La moda non è mai stata un semplice fenomeno estetico o un capriccio del gusto: è una manifestazione profonda delle strutture sociali, economiche e politiche di un’epoca. Ogni periodo storico ha i suoi codici estetici, e tra il XVII e il XVIII secolo la parrucca divenne un simbolo distintivo della gerarchia sociale e del potere politico. Il suo utilizzo non si limitava a una funzione pratica o ornamentale, ma serviva a stabilire distinzioni tra classi, a rafforzare la legittimità dell’aristocrazia e a definire il ruolo degli individui all’interno della società.
Come osserva Georg Simmel nel suo celebre saggio sulla moda, questa è il risultato di una tensione tra due esigenze opposte ma complementari: il bisogno di appartenenza e il desiderio di distinzione. Da un lato, gli individui adottano le mode per sentirsi parte di un gruppo; dall’altro, cercano di differenziarsi dagli altri attraverso dettagli che segnalano status e individualità. La parrucca incarna perfettamente tale dinamica: nata come esigenza pratica, divenne presto un segno distintivo dell’élite e successivamente un mezzo per la borghesia con cui avvicinarsi ai modelli aristocratici e distanziarsi dal popolo minuto.
L’abbigliamento e gli accessori hanno sempre giocato un ruolo determinante nella costruzione delle gerarchie sociali. Con Pierre Bourdieu, potremmo dire che i simboli estetici, come il modo di vestire e di acconciarsi, servano a marcare confini tra le classi sociali e a consolidare posizioni di potere. Nel caso della parrucca, questa funzione di distinzione era ancora più evidente: il suo costo elevato, la complessità della sua realizzazione e la necessità di una manutenzione continua la rendevano un lusso riservato alle classi più alte.
Ma perché la parrucca divenne così importante tra XVII e XVIII secolo? Le sue origini risalgono a un’esigenza pratica: coprire la calvizie, proteggersi dai pidocchi e mascherare gli effetti di malattie come la sifilide, molto diffusa tra la disinibita classe aristocratica. Tuttavia, con il tempo, la sua funzione mutò profondamente. Luigi XIV fu il primo a rendere la parrucca un elemento imprescindibile del guardaroba aristocratico. Celebre il ritratto che del sovrano fece Rigaud, in cui questi appare in tutta la sua maestà con il viso contornato da una cascata di posticci riccioli corvini, che costituivano la tipica «Perruque à la Louis XIV» (o «à la française»).
Nel XVIII secolo, con l’affermarsi dello stile Rococò, le parrucche si evolsero ancora. Le forme divennero più leggere e morbide, con acconciature elaborate che richiedevano ore di preparazione. Le donne, in particolare, adottarono parrucche altissime, arricchite con piume, fiori e ogni sorta di oggetti: perfino modellini di navi, come nella celebre «coiffure à la Belle Poule» indossata dalla regina Maria Antonietta. Anche in questo caso, tuttavia, l’uso della parrucca, nella sua apparente frivolezza, non era solo una questione di estetica o di lusso: era anche giocoforza un potente strumento di distinzione, controllo e disparità sociale.
Michel Foucault, nel suo Sorvegliare e punire (1975), descrive come le società impongano regole e codici comportamentali per mantenere l’ordine e rafforzare le gerarchie di potere. La moda della parrucca può sicuramente essere letta in questa prospettiva. Non solo serviva a marcare la distanza dai ceti più bassi, ma fungeva da discrimine all’interno dello stesso ceto aristocratico: chi non si fosse conformato a questo e ad altri consimili standard estetici rischiava infatti di essere escluso dai circoli sociali più influenti.
Questa ossessione per l’apparenza non si limitava alla nobiltà. Anche la borghesia, nel tentativo di imitare l’aristocrazia, adottò l’uso della parrucca. Tuttavia, mentre le parrucche nobiliari erano eccessive e stravaganti, quelle della borghesia apparivano più sobrie e funzionali, segno di una élite emergente che cercava di affermarsi senza cadere negli eccessi del ceto che pure invidiava, ma da cui si sentiva oppressa e svilita.
Il destino della parrucca cambiò radicalmente con il diffondersi delle idee dell’Illuminismo e, soprattutto, con la Rivoluzione Francese. Le nuove idee di uguaglianza e razionalità misero in discussione il sistema di privilegi dell’aristocrazia, e anche la moda ne risentì profondamente. A partire dagli anni ’80 del XVIII secolo, l’uso della parrucca iniziò a scemare. Gli uomini adottarono acconciature più naturali, mentre le donne abbandonarono le elaborate parrucche rococò a favore di stili più semplici, ispirati all’antichità classica. Il simbolismo della parrucca come segno di potere aristocratico era ormai troppo ingombrante: rappresentava un mondo destinato a scomparire. La parrucca finì per essere associata all’ancien régime, alla corruzione e all’oppressione esercitata dalla nobiltà.
Lo studio della parrucca tra XVII e XVIII secolo permette di comprendere quanto la moda non sia mai stata un fenomeno superficiale, quanto piuttosto un riflesso delle strutture di potere e delle dinamiche sociali. Da simbolo di potere assoluto a emblema di decadenza aristocratica, la parrucca attraversò un periodo di grande trasformazione, sino a scomparire quasi del tutto con il rapido avanzare del tempo e degli eventi. Il suo destino ci insegna come i codici estetici e culturali siano strettamente legati ai mutamenti della società e come ciò che un tempo era considerato un segno di prestigio possa diventare, nel giro di pochi decenni, un simbolo di obsolescenza.
Anche oggi, in forme diverse, la moda continua a dialogare con le strutture di potere e i mutamenti sociali. La cosiddetta «austerity fashion» o i cosiddetti «recession signs», ad esempio, che emergono nelle collezioni di moda contemporanee, in tempi di crisi economica – tagli minimalisti, colori neutri, linee sobrie – sono l’equivalente attuale di un codice simbolico che interpreta le tensioni del presente. Allo stesso modo, abiti e accessori sono stati – e sono ancora – strumenti di protesta ed emancipazione, dalla minigonna negli anni ’60 ai «hijab fashion», rivendicati oggi dalle donne in contesto islamico quale forma di compromesso tra le rigide norme religiose e tendenze e gusti più personali e attuali.
Questo mostra come ogni epoca elegga i propri simboli, e come essi, una volta svuotati del loro significato originario, possano trasformarsi in reliquie, in orpelli farraginosi e servire il destro a nuove forme di resistenza. Perché la moda, come il potere, è un linguaggio in perenne riscrittura.
In definitiva, parabola della parrucca rappresenta uno degli esempi più eclatanti del legame sussistente tra abbigliamento e strutture politiche, sociali e culturali di un’epoca, fungendo da tratto distintivo di un periodo segnato da profondi mutamenti: accompagna l’affermazione della monarchia assoluta e del Barocco, l’ascesa della borghesia e il fiorire della cultura Rococò, per divenire col tempo il simbolo, in negativo, di una società destinata a essere travolta dalla tempesta rivoluzionaria.
Dalla corte di Luigi XIV ai salotti dei philosophes, dalle solenni tele di Rigaud alle lievi di Fragonard, dalla grande rappresentazione collettiva del potere del Carrousel Royal ai galanti balli in maschera, essa incarnò tra XVII e XVIII secolo l’essenza stessa della società d’ancien régime. Ma ogni moda, come sottolineava Simmel, porta in sé il germe della sua caducità. E, in un passo del Galateo (1558), Della Casa afferma: «noi non abbiamo potere di mutar le usanze a nostro senno, ma il tempo le crea, e consumale altresì il tempo.
Quella che una volta era stata una prerogativa dell’élite sarebbe divenuta ben presto un orpello inutile e anacronistico: la Rivoluzione avrebbe spazzato via non solo il sistema monarchico, ma anche i suoi segni distintivi, tra cui la parrucca, decretandone la fine. «È impossibile portare la fiaccola della verità tra la folla senza bruciacchiare qua e là una barba o una parrucca.» avrebbe affermato uno spirito acuto quanto corrosivo – tipicamente settecentesco – come Lichtenberg.
Tuttavia l’abbandono della parrucca non fu così repentino come si potrebbe credere, basti pensare che in pieno fermento rivoluzionario c’erano sostenitori delle convinzioni repubblicane i quali piuttosto che abbandonare l’uso della parrucca escogitarono acconciature ad hoc come la “parrucca alla Bastiglia” e “alla Nation”. E nel 1791 fu la stessa regina Maria Antonietta ad appuntarsi la coccarda tricolore simbolo della Rivoluzione tra i rivoli della sua sontuosa parrucca. Inoltre, i capelli dei ghigliottinati furono spesso acquistati per essere usati come “parrucche patriottiche”.
Tuttavia, un aspetto significativo in termini di cambiamento è da considerarsi la nascita della «mode républicaine», ovvero la moda sviluppatasi durante e dopo la Rivoluzione, che prevedeva abiti semplici, pratici e soprattutto senza decorazioni superflue. Su questa linea di pensiero, nel giro di qualche anno, l’uso della parrucca verrà a farsi sempre più rado. I capelli naturali saranno preferiti alla parrucca, che viene associata al secolo passato. Gli uomini iniziano a tagliarsi i capelli e a portarli corti, come segno di radicale rottura con il vecchio regime. La famosa capigliatura “à la Titus”, che fa la sua comparsa intorno al 1790, simboleggia il ritorno a un’estetica più naturale e sobria, che si allontana nettamente dal lusso barocco delle parrucche.
Questa nuova moda, che predilige il capello corto e naturale, trova la sua consacrazione definitiva durante l’epoca napoleonica. Lo stesso Napoleone Bonaparte adotterà uno stile sobrio e militare, incarnando l’ideale di un nuovo ordine sociale fondato sul merito e sull’efficienza, in contrapposizione agli eccessi dell’ancien régime.
L'autore
- Giovanni Balducci è saggista, traduttore e curatore editoriale. Laureato in Giurisprudenza con una tesi in sociologia del diritto, ha pubblicato La vita quotidiana come gioco di ruolo (Mimesis, 2021), adottato in ambito universitario e presente in importanti biblioteche internazionali (Harvard, Yale, BnF). Ha curato, tra gli altri, i seguenti volumi: É. Durkheim, La sociologia e il suo dominio scientifico (con Franco Ferrarotti, Mimesis, 2025), J.G. Frazer, Il sacrificio dei re kazari (Aragno, 2024), J. Collin de Plancy, Storia dei vampiri (Luni, 2023), F. Cumont, Il Taurobolio (Aragno, 2023), un’edizione degli scritti giovanili di Napoleone Bonaparte (Luni, 2023) e Il segreto e le società segrete di Georg Simmel (con Mauro Cascio e Antonio De Simone, Aragno, 2024). Con Giuseppe Balducci ha scoperto un inedito di Marcel Proust contenente un raro riferimento all’Impresa di Fiume. Le sue opere riflettono un interesse costante per i temi sociopolitici, l’eredità culturale europea e le trasformazioni ideologiche contemporanee.

