Scrivere di calcio è difficile, non per niente pochissimi scrittori si sono cimentati col genere: da Il rigore più lungo del mondo di Osvaldo Soriano a Febbre a 90’ di Nick Hornby ai ritratti poetici (difficilissimi) di Fernando Acitelli in La solitudine dell’ala destra il calcio, in una sua forma metaforizzata, sublimata, tifata, talvolta persino metafisicizzata si fa a un tempo protagonista assoluto ma anche pretesto per la narrazione di altro, intrecci di vite, di visioni del mondo, di narrazioni personali e collettive che travalicano il mondo del calcio.
D’altro canto, soprattutto negli ultimi anni, con la grande diffusione delle web serie e dei podcast anche la narrazione del calcio non filtrata né attraverso gli occhiali della cronaca né, per converso, attraverso la lente della letteratura sembra essere diventata a sua volta un genere ben determinato caratterizzato da ben precisi tópoi e da una certa tradizionalità discorsiva. Non possono, insomma, mancare l’esaltazione del “piccolo” degli anni Settanta-Ottanta (e poco importa che in quel piccolo finisca per essere ricompresa anche la Juventus di Gianni Agnelli, che esattamente piccola non era) contrapposta alla grandezza delle squadre moderne; la presenza di allenatori, presidenti e procuratori spesso arruffoni, impreparati, folcloristici, con scarsa confidenza con l’italiano ma comunque sempre appassionati; il rimpianto per un calcio fondato su un rapporto diverso tra tifosi e squadra (un rapporto viscerale che talvolta viene individuato ancora oggi, ma limitatamente al calcio anglosassone); il richiamo costante a due categorie quasi ontologiche: quella del “campione” da un lato (con una periferia semantica del termine invero abbastanza slabbrata: nessuno che abbia effettivamente visto una partita degli anni Ottanta avrebbe definito tali allora per esempio Claudio Garella – «Il portiere più forte del mondo. Senza mani, però», come lo definì icasticamente Gianni Agnelli – o Gabriele Oriali, ormai beatificato nel pantheon dei calciatori più forti di sempre grazie a Una vita da mediano di Luciano Ligabue), dall’altra quella delle “meteore”, ossia quei nomi quasi mitici di favolosi calciatori di provincia, come quello del sammarinese Marco Macina, indicato da Roberto Mancini come il calciatore più forte della sua generazione, per cui ancora oggi nella narrazione in rete si sprecano paragoni con Messi o Maradona.
In fondo, a ben vedere, tra campioni e meteore le scelte narratologiche non sono poi così divergenti come appare in prima battuta: da un lato, semplicemente, c’è il campione in atto, dall’alto il campione in potenza, quello a cui la storia (o il dio del calcio) ha negato di entrare nel primo gruppo.
C’è in realtà una terza categoria, presentissima e vivissima in queste narrazioni, quella dei cosiddetti bidoni: basti pensare ancora oggi alla notorietà di un Luís Sílvio Danuello («il primo grande bidone dell’era moderna», come lo definisce un video su YouTube), che giocò sei partite (sei: gol segnati zero) nella Pistoiese del 1980-1981 e che leggenda vuole debba la sua sfortuna a un banale equivoco linguistico: interrogato sul suo ruolo in campo, egli rispose di essere ponta (ossia ‘ala’ in portoghese) ma il dirigente della Pistoiese che lo aveva ingaggiato lo interpretò come punta. Di là dalla veridicità o no dell’improbabile scena, questa attenzione per il passato sottolinea la sostanziale assenza di personaggi nel mondo del calcio moderno; un’assenza ancor più visibile nel momento in cui si esce dal rettangolo di gioco: calciatori come Platini, come Baggio, come Chinaglia, per tacere di un Maradona, portavano con loro la loro filosofia di gioco o – almeno – la loro visione tattica: ma Maradona, come Baggio, come Chinaglia, come Platini, era Maradona (o Baggio o Chinaglia o Platini) anche fuori dal campo.
Si tratta – tra l’altro – di una dinamica che non riguarda in realtà solo il calcio ma anche altri sport, come per esempio la Formula1, per cui le piattaforme pullulano di video e gruppi che ricordano squadre come la Andrea Moda, la Coloni, la Fondmetal. Squadre che rarissimamente arrivavano a qualificarsi per la corsa della domenica ma vedevano le loro possibilità infrangersi sullo scoglio delle prequalifiche (quindi già al venerdì) e che pure avevano e avevano avuto, in quegli anni, un ruolo fondamentale: quello di avvicinare lo sportivo “comune”, l’appassionato al mondo delle corse automobilistiche, al mondo del calcio.
In un Paese in cui ancora oggi a Sud di Roma si fatica a trovare un campo da calcio in erba, si può ben capire come il calcio patinato delle grandi squadre di club sia qualcosa di immancabilmente lontano. Quegli anni, invece, rendevano in parte il calcio meravigliosamente vicino: promozioni rocambolesche, salvezze dure (retrocedevano tre squadre su sedici, e il livello tecnico della Serie A dell’epoca era infinitamente più alto di quello odierno). Il calcio degli anni Settanta parla, insomma, di calciatori e di squadre che, per quanto certamente non ricche di gloria e di vittorie, ci raccontano di un mondo dello sport molto diverso da quello attuale e molto più vicino a un’idea quasi casareccia e artigianale: basti pensare a presidenti vulcanici come Romeo Anconetani, Luciano Gaucci o Costantino Rozzi; ma in generale anche a presidenti identificati comunque come parte integrante di una squadra e non come mera “proprietà” (Gianni Agnelli, Silvio Berlusconi, Massimo Moratti, Franco Sensi), che pure hanno rappresentato una sorta di ponte tra quel calcio e questo. Il racconto di quello sport, di quel calcio, dunque funziona molto bene, non tanto per la mera laudatio temporis acti che ne emerge, quanto perché quelle storie – siano esse di calciatori, di presidenti, di squadre – consentono di dispiegare sullo sfondo effettivamente l’epoca tra gli anni Settanta e Ottanta, parlando soprattutto di altro: di vite, di incontri, di gioventù, di momenti di calcio. Soprattutto, però, quegli anni consentono di rimettere al centro dello sport gli atleti e le atlete: si trattava, in fondo, di decenni in cui lo sport non era un divertimento per ricchi (basti vedere invece quanto costi oggi una scuola calcio); in cui i legami e le liti tra giocatori, presidenti e allenatori erano dirette e non asetticamente mediate da un procuratore (basti ricordare gli esilaranti racconti di Cassano sulle sue liti con Sensi); in cui i giocatori si identificavano con una squadra (gli esempi non si contano: campioni come Antognoni, Bettega, Di Bartolomei, Bergomi, Maldini, ma spesso anche onesti operai del campo, come il secondo di una vita a difendere la porta del Napoli, Raffaele di Fusco): l’unico caso moderno, quello di Totti, resta più unico che raro.
Questa riscoperta narrativa del calcio, inoltre, è un aspetto importante in un momento in cui anche gli studi storici (e non solo quelli sociologici) stanno valutando con un occhio diverso il rapporto tra il calcio (e in particolare l’uso del calcio fatto dalla politica) e la Storia. Era già ben noto quale fosse stato l’uso, per esempio, dei mondiali di calcio fatto dalle dittature sia in occasione dei mondiali del 1938 in Italia, del 1978 in Argentina. Allo stesso modo è evidente che molte partite abbiano avuto un’importanza che ha travalicato il valore sportivo: sicuramente Argentina-Inghilterra ai mondiali del 1986, la partita della mano de Dios e del barrilete cósmico oppure Germania Est-Germania Ovest del 1974, con il gol di Sparwasser che diede la vittoria agli Ossis.
Tuttavia, spesso anche partire apparentemente meno “importanti”, meno apparentemente pregne di significati politici, sono state lette o utilizzate dalla politica. Recentemente, Alberto Guasco ha sottolineato l’importanza per la creazione dell’identità italiana sia dei mondiali messicani del 1970 (e in particolare dell’epica semifinale, Italia-Germania 4-3) sia dei mondiali spagnoli del 1982: soprattutto quest’ultimo fu una sorta di “uscita” per la Nazione dal decennio buio degli anni di piombo, fu il primo segno della rinascita, al pari della vittoria al Campionato Europeo di calcio del 2021, arrivata dopo il lungo periodo pandemico.
Non fa eccezione a questi classici schemi narrativi, a un tempo sociali e narrativi, almeno fino alle pagine finali, Rimpalli di Teodoro Lorenzo (Torino, Voglino, 2023). Nel libro i momenti di racconto di partite affrontate (nelle giovanili della Juventus e poi in squadre minori del Piemonte, Ivrea e Alessandria) si affiancano a digressioni storiche, talvolta forse supererogatorie (come l’ampia digressione dal tono quasi agiografico delle imprese garibaldine durante la spedizione dei Mille), a considerazioni su calciatori (Maradona, Tardelli, Anastasi) e sul calcio che rappresentano invece le parti migliori del volume.
Il suo è un viaggio nel calcio italiano degli anni Settanta e Ottanta, quando la Serie A (e di conseguenza anche le Serie cosiddette minori) rappresentavano un campionato competitivo, tecnico, con il calciatore più forte di sempre (Diego Armando Maradona), con calciatori fortissimi (Marco Tardelli, Dino Zoff) ma soprattutto con una qualità media dei componenti delle squadre di spessore assoluto: si pensi al Napoli del primo scudetto, in cui giocavano calciatori come Bruscolotti o Renica o al Milan dell’anno successivo, in cui uno dei pilastri dell’attacco era Virdis (nessuno di questi giocatori fu mai convocato in Nazionale).
È interessante, tuttavia, che il libro si chiuda proprio con una riflessione sul calcio, sulla decadenza del calcio. Soprattutto nell’ultimo decennio, con le due mancate qualificazioni al mondiale, si sono succedute varie analisi sulle ragioni del tracollo del calcio italiano. Lorenzo identifica il momento decisivo della svolta con l’arrivo di Sacchi sulla panchina del Milan. I dogmi sacchiani (centralità dell’allenatore; maggior rilevanza del collettivo rispetto all’individuale; sempre maggior attenzione data alla tattica) hanno portato progressivamente a un gioco che procede sempre più per linee orizzontali (anche se poi chi cambia le partite è sempre chi salta l’uomo), a un’esasperata tattica del fuorigioco (resa ancor più demenziale dalle chiamate elettroniche fatte dal VAR), a una sempre minore attitudine alla tecnica rispetto invece alla fisicità.
Oggi, insomma, un calciatore di 160 cm per 70 kg non sarebbe un aquilone, ma forse un panchinaro fisso nella serie D.
L'autore
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Giulio Vaccaro, romano e romanista, è un ciclista amante delle salite lunghe. Insegna Storia della lingua italiana all’Università di Perugia, dopo aver lavorato all’Opera del Vocabolario Italiano e all’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea.
Dal 2009 al 2016 ha diretto il progetto DiVo – Dizionario dei Volgarizzamenti (di cui ha coordinato l’attività dell’unità della Scuola Normale Superiore di Pisa, all’interno di un progetto FIRB – Futuro in Ricerca 2010); dal 2014 al 2016 ha diretto il progetto bilaterale Manoscritti italiani in Polonia: ricerca, catalogazione, studio / Włoskie rękopisy w Polsce: poszukiwanie, inwentarz i badanie e ha coordinato il Laboratorio Volgarizzamenti: storia, testi, lessico presso il Centro di Elaborazione Informatica di Testi e Immagini nella Tradizione Letteraria della Scuola Normale Superiore. Nel 2018 è stato research fellow presso il Deutsches historisches Institut in Rom. Ha collaborato alla GSR-Grammatica Storica del Romanesco, finanziata dal Fondo Nazionale Svizzero e coordina un’unità del progetto CorTIM. Corpus Testuale dell’Italia Mediana. Si occupa di volgarizzamenti di classici latini e mediolatini negli antichi volgari italiani (Albertano da Brescia, Seneca, Vegezio), di studio materiale dei manoscritti ai fini della storia della tradizione dei testi, di testi genealogici tra Due e Cinquecento, di contatti tra Italia e Spagna nel Medioevo e di autori dialettali romaneschi (Sindici, Tacconi, Zanazzo).
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