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Può la poesia salvare il mondo?

Come mi accade sempre quando ho l’occasione di ricevere un premio, il mio primo pensiero è andato a Platone e ai serti di alloro che consigliava per i poeti, poi scacciati dalla pòlis.

Il secondo pensiero è andato alla mia patria.

Così, come quando, una volta cresciuti, i bambini poveri debbono sempre tornare per aiutare la propria famiglia, inviando pacchi e denaro, mandando a scuola i piccoli, qualunque successo mi fa tornare in patria, verso il luogo da cui sono partita, un luogo che anticamente si chiamava Dacia Felix, quella conquistata dall’imperatore Traiano, mentre nelle fiabe romene è definita “il luogo dove i monti si affrontano a testate”, un luogo situato fra molti imperi nemici e nemici tra loro, un luogo a cui – fra tutti i vicini – solo il Mar Nero non ha mai voluto recar danno.

La nostra latinità, rimasta in esilio all’altro capo del continente, ci ha resi singolari e ci ha dato, insieme alla consapevolezza di essere diversi rispetto ai nostri vicini, la percezione della solitudine nella storia. Un sentimento che non mi ha mai consentito di distaccarmi, straniarmi, ma che ha invece fatto germogliare, quale soluzione di sopravvivenza, la poesia.

Ma pensare sia a Platone, sia al mio paese mi obbliga a chiedermi, in questo momento di prodigiosa collocazione della poesia sotto i riflettori, quale è ancora, quale può essere ancora, il legame tra il poeta e gli altri, tra poesia e società, quale è il senso della poesia in questo nostro mondo secolarizzato, tecnicizzato, informatizzato, mondializzato. L’immenso onore che la Fondazione Principessa delle Asturie mi fa premiandomi per la poesia, può essere considerato forse una prova dell’importanza del capitale di speranza che la poesia ancora rappresenta in questo mondo? Più esattamente, può forse “quella cosa fragile, alata e sacra”, come Platone definiva la poesia, fermare il nostro ruzzolare verso il niente?

In realtà, la domanda che mi pongo, non per la prima volta, è “Può la poesia salvare il mondo?”, mentre la mia risposta, timida ma affermativa, è sostenuta da straordinari accadimenti.

Per quanto possa sembrare incredibile, nei decenni ’50 e ’60 del secolo scorso, nelle prigioni comuniste della Romania ha avuto luogo una autentica resistenza attraverso la poesia. Il Primo Memoriale delle Vittime del Comunismo che sia stato creato al mondo, ha una sala con le pareti e il soffitto interamente ricoperti di poemi nati in detenzione. In mancanza di carta e matita, proibite, ogni poema, per manifestarsi, aveva bisogno di tre persone: chi lo pensava, chi lo memorizzava e chi lo trasmetteva con l’alfabeto Morse; eppure in queste condizioni, migliaia di poemi sono stati composti e sono riusciti a passare di cella in cella e di prigione in prigione. Tutti i memoriali dei detenuti politici descrivono, come un rituale sacro, il momento in cui si trasmettevano i nuovi poemi, quando qualche prigioniero veniva spostato da una prigione all’altra. Mentre successivamente, dopo l’apertura delle prigioni, il primo pensiero di quanti che erano stati posti in libertà, è stato quello di trascrivere ciò che avevano imparato a memoria, senza nomi di poeti o con nomi di autori solo ipotizzati spesso in modo errato, in una autentica sinfonia della resistenza spirituale, della traformazione del mistero della poesia in arma di difesa dalla follia. Ecco una prova che, in condizioni estreme quando sentivano che la loro stessa essenza umana veniva messa a rischio, gli esseri umani hanno fatto ricorso alla poesia quale mezzo per salvarsi. Allorquando nella poesia si nascondevano le ultime molecole di libertà, soffocate dalla repressione, quella gente le cercava, le trovava e le respirava per sopravvivere. Perché la poesia non parla della realtà, ma è in grado di costruire un’altra realtà in cui ci si può salvare. In strano modo, etimologicamente nel greco antico il nome della poesia deriva dal verbo poiein che significa costruire.

Ma quello che ieri ci ha potuto salvare dalla paura, dall’odio e dalla follia, non può salvarci oggi dalla solitudine, dall’indifferenza, dal vuoto rimasto al posto della fede, dall’eccesso di materialismo e consumismo, dal difetto di spiritualità? André Malraux, autore della Condizione umana, diceva che “Il secolo XXI sarà religioso o non ci sarà affatto”. Ma se siamo dunque troppo stanchi e senza fervore per la religiosità, non potremmo forse salvarci mettendo nel posto rimasto vuoto la poesia?

Perché adesso, quando entro brevissimo tempo le intelligenze artificiali saranno superiori all’uomo, dovremo cercare di sovrastarle grazie a tutto quello che loro non capiscono. Perché loro potranno fare versi, rime, ritmi, giambi, trochei, dattili, sonetti, rondò, epopee, ma non capiranno mai la sofferenza e la caparbietà di voler esprimere l’inesprimibile che si nasconde sotto tutte queste vesti, il mistero che non può essere né definito, né debellato.

È evidente che Theodor Adorno non sapeva cosa è la poesia quando scriveva che “dopo Auschwitz scrivere poesia è una barbarie”, dal momento che non capiva come la sofferenza non precluda la poesia, ma la potenzi, le dia splendore e senso. Un senso di cui la libertà è solo una piccola parte.

Alla fine dell’Impero romano, che sembrava essere addirittura la fine del mondo, il cristianesimo ha portato la buona novella, il Vangelo dell’amore per il prossimo che, a dispetto dell’intera storia, è riuscito a restare in equilibrio per più di mille anni, fin quando, nel Novecento, l’odio (di classe o di razza, tra uomini e donne, tra figli e genitori) ha assunto il predominio. La poesia è l’espressione dilacerante di questo squilibrio esistenziale.

Sono felice di poter testimoniare, davanti a una sala piena di spagnoli, l’importanza che ha avuto nella mia formazione intellettuale e spirituale l’esclamazione di Miguel de Unamuno «¡Me duele España!», «Mi fa male la Spagna!». Ho utilizzato la sofferenza del filosofo spagnolo per la lacerazione del suo paese come un punto d’appoggio nell’universo odierno, in cui le nazioni decrescono davanti alle ideologie; come un’ancora nelle profondità del tempo sulla cui superficie mi colpiscono i flutti sempre ripensati della post-modernità, a cui resisto perché mi fa male la Spagna, mi fa male la Romania, mi fa male il mondo.

Grazie al grido di Unamuno, scoperto nell’adolescenza e mai dimenticato, grazie ai dieci volumi tradotti in spagnolo, diffusi nell’immenso spazio ispanico e grazie all’onore di questa sera, dovuto all’Università di Salamanca, resto legata per sempre alla Spagna e in questa sera che gode di una eco privilegiata, sono felice di poter esprimere la mia riconoscenza non solo per il premio che mi emoziona e commuove, ma per l’occasione che mi accorda di dire e di far sentire queste parole.

Il Premio Principessa delle Asturie è diverso da ogni altro premio offerto alla poesia perché nella sua definizione si uniscono il mistero della poesia e il mistero della regalità, tanto stranamente imparentati fra loro per il fatto che gli uomini, senza capire e senza sapere a cosa servono, sentono che sarebbero meno belli e meno buoni senza di loro.

Vi ringrazio.

(Traduzione di Luisa Valmarin)

 

 

 

L'autore

Ana Blandiana
Ana Blandiana (pseudonimo di Otilia Valeria Rusan, nata Coman) è originaria di Timisoara. Poetessa e attiva sostenitrice dei diritti civili in Romania sia durante il regime comunista, che successivamente. Tra le molte iniziative di cui è stata promotrice, nel 1990 ha rifondato il PEN Club romeno, ha dato vita al movimento “Alleanza Civica” e ha creato, insieme al marito giornalista e scrittore Romulus Rusan, il “Memoriale delle vittime del Comunismo e della Resistenza” collocato nell-ex carcere di Sighet. È fondatrice e presidente dell'Accademia Civica, membro corrispondente dell'Accademia Romena, membro dell’Accademia Europea di Poesia, dell’Accademia di poesia “Stéphane Mallarmé” e dell’Accademia Mondiale della Poesia (Unesco). Tra i numerosi premi e onorificenze di cui è stata insignita, ricordiamo qui il Premio di poesia dell'Unione degli scrittori romeni, 1969; Premio Internazionale "Gottfried von Herder", Vienna, 1982; Premio Nazionale di Poesia, 1997; Premio “Opera Omnia”, 2001; Premio Internazionale “Vilenica”, 2002. In Italia si è aggiudicata il Premio Acerbi, il Premio Fondazione Terzo Pilastro - Ritratti di Poesia e il Premio Camaiore.

Ana Blandiana è il primo scrittore romeno vincitore del Premio Princesa de Asturias de las Letras 2024 - uno dei riconoscimenti culturali più prestigiosi al mondo - che le è stato assegnato ad ottobre scorso, durante una cerimonia presieduta dalla Famiglia Reale di Spagna al Teatro Campoamor di Oviedo.

In italiano si hanno cinque volumi di poesia e sette apparizioni in antologie in versi, oltre a quattro volumi di prosa: Un tempo gli alberi avveno occhi (Roma, Donzelli Editore, 2004, trad. Biancamaria Frabotta e Bruno Mazzoni), Progetti per il passato e altri racconti (Milano, Anfora, 2008, trad. Marco Cugno), Il mondo sillaba per sillaba (Edizioni Saecula, 2012, trad. Mauro Barindi), La mia patria A4 (Roma, Aracne, 2015, trad. Mauro Barindi), L' orologio senza ore (Roma, Elliot Editore, 2018, trad. Bruno Mazzoni), Applausi nel cassetto (Roma, Elliot Edizioni, 2021, trad. Luisa Valmarin), Falso trattato di manipolazione (Roma, Elliot Edizioni, 2023, trad. Mauro Barindi) e Variazioni su un tema dato (Roma, Donzelli Editore, 2023, trad. Bruno Mazzoni)
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