suo modo di vestirsi, della sua eleganza, come specchio dell’anima: «È rimasto l’ultimo dandy di New York, e indossa abiti ricercatissimi anche quando l’occasione è assolutamente informale. Non si tratta di una provocazione, ma è certamente uno statement, una presa di posizione dichiarata con forza, che rivela molti aspetti del suo animo: il culto dell’eleganza, il fastidio per la sciatteria, e, soprattutto, la celebrazione della tradizione vissuta secondo la definizione di Gustav Mahler: “Non la celebrazione della cenere, ma la volontà di tenere in vita la fiamma.” Esiste un elemento intimo, nell’orgoglio con il quale indossa i suoi completi impeccabili: Gay è figlio di un sarto calabrese, emigrato nel New Jersey a cavallo del secolo scorso.»

Con una grazia ed una maestria esemplare riesce a dare voce alla parte più profonda dei protagonisti dei suoi ritratti, anche aiutato da una manifesta capacità di disegnatore che rende con pochi tratti il profilo, tante volte complesso, di un personaggio[4]: «Mi sono sempre chiesto – dice di Quentin Tarantino – quanto abbia influenzato il suo carattere il fatto che non abbia mai conosciuto il padre Tony, e che la madre avesse solo sedici anni quando lui è nato. Mantiene la sua genialità da enfant prodige anche ora che ha superato i sessant’anni.» O ancora quando racconta dell’incidente d’auto dell’attrice Debra Winger: «La terribile esperienza le ha forgiato il carattere dandole il senso della precarietà dell’esistenza, e da allora recitare ha significato anche immortalarsi.» O dell’attore Jude Law: «Solo in seguito capii che due elementi che lo affascinano profondamente, e ne formano il carattere, sono il rapporto che ognuno ha con le proprie radici, e la relazione tra talento e tecnica professionale.» O ancora quando parla, con toni che non è esagerato definire di una grazia e leggiadria poetici, dei romanzi di Cathleen Schine che «sono caratterizzati dalla leggerezza che contraddistingue il suo carattere, ma questo non le impedisce affatto di raggiungere la profondità, anzi proprio la leggerezza ne è la chiave d’accesso.»

Con quest’ultimo suo lavoro Monda, in un contesto di incontri con uomini e donne che hanno segnato il nostro tempo, offre ritratti scarni, veloci, essenziali, ma sempre esaurienti, che sembrano apparire perfettamente in sintonia con un mondo fatto di arte, di attori e scrittori, registi e sceneggiatori, in cui l’essere personaggio coesiste perfettamente con l’essere persona ed anzi il lavoro del nostro autore ormai newyorkese di adozione, forse vuole approdare proprio a questo e cioè a disvelare che dietro ad ogni personaggio c’è sempre una persona, un’anima: «Philip Roth – scrive – era una persona capace di sorprendente generosità, che cercava e sapeva dare calore: la sua fulminante ironia, che nasceva dal dolore, non rappresentava una fuga, ma la ricerca di una catarsi. E la solitudine era una scelta persino orgogliosa, che tuttavia bilanciava con amicizie profonde e selezionate con grande cura.»

Percorso per diversi aspetti anticipato, quello di questo suo ultimo lavoro, con Il paradiso dei lettori innamorati, dove intervista venti scrittori da Philip Roth a Martin Amis e Don DeLillo, da Chuck Palahniuk a Zadie Smith, chiedendo loro di dire quali fossero i cinque film della loro vita.

Già in questo libro emergeva l’esigenza di una ritrattistica che sembrava usare l’intervista come pretesto. Gli incipit sui personaggi sono già qui dei meravigliosi bozzetti, da subito completi nella loro capacità di sintesi di un volto, di un cuore.[5]

Il tutto con uno sfondo, una scenografia (per usare un termine familiare al nostro autore esperto di cinema), che sembra ripetersi: New York, la città dove vive e dove insegna alla New York University; l’arte; il cinema; lo sport, il pugilato in particolare[6] (quando scrive di Norman Mailer afferma: «Aveva praticato la boxe e condivideva quanto aveva dichiarato Foreman: “È lo sport al quale tutti gli altri vogliono assomigliare.”»), tanto affezionato alla figura di Mohammad Alí da farlo comparire anche nei romanzi[7], mentre in Incontri ravvicinati scrive: «La prima volta che l’ho visto di persona ero seduto sugli spalti del Madison Square Garden e lui apparve a sorpresa all’interno dello stadio. Non mi resi conto subito di cosa stesse succedendo, ma appena lo riconobbi fui travolto, come tutti, dall’emozione.»

È quello di Monda un eclettismo che si ritrova sempre nei suoi ritratti e che è come se, forte del sogno americano, sembri spalancare le braccia al futuro, con un ottimismo intimo di cui ogni ritratto vuole essere tassello. Ogni suo incontro raccontato è uno sguardo di speranza sul domani: bellissime le parole della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie incontrata a Capri (altro sfondo frequente dei suoi ritratti): «Dovremmo essere tutti arrabbiati: la rabbia ha una lunga storia che testimonia come generi cambiamenti positivi, ma io, insieme a essa, provo anche speranza. E sono speranzosa perché credo profondamente nell’abilità degli esseri umani di costruire e riformare se stessi migliorandosi.»

Viviamo un tempo di disaffezione alla lettura, ma non all’arte e la ritrattistica che propone Monda, quasi come una serie di istantanee che potremo trovare su Instagram, come i mosaici di Polaroid di Maurizio Galimberti, potrebbe servire a riaffrancare una nuova e più contemporanea idea di scrittura, sempre misurata, elegante direi, che offre ritratti costantemente raffinati, lontanissimi anche dalle più minime note di volgarità aneddotica.

Monda non sembra inseguire il lettore offrendogli particolari pruriginosi, lui vuole rappresentare, attraverso i suoi personaggi,  la visione di un mondo, che offre speranza attraverso talvolta cromie vivaci, ma sempre con una allure decisamente signorile: «L’alternanza – dice a proposito del premio Nobel Orhan Pamuk – tra la scoperta di qualcosa che consenta di guardare con speranza al futuro e il disagio di fronte al dolore esistenziale mi apparvero col tempo le caratteristiche di una personalità che si riflette anche quando racconta la decadenza della sua splendida città.»

Quando ho l’ardire di contattarlo alla sua Università di New York, dicendogli che ho in animo un saggio sull’opera sua, mi risponde subito e quando gli domando cosa voglia dire fare letteratura oggi, lui mi dice che in fondo non ha alcuna risposta a questa domanda, ma aggiunge: «Posso dire che per me non è urgenza, ma necessità che svolgo con umiltà e abnegazione. Per quanto riguarda questo libro [ndr Incontri ravvicinati] sono stato alla larga del gossip (e, mi creda, avrei potuto scrivere molte cose pruriginose) perché sarebbe stato un tradimento nei confronti delle persone che mi onorano della loro amicizia e nello stesso tempo non avrebbe aiutato in alcun modo a capirne nel profondo la loro personalità.» Ed in fondo ogni ritratto è anche un autoritratto, perché in un modo o nell’altro l’autore c’è sempre, il quale pur rappresentandosi con una grande padronanza degli attrezzi del mestiere (le parole), non rinuncia a fare rimandi ad una propria sfera autobiografica in cui ogni esperienza, ogni incontro, diventa cultura, formazione personale, familiare e di una comunità: «tenendo fede – mi dice – all’insegnamento di mio padre di cui parlo nell’introduzione, cerco di cogliere nel mio interlocutore quanto c’è di diverso da me in modo da arricchirmi con qualcosa di nuovo.» «Non credo esista un chiave di lettura del libro – mi dice – come non è esistito un ordine preciso nel modo in cui ho incontrato i personaggi. Alcuni ho fortemente voluto conoscerli come ad esempio Saul Bellow e Norman Mailer, in altre occasioni si è trattato di incontri nate dalla professione (Scorsese) e anche dal caso (Lauren Bacall). In tutti questi casi sono nati a volte dei rapporti che mi hanno formato e fatto diventare l’uomo che sono.»

In queste pagine c’è quindi anche autobiografia, come abbiamo accennato sopra e, come direbbe una critica più raffinata, anche autoriferimento, che noi qui intendiamo nell’accezione più positiva possibile: sebbene sia più da intendersi per i romanzi, nella ritrattistica è spesso naturale trovare l’utilizzo della prima persona e della narrazione di avvenimenti riguardanti la figura dell’autore, proprio come fa Monda, e poiché mancano anche riferimenti ad un ordine cronologico, propria dell’autobiografia, possiamo affermare che il parlare di sé in Monda è un semplice espediente per rafforzare le immagini, gli incontri, i personaggi che propone, trovandosi spesso in una situazione di confine con l’autobiografia, dove egli si troverà ad essere autore, narratore e personaggio e spesso la distinzione non è semplice.

È la ritrattistica che diventa autobiografia, così scrive nell’introduzione ai suoi ritratti: «Quando ero bambino, mio padre Dante mi ripeteva spesso un insegnamento che spacciava per un proverbio cinese: “Se io ti do una cosa e tu me ne dai un’altra, alla fine ne abbiamo una entrambi. Ma se io ti do un’idea e tu me ne dai un’altra, alla fine ci ritroviamo entrambi con due idee.” Non ho mai saputo chi fosse l’autore di questa riflessione, né perché mio padre la facesse passare per un motto orientale, ma è stato certamente uno degli insegnamenti che hanno segnato maggiormente le mie scelte esistenziali, insieme a un altro, che ne è il corollario: “Non aver paura del confronto e non rimanere mai nel tuo orticello.”» O quando a proposito dei fratelli Taviani cita ancora una volta, con una garbata discrezione il padre: «Mio padre, che di mestiere era avvocato, aveva una grande passione per il cinema e stimava molto questi due giovani cineasti di talento, ritenendo che facessero film di alta qualità grazie a una grande coerenza intellettuale.»

Questa sua ultima raccolta di volti, non sembra essere la tappa di un percorso destinato a cessare, ma il coronamento di un processo narrativo, elaborativo ed espressivo che certamente continuerà nei prossimi romanzi, ma che invece come sguardo sul reale sembra concludersi con un’opera che appare già completa e pare essere il migliore e più esaustivo sguardo sul mondo culturale contemporaneo, sul nostro tempo.

I suoi personaggi nel vivere gli attimi nei quali sono immortalati è come se facessero anche filosofia proprio nel loro essere trasposizione in scrittura di un proprio pensiero, di un proprio essere, mai banale, ma sempre arricchente nel mentre si fa esperienza e viene trasmesso al lettore in una ineliminabile ed intrinseca radice poetica.

 Trasforma le vite in poesia, Monda, anche le esperienze più disgraziate, le storie più dure (come quando racconta di Dino De Laurentis: «durante la lavorazione di Riso amaro si innamorò di Silvana Mangano, che sposò e dalla quale ebbe quattro figli. Il loro matrimonio ha avuto molti momenti felici ed è stato coronato da numerosi successi, ma anche dure incomprensioni e dolori terribili, come la morte, in un incidente, dell’unico figlio maschio Federico.»), passano in un setaccio di garbo e creatività che sembrano essergli proprie e contagiare anche i suoi personaggi[8]: come Uma Thurman che nei suoi film «compie il miracolo di essere nello stesso tempo vulnerabile e spietata, tenera e implacabile.»

I suoi ritratti sono riflessioni sulla vita, dove la vita, quella vera, quella reale, non è contorno, non è eccedenza, ma i sacrifici, i sogni, le speranze dei suoi personaggi, che poi sono le nostre, rappresentano quella cifra artistica che spesso sfocia in riflessioni rigorose e spontanee che vengono dopo la lettura di ogni ritratto[9]. Come non riflettere dopo aver letto che la scrittrice Donna Tartt «è una persona estremamente rigorosa, pronta a sacrifici enormi per realizzare quello in cui crede. Ha un approccio monacale, ascetico con la scrittura e l’elemento glamour, come l’indubbia eleganza, rappresentano qualcosa di assolutamente esteriore, forse una reazione a una scelta esistenziale fatta di studio, concentrazione e abnegazione. Non è un caso che abbia scritto soltanto tre libri in trent’anni: ha una cura estrema per ogni dettaglio e sa che nell’arte il sudore è persino più importante dell’ispirazione.»

Non c’è mai nelle pagine del suo ultimo lavoro un conflitto generazionale, sebbene taluni personaggi forse nel nostro immaginario siano in bianco e nero, c’è, invece, sincera ammirazione e gratitudine, due elementi che appaiono come gli unici filtri interpretativi in un mondo di relazioni dove le generazioni diverse non sono mai un discrimine, ma una ricchezza, fuggendo il luogo comune del conflitto[10], perché è una ritrattistica quella di Monda tutta basata sull’equilibrio e sui buoni valori, espressi con una scrittura dai caratteri talvolta originali che rappresentano una tappa fondamentale di uno stile iniziato nei romanzi e che mai è ridondante o ripetitivo[11], ma sembra essere piuttosto il punto di arrivo di una ricerca di scrittura che ha come approdo una cifra inconfondibile di cui ogni ritratto di questa raccolta è sintesi. Dell’attrice Marisa Tomei scrive: «Sono convinto che sappia perfettamente che ho un debole per lei. Come sa di non lasciare indifferenti, diciamo così, ogni uomo che la incontra. Non si tratta esclusivamente di un formidabile sex appeal, né dell’intelligenza schietta e mai appesantita da cerebralismi, ma di una carica di simpatia immediata, che nasce da una allegria naturale e positiva. Comunica insomma istintivamente l’idea che con lei si stia bene e ci si diverta sempre. Mi rendo conto di aver espresso una serie di apprezzamenti che non prendono in considerazione la sua qualità di attrice, che io reputo di ottimo livello, ma sarei ipocrita ad affermare che è la bravura la prima cosa che mi viene in mente pensando a lei. Col tempo ho scoperto che l’emozione che provo nei suoi confronti è condivisa da molti amici, e una volta mi è capitato parlare di quanto sia seducente – continuiamo a usare termini civili – con un noto regista del quale non faccio il nome: ci siamo scoperti a parlarne come due adolescenti che si confidano un sogno proibito, prima di cominciare a parlare, con una buona dose di sensi di colpa, delle sue qualità recitative. Da almeno quindici anni, Marisa partecipa sempre al nostro party natalizio, nonostante si sia trasferita da molto tempo a Los Angeles. E quando dico partecipa intendo che domina la scena a volte anche cantando.»

Non sempre quanti si sono occupati di ritrattistica in letteratura sono riusciti in un’opera di semplificazione e riduzione ai termini essenziali,  atteggiamento fondamentale particolarmente nel caso di una raccolta di ritratti come quella che fa Monda che sembra procedere secondo una prospettiva di catalogazione di caratteri che risulta multiforme nella sua complessità, senza, come lui stesso mi confessa, una tecnica stabilita a priori, ma «con poche eccezioni, i ritratti sono il risultato di numerosi incontri nei quali ho cercato di capire l’anima dei singoli personaggi.»

Pare che spesso i suoi ritratti si giochino in uno sfondo di intimo conflitto dello scrittore fra ideale e reale, dove i romanzi sembrano aver avuto una funzione preparatoria in cui talvolta l’ideale è tristemente naufragato nel reale[12], ma qui resta solo una aspirazione alla bellezza, all’arte, che questi personaggi paiono alimentare: «il dolore di cui è costellata l’esistenza – scrive quando parla della scrittrice Cathleen Schine – contrasta però con l’incanto per la bellezza che ci circonda ogni momento.»

Egli nei suoi ritratti è come se volesse ridurre i suoi personaggi a comunità, e come se in un certo senso crei un mondo, ed attraverso le loro storie raccontarci il momento culturale presente, con i suoi protagonisti che ci danno speranza e fugano ogni dubbio sul fatto che viviamo comunque in un tempo nel quale siamo contemporanei di grandi.

È quasi un monito quello di Monda a guardarci intorno ed a vedere il buono che c’è.

Sono ritratti che in fondo riconciliano col nostro tempo: «Ha un animo troppo puro – dice di Patti Smith – per cadere nello stereotipo dell’artista maledetto o in quello del genio e sregolatezza: l’arte per lei si realizza soltanto con il duro lavoro quotidiano, umile e costante. È una regola che applica anche nelle relazioni umane, perfino nell’amore che cerca in ogni momento e in ogni cosa.»

Sono istantanee che raccontano storie di vita e di relazioni, storie che in alcuni casi non si esauriscono neppure con la morte. Restano vivide queste immagini che non sono solo quelle di Monda scrittore, ma sono quelle che appartengono un po’ a tutti, un po’ come quelle iconiche di Andy Warhol.

È il nostro autore il ritrattista dal tratto delicato nel suo raccontare di immagini di vita familiare, spesso nelle sue case, ora in Italia ora a New York. «Ho sempre pensato – mi dice – che nel nostro esistenziale dobbiamo crescere come le piante che delle volte assumono delle forme imprevedibili perché cercano la luce in modo da poter crescere. Da questo punto di vista la luce per me è stata la città di New York. Sono però consapevole che queste piante non devono mai perdere le proprie radici altrimenti muoiono.» E quando gli chiedo delle sue cene e del suo ‘salotto’ newyorkese mi risponde: «sono sempre stato restio al termine salotto, che porta con sé un connotato insieme snob e superficiale. Se non fosse presuntuoso parlerei di cenacolo, e comunque quanto accade a casa è soprattutto il piacere di dialogare a tavola intorno al buon cibo. Per questo motivo non non ho mai messo in relazione il piacere della tavola con l’esigenza della letteratura.»

E tutto avviene anche in incontri di lavoro, in giorni di festa e momenti di spensieratezza, con personaggi spesso presentati da altri personaggi in un concatenarsi di relazioni che non si ostentano, ma si raccontano semplicemente, quasi come per fare anche  memoria di sé, come rivolgendosi ad un prefigurata posterità. Bella la conclusione del ritratto di Ermanno Olmi: «Come intuisce Orwell, un altro grande spirito inglese che gli era caro: “Anche se sono prive di effetto, non per questo le azioni risultano prive di significato.”»

I suoi ritratti sono anche un racconto in cui quasi in punta di penna egli espone le proprie personali concezioni intrecciandole strettamente con momenti e personaggi notevoli della storia del nostro tempo, riuscendo anche in una sorta di ricostruzione storiografica senza, ovviamente, particolari vincoli di specializzazione. È un raccontare il suo ed un raccontarsi, come momenti di un più ampio processo narrativo e di scrittura dove è del tutto assente una tirannia dell’io di chi scrive, ma la volontà appare piuttosto quella di rendere questi personaggi ritratti in aspetti, talvolta inediti, patrimoni di tutti e quindi la vera conquista di questa pagina di letteratura è la paradossale aspirazione all’oggettività in cui le vite degli altri diventano racconto che in alcuni luoghi ha anche i caratteri di un’epica della contemporaneità: «pur essendo radicato nella tradizione ebraica Daniel [Libeskind] è un uomo perennemente in viaggio, è perennemente in dialogo con altre tradizioni e culture, al punto che dall’esterno potrebbe sembrare un apolide.»

Monda sembra privilegiare un approccio lineare aiutato da una scrittura di una semplicità che incanta, senza mai scadere in un approccio storico-politico che rischierebbe facilmente di trasformarsi in “storicismo”, fuggendo quindi qualsiasi metodo di scrittura che passa attraverso categorie al tempo stesso troppo  ampie e troppo vaghe, giungendo ad un risultato che è difficile non apprezzare.

Dopo aver letto i suoi ritratti tornano alla memoria le parole di Orhan Pamuk: «Il ritratto aveva conferito loro (ai turchi) qualcosa di magico e li aveva resi così straordinari che, per un attimo, tra i dipinti, mi sentii in difetto e impotente. Pensai che, se qualcuno mi avesse disegnato con questi metodi avrei compreso meglio perché ero al mondo.»[13] Siamo nel romanzo dove il protagonista è un miniaturista della Istanbul cinquecentesca, il quale andando in visita presso un museo resta estasiato davanti ai tanti ritratti dei sultani ottomani e dice queste parole.

Con Monda non si è davanti ad una polarizzazione di immagini e racconti, ma ci troviamo dinanzi a scelte che portano a rappresentare al lettore i personaggi  anche attraverso le opere (che siano libri, film, canzoni o altro), che aiutano anche ad una ricognizione in chiave critica che fino ad oggi nessuno si è cimentato a fare: questi ritratti, queste microbiografie di poche battute, in ultima istanza non si rivelano come un banale affastellato di narrazioni aneddotiche, ma rappresentano una proposta di riflessione sui fatti della cultura e della letteratura del nostro tempo, facendo cogliere al lettore anche alcune dinamiche del mondo culturale nel quale viviamo. Per esempio quando racconta con commozione di Bernardo Bertolucci: «Per tutto il periodo in cui ho organizzato gli incontri con i protagonisti del cinema all’Auditorium di Roma, mi invitava a cena insieme ai miei ospiti: erano serate memorabili, nelle quali si parlava quasi esclusivamente di cinema, e ogni conversazione rimandava a una concezione della vita secondo cui l’arte è una necessità imprescindibile. Sono passati pochi anni, e sono travolto da una grande tristezza al pensiero che molti di questi straordinari cineasti non ci sono più, come Michael Cimino, Jonathan Demme e Sidney Lumet: la loro amicizia con Bernardo era autentica, ed era fondata innanzitutto sull’ammirazione e sulla condivisione del senso ultimo dell’arte.»

Una lettura piuttosto veloce e superficiale dei suoi ritratti non darebbe conto dei molteplici significati che vi sono sottesi, attraverso i profili dei personaggi viene rappresentato anche un documento attendibile sulla storia della letteratura, del cinema e di altre arti contemporanee.

Monda fa anche una nuova forma di biografia. Marcello Gigante, in altro contesto, nel suo studio sulle Vitae philosophorum di Diogene Laerzio, afferma: «La biografia è un contributo a intendere la creatività dell’uomo, a conoscere l’uomo e anche se stesso attraverso il ritratto di altri uomini; si distinguono diversi tipi, la biografia romantica o storica, la biografia-elogio, la biografia pedagogica, la biografia aneddotica, la biografia ideologizzata, riconducibili a due tipi fondamentali, la biografia critica e la biografia agiografica; attraverso la biografia si recupera un personaggio con i tratti individuali e topici; la biografia è un’operazione storica e psicologica tendente all’esemplarità; ci sono rapporti fra metodo biografico e metodo storico, fra biografia e autobiografia.»[14]

Nei suoi ritratti Monda pare riassumere tutte queste tipologie dando un determinante contributo ad un nuovo ed autonomo tipo di ritratto in letteratura che attraverso una evidente carica innovativa pare andare oltre i classici modelli di ritratti, per collocarsi in una posizione di confine tra la narrativa, il romanzo, la biografia e l’autobiografia, senza disdegnare uno sfondo storico fondamentale che potrebbe essere la storia da raccontare domani.

La scelta del ritratto è forse per Monda quella che meglio si presta ad una analisi dell’arte di oggi, che sia cinema, letteratura, pittura, musica o altro: è come se egli, scrittore, entrasse in competizione con il pittore e dimostrasse come uno scritto sobrio, diretto, non sovraccarico di strutture inutili, possa rappresentare un tentativo più incisivo per descrivere il soggetto nella sua complessità caratterizzata anche da immediatezza. In Monda è come se il rapporto tra pittura e letteratura si vada ad intensificare ed il ritratto riesca a diventare magistralmente anche ritratto psicologico attraverso il quale far emergere la personalità del personaggio rappresentato.

Il tutto nel perimetro di un interesse preponderante verso una narrativa che sia il più possibile chiara e scorrevole, aspetto che sembra tutt’altro che marginale nelle sue pagine, tanto da far ipotizzare che Monda rappresenti nel panorama attuale non solo un autore di sicuro valore dal punto di vista della soluzione estetica, ma anche per dimostrare un interesse scientifico che potrebbe essere poi anche un caso letterario verso il ritratto come strumento di indagine sul proprio tempo e come mezzo di autobiografia, con una strategia narrativa ed uno stile che oscilla tra la migliore tradizione italiana del Novecento, per approdare talvolta a forme più espressionistiche tipiche della letteratura americana contemporanea[15].

Uno degli aspetti forse più intriganti di questa nostra lettura è stato infatti quello relativo ad una nuova ed originale tecnica di rappresentazione del personaggio in grado di restituire profili a tutto tondo, in un intreccio mai volgare tra mondanità ed elementi pittorici, per rappresentare personalità spesso polimorfe e combattute tra un’immagine pubblica ed una più reale che è quella nella quale ci fa accedere Monda attraverso un’espressività che è tutta novecentesca, quella della migliore tradizione.

Sono ritratti i suoi immediati, ma evidentemente frutto di un grande lavoro che non è solo quello che i critici di arte chiamerebbero ‘uso sapiente del colore’, perché nei suoi ritratti c’è qualcosa che va oltre il colore, ed i personaggi non sono mai pretesti per sfoggiare una qualche abilità letteraria, ma sono protagonisti reali di un mondo che dalla vita di tutti i giorni (quella dell’autore) diventa letteratura.

Alla fine i suoi personaggi sono loro stessi in queste pagine (si pensi ai cantanti Dalla e De Gregori), sono reali e spesso riescono ad esprimere in maniera quasi sottile una grazia raffinata e dedita alla riflessione, al pensiero non banale, accanto a fisionomie caratteriali spesso robuste o comunque tante volte geniali (per esempio di De Gregori scrive: «Uno degli elementi che colpisce immediatamente è come sia pronto a mettere in discussione ogni convinzione, e ascolti con attenzione il parere di ogni suo interlocutore. Questo approccio, che denota un’ammirevole libertà intellettuale, è mescolato a una timidezza notevole quanto sorprendente: il suo essere orso, evidente anche sul palcoscenico, è una difesa rispetto alla straordinaria popolarità e, per lui peggio, a chi lo considera un vero e proprio mito.»)

In Monda non c’è alcuna artificiosità e questo è il suo più grande pregio forse, con sempre una delicatezza nella sua scrittura mai disgiunta da una fattura elegante, con sfondo spesso Capri con le sue Conversazioni e Roma col Festival del Cinema di cui è stato direttore artistico. È quello sfondo di cui dicevamo prima, che nei romanzi come nei ritratti di personaggi reali oscilla sempre, tra arte e cinema[16].

I suoi ritratti si prestano ad essere letti ‘random’, come ebbi modo anche di dirgli, perché alle scansioni temporali e spaziali, alle quali per esempio ci hanno abituato i romanzi, sostituisce un’originale sfera propria della narrazione che sembra compiersi in ogni ritratto.

La collocazione dei suoi personaggi (in ordine alfabetico) risulta sicuramente poco comprensibile per quella scelta di dire prima di uno e poi di un altro. Alla fine della lettura della raccolta, però, si ha come l’impressione che egli è come se volesse assumere le mentite spoglie di uno spettatore della sua stessa opera, quasi attribuendo al caso alcuni aspetti che poi alla fine destano curiosità e creano una certa originalità strutturale che sembra essere concentrata tutta su una efficacia espressiva da fotografia istantanea caratterizzata da una apprezzabile sobrietà e intelligente visione del reale raccontato con una  profonda introspezione dei personaggi, una introspezione mai immediata, mai diretta, ma alla fine di ogni ritratto come per incanto accanto a quelle pagine è come se si materializzasse un’anima, quella del personaggio raccontato[17]. «È brillante, spiritoso, generoso – scrive dello sceneggiatore e scrittore Michael Cunningham – e ha il talento di farti sentire sempre al centro della sua attenzione. Non c’è nulla di costruito in questo atteggiamento, si tratta di qualcosa che nasce dal cuore, come il suo essere naturalmente glamour: è tra le poche persone al mondo che parla confidenzialmente di divi di prima grandezza senza apparire un name dropper.»

Alla fine ogni suo ritratto è totalmente indipendentemente dal precedente o da quello che segue, unica nota in comune, filo rosso che lega il tutto è il ritrattista che pare incontrarsi con i personaggi nello stesso posto, in un posto ideale, nelle pagine di letteratura, per ritrovarsi in una forse comune ricerca della semplicità e della sintesi.

Senza dubbio tutte le figure sono ritratti di personaggi noti, almeno la maggior parte ed è questo un omaggio alla contemporaneità, perché si tratta di quanti incidono con il loro impegno, con il loro lavoro, con la loro arte, in qualche modo sul nostro tempo. Il tutto con una scrittura che sembra procedere sicura, senza ripensamenti, luminosa, che spesso sottolinea i dettagli che conferiscono a questi volti che in molti avranno visto solo in televisione o al cinema una cifra reale che invita alla lettura.

Pare che dietro ci sia un lavoro frutto anche di una considerazione sullo stato e sul valore dell’immagine nel nostro tempo, attraverso un dialogo continuo e diretto con personaggi che nelle sue pagine diventano ancor prima persone, cosciente che i social offrono strumenti comunicativi ormai di facilissima accessibilità e più immediati rispetto ad un libro. I suoi ritratti sono anche una sfida per ridare spazio alla lettura ed alla letteratura.

Egli mai standardizza il soggetto di cui parla, mai ne accentua alcuni aspetti tipici, fuggendo il rischio di cadere nel grottesco. È come se seguisse sempre una linea di scrittura chiara, figlia di un’intuizione veloce, ma allo stesso tempo non improvvisata, attraverso un procedimento di identificazione e personalizzazione di ogni personaggio rappresentato, senza mai minare la sua identità, ma offrendogli in un certo qual senso una sorta di cristallizzazione di alcuni aspetti che saranno destinati a durare proprio grazie a questi ritratti.

Con una forma sintattica mai faticosa, mai abbondante di proposizioni secondarie e parentetiche, con una serie di sviluppi interni lineari da proposizione a proposizione, con una scrittura che trova una sua scorrevolezza, dove tutto sembra dipanarsi con una misura ed una precisione quasi ingegneristica che si esplica in una narrativa leggera e piacevole. Le sue analisi mai sconfinano nell’artificio retorico, mai c’è qualcosa di oscuro nel suo raccontare.

I limiti di questa nota non permettono di dare conto della notevolissima produzione del Monda romanziere, ma si può riscontrare una lingua nel fare ritratti che volutamente pare lontana da inglesismi e vari sperimentalismi espressivi. La nostra analisi certamente non ha l’ambizione di dire in modo circostanziale ed esauriente quella che è la fisionomia stilistica nei ritratti di Monda scrittore, dal romanziere al ritrattista non sembra esserci una scelta, bensì Monda pare restare intimamente romanziere, ma opta in questo modello per una diversa istanza comunicativa, sicuramente più immediata.

Il nostro è, diciamolo pure, un tentativo per molti aspetti pioneristico ed inaugurale su Monda scrittore e ritrattista: iniziamo sommessamente col riconoscere un acume ed una ricchezza narrativa che ci rendono il Monda scrittore più maturo dopo il percorso dei romanzi con una ricchezza narrativa che denota anche una decisa personalità autoriale, dispiegata nel compito non semplice del ritratto teso a tramandare volti e personaggi del nostro tempo, con una prosa che mai sembra avere contrasti stilistici e dove una certa unità di visione del mondo sembra essere un imprescindibile dato di partenza.

E il nostro un saggio che sicuramente avrà tanti limiti, ma uno lo rimarchiamo: la ricerca della motivazione più profonda che ha spinto Monda a questo progetto letterario, si potrebbe parlare di movenze idealistiche, in fondo i suoi ritratti, tutti, nessuno escluso, sono un inno alla speranza ed alla forza dell’arte, ma preferiamo non addentrarci altrimenti ci sposteremmo su un altro piano di indagine che in questa sede non riteniamo di dover affrontare.

E poi sottesa alla ritrattistica c’è un’altra passione di Monda: l’intervista, che lo vede a nostro parere come uno dei più acuti intervistatori del nostro tempo. L’intervistatore si giudica dalle domande che fa: quelle di Monda sono semplici, ma non banali. Quindi i suoi ritratti sono la summa, l’esito finale di un processo che fonde intervista e romanzo per approdare ad un risultato originale e convincente sul piano letterario.

John Cheever in uno dei suoi 61 racconti scrive: «È vero anche per i migliori di noi, che se un osservatore esterno potesse coglierci mentre saliamo su un treno in una stazione secondaria, se facesse attenzione al nostro viso sconvolto dall’ansia, se valutasse il nostro bagaglio, i nostri abiti, e guardasse fuori dal finestrino per vedere chi ci ha accompagnati in stazione, se ascoltasse le parole aspre o tenere che pronunciamo nel caso in cui fossimo con i nostri familiari, o se notasse il modo in cui issiamo la valigia, controlliamo dove abbiamo messo il portafoglio, il mazzo di chiavi e ci asciughiamo il sudore della nuca, se sapesse giudicare bene l’arroganza, la diffidenza o la tristezza con cui ci accomodiamo sul sedile, godrebbe di un quadro della nostra vita molto più ampio di quello che la maggior parte di noi vorrebbe dare»[18].

angelo.maria.costa@gmail.com

[1] Nota di lettura. Si procederà in questo modo: nel corpo del testo si troveranno i rimandi all’opera Incontri ravvicinati, introduzione di Jonathan Safran Foer, La Nave di Teseo, 2024; mentre in nota i rimandi (funzionali al nostro discorso e tratti in termini meramente esemplificativi) ad alcuni romanzi dell’Autore: L’indegno, Milano, Mondadori, 2016; L’America non esiste, Milano, Mondadori, 2012;  Nel territorio del diavolo, Milano, Mondadori, 2019; Ota Benga, Milano, Mondadori, 2015; Il numero è nulla, Milano, Mondadori, 2023; Io sono il fuoco, Milano, Mondadori, 2018; ed alla raccolta di interviste Il paradiso dei lettori innamorati, Milano, Mondadori, 2013.

[2] A. Costa, Gaetano Afeltra ritrattista del Novecento, in Nuova Antologia, anno 155, fasc. 2294 – Aprile/Giugno 2020, pp. 298-309

[3] È ne L’indegno che Abram Singer, sacerdote di Santa Romana Chiesa, afferma: «Ho paura della quiete, questo l’ho capito sin da piccolo. Del silenzio, della pace. Della contemplazione, della meditazione, di tutto ciò che dovrebbe essere essenza della mia scelta di vita. Ho paura della vita stessa quando si ferma per essere amata, goduta, conosciuta. Ho paura del vuoto, dei tempi morti, che morti, lo so, non sono mai. Ho paura della preghiera senza risultato, e ho paura della fede, sì, della fede, come di ogni promessa che non ha certezze.»

Ed ancora in L’America non esiste, c’è un passaggio circa Nicola, uno dei protagonisti, che è disvelamento indiretto di un’anima, di pensieri: «studiò molto, in quei giorni, non poteva fare brutte figure, la reputazione è tutto, ed è importante dare l’impressione di sapere molto di più di quello che si dice. Ma in quel periodo di preparazione scoprì che in alcuni frangenti fortunati l’interesse può coincidere con una passione. Ovviamente si trattava di situazioni rare e assolutamente occasionali, che tuttavia offrivano la carica per andare avanti nei momenti in cui anche lì, in quel luogo che mostrava con tanta chiarezza le proprie illusioni da renderle irresistibili, affiorava la noia, e la consapevolezza che prima o poi sarebbe finito tutto, l’eccitazione e la noia, l’illusione e il dolore.»

[4] Si pensi ancora, restando sui romanzi, giusto ad esemplificazione di questo discorso, quanto sempre in L’America non esiste, parlando di un tale Thomas Dewey, governatore, scrive: «[il] governatore Thomas Dewey, un uomo piccolino, tutto azzimato, che parlava lentamente. Si era candidato due volte come presidente e aveva sempre perso. La seconda volta per così pochi voti che nella notte delle elezioni era uscita un’edizione straordinaria del “Chicago Tribune” sulla quale era scritto a caratteri cubitali che aveva vinto. La mattina dopo, Harry Truman aveva celebrato la propria vittoria facendosi fotografare esultante con una copia del giornale. Marciano era rimasto molto colpito da quella storia, la vita scherza con crudeltà sulla tua pelle. Leon gli aveva spiegato che si imparava da tutto, anche da incidenti come quelli, e non bisognava dimenticare che Dewey aveva dato molto al suo paese.»

O ancora quando dice del protagonista Nicola, scrive: «[Nicola] Non aveva mai sopportato le discussioni generali sulla vita, e non sopportava chi passava il tempo a pensare troppo, a rimuginare, a cercare interpretazioni di gesti che non sono altro che dettagli di un’esistenza dominata dal fato, alla quale ci illudiamo di opporre la nostra volontà.»

[5] cfr. a livello esemplificativo: «DeLillo ama il cinema con grande passione e un’ammirevole curiosità intellettuale: ne è affascinato dal linguaggio e dalle potenzialità espressive, e cerca di individuare in ogni film quanto ci sia di specificamente cinematografico, quanto si possa ammirare dalle immagini, e come egli avrebbe invece creato, con le parole, una scena vista sullo schermo.» O a proposito di Edgar Lawrence Doctorow quando dice che «è un uomo ironico, gentile e meticoloso, abituato a prendere ogni impegno con un ammirevole equilibrio tra la serietà, la professionalità e il distacco.» O ancora di Jhumpa Lahiri che «è una donna riflessiva e attenta, che ama ascoltare e assorbire prima di parlare. È anche una donna molto gentile e meticolosa, abituata a rispettare e a prendere sul serio ogni tipo di impegno. Nel cinema cerca in primo luogo la verità, rifuggendo la forma fine a se stessa e anche il rischio del messaggio didattico.»

[6] Quella del pugilato nella letteratura è un’antica ossessione, è forse uno degli sport più presenti, già Omero nell’Odissea (libro XVIII) narra di un violento incontro a pugni nudi tra Ulisse, re di Itaca, e Iro con pubblico di eccezione i Proci. A prevalere sarà Ulisse come traduce magistralmente Ippolito Pindemonte: «Iro la destra spalla / ad Ulisse colpì; ma Ulisse in guisa / sotto l’orecchia l’investì nel collo,/ che l’ossa fracassògli: uscìagli il rosso / sangue fuor per la bocca; ed ei mugghiando /cascò, digrignò i denti, e il pavimento / calcitrando batté». (XVIII, 114-120). Gli esempi sarebbero innumerevoli, ma per arrivare fino ai nostri giorni si potrebbe dire di un racconto di Pier Paolo Pasolini, Storia burina, pubblicato nel 1965 nella raccolta Alì dagli occhi azzurri, dove Romano, nei sobborghi di Roma inizia a praticare la boxe: «pugile? Come no? La palestra è giusto dall’altra parte dei casoni della soluzione finale, una casetta sull’antichissima strada del ’600 o dell’800 miserabile, che stringe in un anello di baracche e muriccioli sbrecciati il monte dei Cocci, lungo l’Ammazzatore. Da lì sono usciti i campioni di Roma. A Romano la stella del campione brilla in fronte». (P.P. Pasolini, Storia burina, in Alì dagli occhi azzurri, Milano, 1976, p. 136).

[7] «Quando Mohammad Alí apparve sullo schermo, Marlon si alzò in piedi e cominciò a esultare, poi si rimise a sedere, intimidito dalla propria esplosione di entusiasmo. Le monache sorrisero, mentre i due preti anziani borbottarono qualcosa senza prendere parte. Sorrise anche padre John, che amava il coraggio di Alí, e sperava che quella notte facesse rivivere Davide contro Golia. Spiegò che non ci sarebbero state vie di mezzo: quella sfida avrebbe segnato la sua fine, o lo avrebbe consacrato come il più grande di sempre. […] I colpi di Foreman erano di una potenza devastante: Alí riuscì a schivarli e contenerli nei primi due round, ma poi il dolore cominciò a farsi sentire ed iniziò ad arretrare verso le corde, dove Foreman lo costrinse a subire una punizione impressionante. Colpiva a braccia larghe sui fianchi, sullo stomaco, sul collo, e Alí rintuzzava e stringeva i denti, reagendo improvvisamente con combinazioni sul volto. Rapide, irridenti, piene di veleno. A partire dalla quarta ripresa si appoggiò direttamente sulle corde, come se volesse invitare l’avversario a colpirlo. Foreman non aspettava altro, e colpiva e colpiva, sapendo che prima o poi Alí sarebbe crollato. Nessun uomo al mondo poteva resistere ai suoi pugni. Ma Alí invece resisteva, con superbia, con rabbia, perché era nato per dimostrare al mondo intero di che pasta era fatto, e quella sarebbe stata la sua notte.»

O ancora la boxe Nel territorio del diavolo: «L’intera Atlantic City viveva per quell’incontro di boxe, e in uno degli infiniti dépliant distribuiti ovunque scoprii che entrambi i pugili erano riconosciuti dalle rispettive organizzazioni come i legittimi campioni del mondo, cosa per me alquanto misteriosa. La boxe doveva essere ancora più complicata e corrotta della politica, pensai, e mi venne in mente una frase ripetuta sempre da Lee: «La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi». […]I due campioni imbattuti erano opposti per storia, retroterra, gusti, scelte professionali e private. Persino il fisico era diverso: Spinks era alto e affusolato, più piccolo e tarchiato Tyson, che indossava sempre pantaloncini e scarpe nere, senza calze. I colori li lasciava agli avversari. […] Avevamo dei posti e bordo ring, della boxe bisogna vedere il sangue e sentire gli odori, ci aveva spiegato Lee, ma quando entrai alla Convention Hall la mia attenzione si concentrò su tutt’altro. Il pubblico urlava disordinatamente, era in corso un incontro preliminare tra Maurice Blocker e Orlando Orozco, due pesi welter di scarso talento ma pieni di foga. […] Michael Spinks e Mike Tyson non conoscevano la sconfitta, figurarsi il declino fisico.»

O in Ota Benga, il romanzo si apre proprio con la boxe: «Se vuoi vedere una sfida vera, mi aveva detto, devi vedere come combattono i negri. Un giorno uno di loro diventerà campione del mondo, aveva aggiunto, e il tono della voce si era fatto amaro. Mi guardava sempre negli occhi, quando parlava, e io credevo a quello che diceva, lui lo sapeva bene.

Era un giorno afoso, l’asfalto si squagliava sotto i piedi, e c’era un pugile che combatteva due volte di seguito, tanto era forte. Mi aveva portato sino a Filadelfia per vederlo, era anche un modo di allontanarci dai nostri pensieri. Dai miei, almeno. Ricordo le camicie sudate e l’odore di zucchero filato che invadeva l’arena. Ricordo il legno cadente e scrostato e le corde usate sulle navi, all’epoca non erano fasciate dal velluto. Sul ring si mette in gioco la vita, diceva, la tranquillità è l’illusione dei mediocri. Poi mi toccava le gambe, non sapeva stare fermo, e il sudore sulla nuca lo rendeva ancora più attraente. Non c’è nulla come un incontro di boxe, continuava a dire. […] Johnson salì sul ring ignorando Black Bill, e rispose con un sorriso al pubblico che lo aveva accolto con un’ovazione. Mentre l’arbitro dava gli ultimi avvertimenti fissò negli occhi il rivale, che cercò di reggere lo sguardo, ma era spaventato, si vedeva. Poi, prima del gong alzò improvvisamente le braccia al cielo, gonfiando i muscoli, e il pubblico esplose in un applauso lunghissimo, la fine era già nota. Raggiunse il centro del ring con due passi, e Black Bill indietreggiò subito sulle corde. Johnson lo aggredì con un gancio largo, ruotando tutto il corpo color tenebra, e il rivale riuscì a schivarlo solo in parte, perché il pugno gli lacerò le labbra e il sangue schizzò sul volto. Vidi gli occhi di Black Bill, bianchi di panico, aspettare pietrificati il secondo pugno, che gli spaccò il naso. Cadde di schiena come un peso morto, e il polso destro si piegò innaturalmente sul tappeto, spezzandosi. Sentii distintamente il rumore secco, e poi lo spasmo che il pugile non riuscì a trattenere.»

[8] cfr. Nel territorio del diavolo: «I miei non avevano un’opinione precisa su Bush, lo definivano elegante e autorevole, e questo per loro poteva bastare. Ignoravano cosa avevamo fatto, e io mi guardai bene dal dirglielo: avevano apprezzato enormemente la sua promessa di non aumentare le tasse e l’idea di un “governo piccolo”, uno dei nostri slogan più riusciti. «Niente di peggio di diventare servi di chi dovrebbe essere al tuo servizio» ripeteva mio padre. «Quando il governo diventa troppo grande diventa più piccola la tua libertà.» Non sapevo dargli torto, in realtà.»

[9] da L’indegno: «E sono il sorriso di chi riesco a far gioire: il bene che genero, e che a volte non so neanche di aver generato. E il male che lascio dietro di me e che si propaga come il bene, forse anche più del bene. Sono i rifiuti del mio corpo e l’odore di zolfo che mi sento addosso, sempre, in ogni momento, e non va via neanche quando mi lavo: io sono il mio fango e il mio spirito. La vita è scelta, volontà, responsabilità, questo lo so da quando sono nato. Ma è anche il desiderio che non riesco a sopprimere, il mio sogno che fallisce ogni giorno, il mio furore, la mia miseria. […]Sono l’assurdità del mio nome ebreo nel mio abito da prete. E sono la meraviglia di quello stesso nome in questo stesso abito. Sono Abram Singer, sacerdote di Santa Romana Chiesa. […]Io so anche che la vita è una battaglia dura, anzi una via crucis, ma quando facevo l’operaio mi sembrava di vedere Dio in ogni cosa: negli occhi di chi lavorava insieme a me, pieni di entusiasmo e speranza. Nelle nostre mani callose che sfidavano il mare e poi il cielo».

[10] cfr. in Ota Benga: «Solo lo studio riusciva a distrarmi, ma più conoscevo il cuore degli uomini e più ne avevo paura: capii in quei giorni perché sin dall’inizio dei tempi aspettiamo qualcuno che ci salvi, e ci dia la speranza che non veniamo dal nulla per tornare al nulla. Leggendo la Bibbia scoprii che la massima preferita da mio padre veniva da lì: chissà perché ci teneva a ripetermelo, forse ogni volta che facciamo qualcosa di sbagliato abbiamo bisogno di parlarne, forse speriamo di venir scoperti e pulirci la coscienza. Se ne abbiamo una, perché gli uomini preferiscono le tenebre, dice anche questo la Bibbia.»

[11] cfr. Il numero è nulla: «Era un professionista, il Filosofo, aveva studiato il nome scientifico di ogni fiore e lo sfoggiava con le signore della Quinta Avenue, che invece non avevano mai studiato niente. «Niente» ripeteva, quando ne parlava, e si metteva a ridere, chissà quante ne aveva conquistate. Nulla lo faceva godere di più che possedere quelle donne vuote e annoiate che ignoravano che quel raffinato esperto di fiori aveva ucciso più di venti persone, spacciato droga, protetto prostitute e bruciato i negozi di chi si illudeva di resistere alle sue richieste.»

[12] cfr. L’America non esiste:  «[A Nicola] vennero in mente i vecchi del paese, che passavano ore a giocare a carte per strada. Chissà cosa faceva in quel momento Costantino Cerasa, la persona più ricca di tutta la regione, che non aveva mai voluto abbandonare la casa in cui era nato, e stava sempre lì, ai tavolini del bar, a giocare a tressette con gli amici. Sembrava felice così. E chissà cosa faceva Domenico Russo, che non riusciva mai a vincere una partita, o Mimmo Mosciaro, che invece vinceva sempre, e ogni volta che lo incontrava diceva di essere suo parente, ma Nicola non aveva mai capito come.»

[13] Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Torino, Einaudi, 2001, p. 116.

[14] M. Gigante, Biografia e dossografia in Diogene Laerzio, in «Elenchos», VII, 1986, p. 16.

[15] cfr. in Ota Benga, la protagonista dice: «Amavo tutto, nel mio quartiere, ed era stato proprio quel sentimento di appagamento a farmi capire, un giorno, che dovevo andarmene via. Amavo le strade che odoravano di storione e cetrioli, le case calde e scrostate, le due sinagoghe rivali. Amavo il rumore delle onde, e la folla immensa e colorata che riempiva la spiaggia nei week end estivi: la sera, quando andavano via tutti, rimanevo sino a tardi a raccogliere gli oggetti dimenticati e immaginavo i segreti di chi aveva il privilegio di venire, almeno per un giorno, da noi.»

[16] Si pensi ancora ad un passaggio che troviamo in L’America non esiste: «Nicola si era documentato anche su di lui [Sidney Janis]: era un self-made man che non aveva mai finito la scuola, aveva lavorato nel circo e nel vaudeville. Nel periodo più triste della sua vita aveva accettato un lavoro nei negozi di scarpe del fratello, ma poi aveva conosciuto e sposato Harriett, una donna sensibile e raffinata, che gli aveva insegnato ad apprezzare l’arte. Aveva fatto un po’ di soldi con una fabbrica di camicie, che aveva investito in un viaggio a Parigi, e lì era diventato amico di Picasso, Mondrian e Matisse. Gli artisti erano affascinati dalla sua storia e dal fiuto per l’arte, ma era stata Harriett a convincerlo ad acquistarne i quadri, e poi a scommettere sugli americani. Ed era stata lei a fargli organizzare le prime mostre: quello che stava avvenendo era una rivoluzione, e il loro ruolo era quello di crederci e finanziarla, perché ne avrebbero avuto molto in cambio, non solo in termini di orgoglio personale.»

[17] si veda Nel territorio del diavolo: «Vedete, – dice il protagonista –  io ho sempre creduto che il dolore esista soltanto nel momento in cui lo si guarda in faccia, da vicino. Non è bello, lo so, ma è qualcosa che ho sperimentato sulla mia pelle: quando siamo lontani, o c’è qualcosa che ci distrae, la sofferenza altrui scompare, anche se è straziante. Quando poi ci viene mostrata in televisione, o su un giornale, scompare nel momento in cui l’immagine cambia, lasciando il posto a pochi minuti di sensi di colpa, che poi scompaiono a loro volta, e si tramutano in vaghe battaglie ideali con le quali mettiamo in pace la nostra coscienza.»

[18] J. Cheever, I racconti, “Il contadino estivo”, Milano, 2012, p. 121

 

L'autore

Angelo Costa
Angelo Costa (1977), laureato in Lettere Classiche ed in Giurisprudenza presso l'Università della Calabria, docente di latino e greco dal 2001 presso i licei classici e vincitore dell'ultimo concorso per il ruolo di Dirigente scolastico [in attesa di nomina]. Già cultore della materia presso la cattedra di Giustizia Amministrativa dell'UNICAL, si è occupato di ricerca particolarmente per quanto riguarda il rapporto tra lingua e diritto ed ha scritto anche numerosi saggi di letteratura su diverse riviste scientifiche nazionali ed internazionali, tra cui Nuova Antologia, Diacritica ed altre. Autore dei seguenti volumi: P.Virgilio Marone, Titiro e Melibeo – canto a due voci di pastori-poeti – introduzione, traduzione e commento di Angelo Costa, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ), 2002; e Lights of Calabria - ISBN 978-88-88557-39-7- Anno: 2011, La Dea Editori. Giornalista iscritto all'albo dei pubblicisti.