A Ios, su una collina con una splendida vista sul porto e su alcune suggestive isole del Mar Egeo, sorge un imponente Museo, inaugurato nel 2024 e dal mese di maggio del 2026 aperto al pubblico. Questo grande spazio espositivo, di circa 1600 metri quadrati, è dedicato a due protagonisti dell’arte greca del Novecento: al pittore e scultore Yannis Gaitis e a sua moglie, la scultrice Gabriella Simossi. Il progetto del complesso museale nasce dalla cura della figlia di questi artisti, l’architetta e museologa Loretta Gaitis, che, in collaborazione con l’architetto Jacque Cherrat, ha realizzato un ampio spazio per custodire l’eredità artistica dei suoi genitori.
All’esterno dell’edificio che ospita la mostra permanente di Yannis Gaitis, di colore bianco e in sintonia con il paesaggio cicladitico, si staglia un’originale installazione, con strane sculture dal profilo umano, stilizzate e geometriche, che accolgono il visitatore.
Che cosa raffigurano queste sagome tutte uguali e, soprattutto, quando sono nate e perché?
Per rispondere a queste domande occorre fare un breve excursus sul percorso artistico ed umano dell’autore di queste figure, onde coglierne appieno l’indole indipendente e anticonformista.
Yannis Gaitis nasce ad Atene nel 1923 e, manifestando fin da giovane una naturale predisposizione per l’arte, intraprende gli studi presso l’Accademia di Belle Arti della capitale greca, senza tuttavia essere un allievo modello, né per disciplina né per frequenza. Partecipa attivamente come partigiano alla seconda Guerra mondiale e alla successiva guerra civile greca, senza mai interrompere la sua produzione artistica. Anzi, espone le sue tele prima nella casa paterna e poi al circolo culturale Parnassos, dove provoca scandalo con i suoi dipinti ispirati al cubismo e al surrealismo.
Affascinato dalle moderne correnti figurative, infatti, comincia a sperimentare le possibilità espressive dell’astrattismo, del cubismo e del surrealismo, più in sintonia con la sua inclinazione artistica. In seguito al matrimonio con la scultrice Simossi, decide di trasferirsi a Parigi (1954) dove si confronta con le avanguardie internazionali che contribuiscono alla maturazione del suo linguaggio personale. Scrive agli amici: «In Grecia ero avanti di venti anni, qui sono dietro di vent’anni».
Intanto, mentre l’artista fa la spola tra Atene e Parigi, prendendo parte a diverse mostre collettive e personali, la Grecia è sconvolta da un drammatico evento politico: l’instaurazione della dittatura dei Colonnelli
(21 aprile 1967). Molti intellettuali, artisti e uomini di cultura comprendono che l’unico antidoto efficace di denuncia e di opposizione al regime dittatoriale e alla censura consiste nell’esprimere il dissenso attraverso il proprio lavoro, la propria arte. Èd è esattamente in questo ambito che si verifica una svolta inaspettata nella ricerca artistica di Gaitis. Nasce la figura stilizzata dell’“anthropaki”, del piccolo uomo, dell’“omino” che diventa il tratto più caratteristico della sua opera e un mezzo di ironia come pure di critica sociale. A partire dagli anni ’70 e fino alla morte (1984), che lo coglie ad Atene, dove era ritornato definitivamente nel 1974, gli “omini” ricorrono in dipinti, sculture, installazioni e oggetti, divenendo l’emblema della sua arte.

Detto questo, è giunto il momento di riprendere il filo del nostro discorso, lasciato in sospeso all’ingresso del suggestivo Museo cicladitico di Ios, laddove ci eravamo imbattuti per la prima volta proprio in alcune di queste enigmatiche sagome, di cui stiamo per svelare il significato.
Dal punto di vista dell’aspetto, questi “omini” vengono raffigurati da Gaitis allineati come soldatini ubbidienti, indossano di solito una specie di uniforme costituita di completi a righe o a quadri, cravatta nera e cappello in testa a bombetta, hanno facce inespressive e vuote, sono seriali e quasi sempre identici gli uni con gli altri.
In virtù di queste semplici sagome, pertanto, a prima vista, le varie opere di questo autore, potrebbero sembrare addirittura leggere e giocose. Ad osservarle con più attenzione, tuttavia, scopriamo qualcosa di particolarmente significativo: esse si configurano come immagini emblematiche di un artista audace e “rivoluzionario”, di un pensatore umanista a tutto tondo.
È proprio in esse che si nasconde, infatti, una profonda riflessione critica di Gaitis che ci spinge a riflettere sulla condizione dell’uomo contemporaneo e del posto che riveste nella società.
A questo proposito, basta soffermarci su alcune considerazioni di Erich Fromm (1900-1980), filosofo, psicanalista e sociologo tedesco. Come sostiene quest’ultimo, in Fuga dalla libertà (1941), l’uomo moderno crede di essere libero, ma lo è solo formalmente. In effetti, non sta che barattando progressivamente la sua libertà di scelta, percepita solo come peso, incertezza, solitudine, in breve, come una responsabilità difficile da sostenere. Provando, infatti, un’enorme angoscia, generata dal timore di restare solo, di essere tagliato fuori, di venire emarginato dal gruppo sociale a cui appartiene, cerca a tutti i costi di esorcizzarla. E, pur di sentirsi parte di un mondo significativo, spesso senza rendersene conto, si adegua e si uniforma ai modelli, alle aspettative, ai comportamenti dominanti. Sicuramente il prezzo da pagare è altissimo perché comporta la rinuncia all’autentico sé, alla propria autonomia di pensiero. L’individuo, invero, invece di affrontare le sue paure, giunge al punto di accettare passivamente, interiorizzandoli come propri, valori e comportamenti suggeriti dall’esterno. Alienandosi, si riduce ad un essere apatico, ad un automa, senza capacità critica. L’unica alternativa che riesce a intravedere, allora, è quella di rifugiarsi nel conformismo politico, nell’obbedienza ad un capo o a un regime forte, o anche trova conforto nel consumismo imperante che privilegia l’avere a discapito dell’essere e impone costumi e mode.
La pluralità degli individui si trasforma allora in massa, in automi intercambiabili, del tutto simili agli omini in questione.
Ebbene, due dipinti, tra i molti, potrebbero fungere da esempio emblematico e chiarirci la stretta relazione tra il pensiero del filosofo e la sua rappresentazione raffigurativa, messa in atto dal nostro artista: L’assassinio della libertà (Η δολοφονία της ελευθερίας, 1967-1968) e Acropoli (Ακρόπολη, 1980), che si possono ammirare in esposizioni periodiche.
Nella prima Gaitis fa riferimento a uno dei momenti più bui della storia greca moderna, cioè quello della presa di potere da parte della Giunta militare dei Colonnelli (1967-1973). Durante la dittatura militare in Grecia vennero abolite tutte le libertà fondamentali, furono mandati in carcere, esiliati, torturati ed ammazzati numerosi oppositori del regime. Nel dipinto, non a caso intitolato L’assassinio della libertà, quattordici soldati, tutti in uniforme verde, dalle labbra prominenti, del tutto simili a marionette impassibili e ad esecutori anonimi e senz’anima, puntano le armi contro una colomba bianca, simbolo universale di pace e libertà. La composizione è essenziale: non c’è spazio per elementi decorativi affinché l’attenzione dello spettatore non devii, ma si focalizzi sul gesto violento e sul suo significato simbolico. Nonostante la repressione capillare, dunque, l’artista compie un atto di coraggio: denuncia la violenza di tale regime autoritario, raffigurando questo nuovo medioevo greco, spirituale e culturale, che culminerà nella disfatta di Cipro (1973).
Anche nell’altra opera che desideriamo prendere in esame, il messaggio allegorico è attuale e, purtroppo, inquietante.
Qui vediamo una massa enorme di gente, tanti “piccoli uomini”, un fiume di figure geometriche che vanno a visitare il famoso monumento ateniese. Vestiti allo stesso modo con abiti a righe e cappello a bombetta in testa, si accalcano a perdita d’occhio come in una scatola di sardine, un gregge immobile, con gli stessi desideri, imposti dal consumismo turistico.
Tutti vogliono salire sull’Acropoli non per reale interesse, ma solo per scattarsi una foto da mostrare ai parenti e ai conoscenti per vantarsi della loro impresa ed essere parte di un mondo creato ad hoc dai mass media. A spiegare il significato di questa raffigurazione è lo stesso Gaitis che a ragione afferma: «Quando vedo la gente salire sull’Acropoli solo per farsi una foto, vado fuori di me. Non lo sopporto.»
A conclusione di questo lungo percorso, appare evidente la funzione di questa massa di “omini”, ben delineata da Fromm e presenza costante e quasi ossessiva dell’universo creativo di Gaitis. Uniformati dai consumi, dalla pubblicità, dalla moda e dalle mode, dai social e così via, essi costituiscono –purtroppo- il simbolo dell’odierno paesaggio umano delle nostre società occidentali. A dirla tutta, pertanto, gli “anthropakia” trovano la loro collocazione all’ingresso del Museo di Ios in quanto si ergono muti non solo a introdurci nel mondo dell’artista, ma anche a rappresentarci. Forse pure per spingerci a trovare nell’Arte una via d’uscita dal mare della massificazione, della folla umana, di cui, nolenti o volenti, facciamo parte, per identificarci con la figura che in alcune composizioni di Gaitis si distingue uscendo dalla fila anonima e emergendo sugli altri.
L'autore
- Maria Angela Cernigliaro, nata a Napoli, si è laureata in Lettere classiche e in Storia e Filosofia presso l'Università Federico II. In possesso di Master in Didattica della Lingua italiana a stranieri (LS e L2) e del Dottorato in Letteratura italiana, attualmente insegna ad Atene presso l'Istituto Italiano di Cultura. E' autrice di vari manuali sull'insegnamento/apprendimento della lingua italiana e neogreca, di articoli letterari e di didattica, di saggi e romanzi.
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