«Non credo che le introduzioni, inevitabilmente generali e generiche, siano granché utili, e tantomeno che siano piacevoli. Mi limito dunque a dire che questo lavoro ha per oggetto il tradurre dantesco, vale a dire che si propone di analizzare e circumnavigare tutti quei luoghi delle opere di Dante nei quali, o perché esplicitamente citati, o perché rivelati, in filigrana, dalla verbalità stessa del testo, si colgono delle presenze di autori latini, francesi o provenzali, non solo quali “fonti”, ché tanto varrebbe prendere in considerazione tutto Dante dalla prima parola all’ultima, ma proprio quali testi-base tradotti, magari ad litteram. Ecco perché il titolo che emblematizza il molteplice di queste ricezioni è Dante Alighieri traduttore».
Se si dovesse parlare di Massimiliano Chiamenti attraverso Massimiliano Chiamenti, l’inizio dell’introduzione al suo Dante Alighieri traduttore (Firenze, Le Lettere, 1995) sarebbe il passo perfetto: poco spazio alla retorica, poco spazio ai fronzoli accademici e subito, immediato, il dato di fatto, con una locuzione assai cara anche al suo maestro, Domenico De Robertis. Fortemente “chiamentiani” sono persino i titoli dei singoli capitoli: Due lingue marginali; Trasferimenti; Uno-a-uno; Alta fedeltà; Modulazioni; Libertà; Autotraduzioni; Fidandomi di me. Segno, in un autore all’epoca poco più che ventisettenne, di una forte personalità, della certezza nei propri mezzi e nella propria sensibilità filologica e letteraria.
A distanza di oltre un trentennio dalla sua uscita Dante Alighieri traduttore continua a rimanere uno dei libri più brillanti e intelligenti sulla figura di Dante in generale, e l’unico che davvero contribuisca in modo decisivo a capire il ruolo esercitato da Dante anche sulla successiva lingua della traduzione: a illuminarci, in fondo, su perché «conosco i segni dell’antica fiamma» sia usato ancora da Luca Canali nella traduzione dell’Eneide senza alcun anacronismo. Un libro che rimane oggi, a distanza di anni, davvero sorprendente: era la tesi di laurea di Massimiliano, discussa nel 1993 con due grandi maestri della scuola fiorentina, De Robertis e Leonella Coglievina.
Mi fece conoscere per primo questo libro uno dei dantisti più acuti e brillanti della nostra epoca, Domenico De Martino. Poco tempo dopo conobbi anche l’autore, frequentando le stanze dell’Opera del Vocabolario Italiano: Massimiliano collaborava all’epoca alla redazione del Tesoro della Lingua Italiana delle Origini, in un’epoca in cui – grazie a una forma contrattuale poi osteggiata e malvista, il “Contratto di collaborazione” – lavoravano all’opera studiosi che poi hanno contribuito stabilmente a rendere l’OVI una delle principali realtà della lessicografia europea (come Zeno Verlato) o che hanno scritto pagine importanti nelle rispettive discipline (qui l’elenco sarebbe lunghissimo, ma basti pensare a Ilde Consales, Emiliano Picchiorri, Fabio Romanini…). Tra di loro, tra di noi, c’era anche Massimiliano (Massi, come si presentava lui), che aveva appena pubblicato il Comentum di Pietro Alighieri (Tempe, Arizona Center for Medieval and Renaissance Studies, 2003) e stava consegnando la sua edizione di Colin Muset (Roma, Carocci, 2005).
Era, però, un uomo in un momento di passaggio: «sono cose fatte nella mia vita precedente, quando facevo il filologo romanzo», mi disse una volta mentre parlavamo per i corridoi dell’Accademia della Crusca. Dopo essere stato uno dei protagonisti della new wave fiorentina negli anni Novanta, dopo aver rappresentato una delle voci poetiche più nuove del panorama italiano (si racconta che Patti Smith conoscesse i suoi testi a memoria), Massimiliano aveva vissuto alla morte del padre un forte travaglio personale, che lo aveva condotto a esasperare il lato istrionico del suo carattere. Come studioso era tiepidamente considerato. Era anzi, più che altro, sopportato per la forza del nome del suo maestro: era questo per lui un peso che si portava dentro, un cruccio. La grande crisi del Consiglio Nazionale delle Ricerche nel periodo successivo tagliò non solo il suo contratto, ma recise anche l’ultimo legame che aveva con un mondo che amava ma che lo respingeva. Rimase per un po’ a insegnare in alcune università americane a Firenze e poi, di fatto, sparì alla nostra vista.
Alla sua sottovalutazione nell’ambito degli studi (e degli studi danteschi in particolare) credo abbiano contribuito in maniera decisiva le scelte di vita: scelte che Massimiliano aveva sempre ostentato e portato avanti con orgoglio e coerenza, anche nel dolore e nella malattia, fino alla morte, all’inizio di settembre 2011 (il corpo fu ritrovato il 3 settembre). La madre portò via la salma e la fece tumulare in forma strettamente privata, e non rimase agli amici fiorentini, una veramente picciola compagnia, che un piccolo ritrovo a Trespiano in suo ricordo.
Vi fu qualche commemorazione tra i poeti, anche negli anni seguenti. Mai un ricordo negli studi. Anche le citazioni dei suoi lavori sono rare, e in qualche modo ghettizzate in nota in mezzo a bibliografie ben più ampie, in cui in fondo quei lavori non si possono proprio non citare.
La competenza e la sensibilità di Massimiliano per l’italiano antico erano invece assolute: a tacere delle sue pubblicazioni dantesche (che non meritano affatto l’oblio in cui sono precipitate), basti a provarlo il testo dei Cocci del poeta romanesco del Trecento Lorenzo Chiera pubblicate nel 1997. Nel 1996 Lawrence Ferlinghetti, in collaborazione con Antonio Bertoli, apre a Firenze una succursale della storica libreria e casa editrice City Lights di San Francisco. Parte con un catalogo iniziale in cui figurano Le pietre della follia di Ferdinando Arrabal, Antipatici antipodi di Claudio Lolli, Paradiso di Roberto Roversi, la ristampa anastatica della Révolution Surréaliste, Schedule, proprio di Massimiliano, e il misterioso Cocci di questo ignoto rimatore romanesco.
«Lorenzo Chiera (1348-1400) nato al Testaccio, antico lembo di Roma famoso per il suo monte dei cocci, periferia paludosa della città imperiale […], certamente frequentava il quartiere attorno alla piramide di Caio Cestio adiacente la mura Aureliane vicino porta S. Paolo e via Marmorata, piazza dell’Emporio e il ponte Sublicio. Quasi niente può essere scoperto su di lui. Dev’essere stato per lo meno letterato, un copista, forse uno stalliere, un ladruncolo, o un oste». Nulla si sa di Lorenzo Chiera perché Lorenzo Chiera, poeta romanesco del Trecento, non è mai esistito: di là dal dichiarato gioco sul cognome Chiera ‘chi era?’ o alla radice corrispondente allo spagnolo ‘desiderio’ esplicitate già nell’introduzione al libretto, è evidente l’incrocio nel nome Lawrence/Lorenzo (Ferlinghetti tradusse la “raccolta” in inglese) e nella parte iniziale del cognome Chiera/Chiamenti.
Che i versi siano di Massimiliano non è dubitabile: sua la metrica corta e franta, sua l’assenza di maiuscole (tranne quella iniziale), sua l’assenza totale di interpunzione, suo il gioco filologico delle lacune nel testo. Ciò che sorprende, però, è la capacità mimetica nel riprodurre il romanesco antico di un testo specifico, la Cronica dell’Anonimo romano, di cui Massimiliano riprende lessemi specifici (come abafare ‘stupire’, che non conosce altre attestazioni in romanesco), forme bandiera (sio ‘suo’), forme verbali tipiche come vaco ‘vanno’, fenomeni ben radicati come i plurali collettivi in –ora (lùcora ‘luci’) o il betacismo (balle ‘valle’) o l’assimilazione del gruppo ND in nn (contennere ‘contendere’) e altri non altrimenti attestati, come la iotizzazione della l preconsonantica (aitro ‘altro’), vera bandiera del romanesco della Cronica.
A quindici anni da quando Massimiliano Chiamenti se n’è andato, nella solitudine di una Bologna estiva, è forse opportuno riequilibrare la visione di uno studioso che era attento e competente prima che fuori dal comune e fuori dall’ordinario; di un poeta che era innanzitutto un grande poeta oltre che un performer eccezionale; di un uomo che merita di essere visto nella sua timidezza e nella sua umanità e non nel suo eccesso.
Non so se Massi ne sarebbe contento. Smetto qui, però, per non rientrare in quella categoria per cui, citando una sua poesia (Dopo, in Freelove) dedicata proprio agli accademici che non lo curavano,
tutti avranno
una buona parola per me
e poi
torneranno
ai loro affari con la compagnia
fedele di una cattiva coscienza
finché anche per loro
non arriverà
il loro turno
di levarsi dai coglioni.
L'autore
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Giulio Vaccaro, romano e romanista, è un ciclista amante delle salite lunghe. Insegna Storia della lingua italiana all’Università di Perugia, dopo aver lavorato all’Opera del Vocabolario Italiano e all’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea.
Dal 2009 al 2016 ha diretto il progetto DiVo – Dizionario dei Volgarizzamenti (di cui ha coordinato l’attività dell’unità della Scuola Normale Superiore di Pisa, all’interno di un progetto FIRB – Futuro in Ricerca 2010); dal 2014 al 2016 ha diretto il progetto bilaterale Manoscritti italiani in Polonia: ricerca, catalogazione, studio / Włoskie rękopisy w Polsce: poszukiwanie, inwentarz i badanie e ha coordinato il Laboratorio Volgarizzamenti: storia, testi, lessico presso il Centro di Elaborazione Informatica di Testi e Immagini nella Tradizione Letteraria della Scuola Normale Superiore. Nel 2018 è stato research fellow presso il Deutsches historisches Institut in Rom. Ha collaborato alla GSR-Grammatica Storica del Romanesco, finanziata dal Fondo Nazionale Svizzero e coordina un’unità del progetto CorTIM. Corpus Testuale dell’Italia Mediana. Si occupa di volgarizzamenti di classici latini e mediolatini negli antichi volgari italiani (Albertano da Brescia, Seneca, Vegezio), di studio materiale dei manoscritti ai fini della storia della tradizione dei testi, di testi genealogici tra Due e Cinquecento, di contatti tra Italia e Spagna nel Medioevo e di autori dialettali romaneschi (Sindici, Tacconi, Zanazzo).
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