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Da De André a Camilleri

Imbattutami per caso nell’Autodifesa di Caino, un “libricino” di poche pagine, eppure pregne di significato, mi è venuto spontaneo – giudicherete voi se a ragione- ricordare una frase estrapolata da una canzone del lontano 1967 di Fabrizio De André, dal titolo Via del Campo, dove, tra l’altro, si recitava “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Cosa voleva dirci allora il cantautore? Intendeva senz’altro spingerci alla riflessione che la bellezza, come quella del diamante, la quale si manifesta nel luccichio degli sfarzi, nell’ostentazione, non è nient’altro che apparenza. Ed anche affermare che il diamante, simbolo di ricchezza e di opulenza, nella sua perfezione, in fondo, vive di sé, è cristallizzato, è statico: avendo raggiunto, infatti, il massimo dello splendore, non si trasforma, non cambia, in summa ratio è immobile e, dunque, sterile.

La società odierna ne è la prova lampante. La brama della bellezza esteriore a tutti i costi, costruita dai media, dalla pubblicità e dai social, ci ha fatto dimenticare che essa è una norma imposta che ci rinchiude in una gabbia, seppur d’oro, in un conformismo da cui difficilmente si riesce ad evadere. Restiamo imprigionati in un mito che è una trappola: la bellezza diventa forma senza contenuto, merce passiva che immobilizza la ricerca della nostra identità, condannandoci a curarci unicamente dell’immagine, dell’aspetto, della performance, a obbedire a un imperativo categorico, trascurando la nostra persona, la nostra parte “invisibile” agli occhi.

In fondo si tratterebbe di un singolare equivoco, espresso più di un secolo prima in un concetto più complesso dal filosofo Nietzsche il quale affermava che «ciò che appare perfetto è immutabile, non crea, mentre la forza vitale nasce dalla trasformazione e dal divenire». Insomma “la grande bellezza”, definizione presa in prestito dal film di Paolo Sorrentino, si rivela un bluff, come ne La dolce vita di Federico Fellini: la vita ridotta a estetica diventa spettacolo, ripetitivo e vuoto in cui “non è tutt’oro quel che luce” e la bellezza sopravvive solo in superficie.

Invece, sempre secondo i deandreiani versi presi in esame, dal letame, scarto volgare e maleodorante, nascono i fiori, eleganti e profumati. Come è possibile? De André ci svela un segreto intrigante: il letame, in quanto concime, può risultare fecondo, può essere un motore utile che coopera con la terra per rigenerare la vita. In altre parole, proprio da quanto ci sembra privo di valore può nascere qualcosa di vitale per la nostra esistenza.

Passando dal “cantautore” De André al “cantastorie” Andrea Camilleri, ci accorgiamo che nel testo teatrale camilleriano, intitolato Autodifesa di Caino, è possibile reperire un messaggio simile, addirittura rivoluzionario, che ribalta la versione consueta di un Caino, assassino e autore di tutti i mali, o meglio del Male per eccellenza.

Lo scrittore siciliano, vero cultore della conversazione, ci invita all’ascolto del monologo del suo personaggio teatrale ed anche ad avvicinarsi a lui, cambiando ottica, con sguardo sereno, retto, così da formarci una nuova opinione più oggettiva e onesta, di operare una scelta secondo coscienza sulla colpevolezza o innocenza di Caino, sfatando atavici e irriducibili pregiudizi.

Il Caino camilleriano compare sulla scena presentandosi al pubblico come colui che viene considerato il primo assassino della storia umana. All’inizio lui stesso si meraviglia del fatto che la gente, dopo cotanta affermazione, resti tranquilla al suo posto, ma successivamente, a metà strada tra il tragico e il faceto, adduce una spiegazione su tale atteggiamento: tutti, purtroppo, sono ormai assuefatti al male, essendo spettatori attivi e passivi, vittime e carnefici di guerre mondiali e locali, eccidi, massacri, genocidi, pulizie etniche, stragi, attentati, femminicidi e via dicendo.

Poi Caino in persona racconta la sua storia, i cui personaggi sono quelli noti della Bibbia, eppure presentati in un’altra intrigante versione, alquanto spiazzante.

Cominciamo pure da Eva, madre di tutti gli uomini. Nel suo monologo, Caino innanzitutto sostiene che la donna non è nata dalla costola di Adamo, bensí è stata plasmata con la stessa materia del suo compagno, quindi -considerazione ante femminismo- non si differenzia in niente da lui. Afferma, inoltre, che mentre Abele sarebbe nato da un “piccolo” tradimento di Eva con un Arcangelo, e che perciò era bello, alto e con i riccioli d’oro, Caino, invece, sempre in seguito ad un altro “piccolo” tradimento di Eva, sarebbe stato il frutto dell’amore proibito di quest’ultima con Alialel – il diavolo serpente che la sedusse – e perciò caratterizzabile come di brutte fattezze.

Tale genealogia, alla base della tensione dei due fratelli, viene acuita dall’amore di Dio per Abele che gli sacrifica un animale, laddove Caino, nella sua ingenuità, gli offre un mazzo di sterpi secchi del suo campo, lo stesso dono che da bambino aveva fatto a sua madre e le era tanto piaciuto e da cui, invece, il Signore resta offeso. Successivamente tra i fratelli la rivalità si traduce in ostilità perché, non essendoci altre donne -e ironicamente, a detta di Camilleri, era permesso l’incesto – Abele sposa la sorella bellissima, e Caino la sorella bruttissima e, ovviamente, il nostro protagonista ci resta male e non accetta questa ingiustizia.

Abele, inoltre, non appare, come nel racconto biblico, sempre e del tutto “innocente”, quanto un individuo un po’ sopra le righe, provocatore e narcisista, che non ha mai pietà delle disgrazie del fratello e, invece di aiutarlo, resta inerte e indifferente. Nel famoso “singolar tenzone”, anzi, stava pure per farlo fuori. Tuttavia, proprio nel momento cruciale, aveva “scelto” di non uccidere Caino, mentre quest’ultimo, evocando la “legittima difesa” e appellandosi all’istinto di sopravvivenza, al contrario, l’aveva ammazzato.

Dopo l’omicidio, Caino cerca di nascondere il suo misfatto, sotterrando il cadavere. La Terra, però, si rifiuta di fare da complice e lo rigetta. Così l’assassino, errando con le spoglie del fratello, simbolicamente con la sua “colpa” sulle spalle, dopo molti giorni, giunge in un luogo che si mostra benevolo e accoglie il corpo morto. Caino, dapprima, per vergogna, oppresso da sensi di colpa, vorrebbe nascondere a Dio di essere l’autore del terribile omicidio; infine, ammette la sua nefanda azione e, benché si dichiari pentito, viene condannato a un’eternità raminga. Tuttavia, Caino, non si arrende e si rimbocca le maniche, de facto espiando la sua colpa. Fonda, infatti, sette città, in cui vigono le leggi del reciproco rispetto e dell’accoglienza, dà vita ad un sistema bancario con una legislazione contro le frodi e, addirittura, crea la prima fabbrica del ferro. Non dimentica neanche di istituire Case di preghiera aperte a tutti culti.

Alla fine, arriva la redenzione da parte di Dio, non tanto perché l’Onnipotente gli riconosca il merito di tanto impegno, bensì in “virtù” di un’idea geniale: Caino inventa la musica, trasformando in flauto le canne di bambù e in tamburi le pelli degli animali.

La musica rappresenta la sua catarsi perché viene vista dal Signore come un anelito, un cammino verso la spiritualità, la sublimazione dell’uomo, non più “terrigno”, prodotto dell’humus, interessato solo alla materia, a tutto ciò che “luccica” e che contribuisce solo all’effimero benessere corporale. Da quanto sostiene Herman Hesse, la musica genera armonia tra Cielo e Terra, è la coincidenza tra il disordine e la chiarezza.

La musica rappresenta uno dei mezzi artistici con cui avviarsi sul cammino della conoscenza, del Logos, del Verbum, della Parola che diventa espressione di un essere che, “grazie” al dolore e alla sofferenza, si redime e si trasforma in essere pensante alla ricerca dell’armonia con se stesso e il mondo che lo circonda. Gli ultimi, il “letame”, perfino gli assassini, se agiscono e non si rinchiudono nelle gabbie del loro buio, possono ritrovare la retta via, possono ritrovare la loro essenza “umana”.

Attraverso la vicenda di Caino, Camilleri giunge, pertanto, ad un’acuta osservazione: “non sempre dal bene nasce altro bene” e “non sempre il male genera altro male”. E, in conclusione, ci riporta un esempio di un’efficacia disarmante.

Cito testualmente: “Nell’Italia per trent’anni sotto i Borgia ci furono guerre, terrore, omicidi, carneficine, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento”.

Come a dire che dai diamanti, ovvero dai beni materiali, per quanto lussuosi e preziosi siano, di solito non nasce niente, ma dal letame possono nascere i fiori, simbolo di un seme che spunta sí dalla terra, dalla materia, ma che, crescendo, si innalza verso la luce, la bellezza vera, la bellezza ideale di origine platonica, espressione di sentimenti ed emozioni che profumano di speranza.

Un monito per la nostra generazione e un invito alla catarsi, alla rinascita, unica portatrice di Bene, di armonia, di serenità e di eterna gioia spirituale.

 

L'autore

Maria Angela Cernigliaro
Maria Angela Cernigliaro, nata a Napoli, si è laureata in Lettere classiche e in Storia e Filosofia presso l'Università Federico II. In possesso di Master in Didattica della Lingua italiana a stranieri (LS e L2) e del Dottorato in Letteratura italiana, attualmente insegna ad Atene presso l'Istituto Italiano di Cultura. E' autrice di vari manuali sull'insegnamento/apprendimento della lingua italiana e neogreca, di articoli letterari e di didattica, di saggi e romanzi.