Mην καταδέχεσαι να ρωτάς: «Θα νικήσουμε; Θα νικηθούμε; Πολεμα!»
Ν. Καζαντζάκης, Ασκητική
Non abbassarti a chiedere: «Vinceremo? Saremo vinti? Combatti!»
Nikos Kazantzakis, Ascetica

Nel 2026 ricorre l’anniversario della morte di San Francesco, il Patrono d’Italia. Numerose sono le biografie della vita del Santo per cui, come sottolinea Alessandro Barbero (San Francesco, Laterza, Bari-Roma 2025), tutti crediamo di conoscerlo pensando che le informazioni di cui disponiamo, scritte da frati a lui vicino, siano sicure. Eppure la realtà storica ci porta per altre strade, sia se leggiamo le testimonianze dei frati, spesso contraddittorie nei particolari, sia se leggiamo i documenti dei suoi discepoli, riemersi dall’oblio dopo secoli.
A dire di Barbero, tali documenti hanno rivelato un Francesco molto diverso da quello raccontato. Non il Santo lieto e pacifico che parlava con gli uccelli raffigurato da Giotto, quanto piuttosto un individuo dalle mille sfaccettature «tormentato, duro, capace di gesti dolcissimi e di asprezze inaspettate». E questo perché ognuno che lo aveva incontrato in summa lo ricordava o, forse, voleva ricordarlo a modo suo.
Alla luce di tali considerazioni, allora, risulta difficile fare un ritratto preciso del Santo che non includa leggende, quale quella de Il lupo di Gubbio, o storie di miracoli eclatanti impossibili da accertare.
Su un punto, tuttavia, a quanto pare, convergono le opinioni di tutti. Francesco non era un uomo comune, ma straordinario, il simbolo del compito da assolvere a cui ognuno di noi dovrebbe aspirare: superare le proprie miserie e piccole meschinità nel tentativo di amare il prossimo, intraprendere lo spinoso sentiero di Cristo, cioè il cammino spirituale che porta al SOMMO BENE.
A riconferma delle diverse interpretazioni – a titolo più o meno personale – sul significato del percorso del Santo da parte di chi lo conobbe o di chi ne venne a conoscenza successivamente, vale senza dubbio la pena riportare un suggestivo romanzo dall’intrigante titolo “Il Poverello di Dio” (Ο Φτωχούλης του Θεού, 1956) del poeta e scrittore greco originario di Creta, Nikos Kazantzakis [Νίκος Καζαντζάκης, Candia, 1883 – Friburgo (Germania) 1957].
Quand’è che Kazantzakis conobbe e incominciò ad ammirare Francesco a tal punto da decidere di occuparsi di lui, e, a dire del professore Kostantinos Nikaς, a «frugarlo fino in fondo»? È questa una delle domande che sorge spontanea a cui risponde lo stesso scrittore, in un altro dei suoi capolavori, dal titolo Viaggiando (Ταξιδεύοντας, 1941). In questo testo, tra l’altro, ci racconta di un significativo momento d’incontro con lo sposo della Povertà, avvenuto nel 1926, quando, lasciando precipitosamente la Spagna, partecipò ai festeggiamenti per i 700 anni dalla morte del Santo.
In Italia c’era il fascismo e Mussolini aveva proclamato quel giorno festa nazionale. Kazantzakis ricorda le migliaia di persone che a piedi, in carrozza o in automobile si riversavano in Assisi in quella giornata di sole, sulla collina e in quel luogo, ormai «sfigurato e irriconoscibile», a causa dei manifesti con l’immagine del Duce e dell’enorme numero di squadristi in camicia nera.
Ed ecco che, seduto nella piccola piazza d’Assisi, proprio all’angolo dove si trovava la casa paterna del Santo, mentre si chiedeva che relazione potesse avere San Francesco con l’Italia fascista e con quel mondo caratterizzato da «la falsità, l’ipocrisia, la viltà…», iniziò a pensare al cammino percorso dal giullare di Dio. Gli venne allora naturale esclamare: «Stasera, quanto lontana, quanto inverosimile mi pare la sua meravigliosa favola!»
Probabilmente fu proprio in quel giorno che dovette concepire il suo capolavoro Il Poverello di Dio, in quanto è proprio in Viaggiando che in nuce racconta per la prima volta le straordinarie vicende del Santo fino alla composizione del suo celebre inno e al sopraggiungere della morte. In aggiunta a ciò, va anche sottolineato che, quando scriveva le pagine di Viaggiando, Kazantzakis aveva già approfondito gli studi sulla vita di San Francesco durante la sua permanenza ad Assisi (da febbraio ad aprile del 1924), e che, inoltre, nello stesso periodo conobbe il biografo danese Johannes Joergensen di cui tradurrà e pubblicherà (1951) successivamente il libro San Francesco d’Assisi.
Non a caso, quindi, a distanza di pochi anni, tra il 1952 e il 1953, Kazantzakis iniziò a comporre il suo famoso romanzo dedicato al Santo.
Qui le vicende di Francesco sono narrate da frate Leone, una creazione geniale dello scrittore cretese. Semplice e debole peccatore, probabilmente il frate è l’alter ego dell’autore. Stando a quanto sostiene il professore Kostantinos Nikas,
Francesco è lo spirito, Leone la materia e Kazantzakis si identifica ora con l’uno ora con l’altro. In verità i due personaggi si completano. Francesco è la saggezza. La lotta, il cammino verso Dio. Leone è la semplicità, la materia, il profano, la debolezza; perciò, il romanzo di Kazantzakis, raccontato per bocca di frate Leone, diventa più persuasivo e convincente.
Nel racconto di fra Leone, Francesco non è un personaggio pacifico e sereno, bensì un’anima tormentata, in perenne tensione tra dubbi e certezze, materia e spirito, tra dolore fisico e visioni mistiche. La sua lotta alla conquista della spiritualità, la sua anabasi, o ascesi che dir si voglia, è quella di un uomo lacerato ma che continua a combattere, mentre sussurra a bassa voce
Frate Leone, […[, il volto più luminoso della Speranza è Dio; il volto più luminoso della Disperazione è Dio; la nostra anima vola e incespica tra due abissi.
È anche quella di un uomo che impara a privarsi degli agi materiali per vivere in assoluta povertà. Emblematico l’episodio del giullare di Dio che decide di prendere in sposa la Povertà, pronunciando con voce commossa
Sorella Povertà, cara, venerabile, amatissima compagna del nostro Cristo […]: tendo la mano, ti raccolgo dalla strada, ti prendo la mano, ti prendo in moglie. Dammi la mano, mia signora!
È quella di un uomo che vive travagliato incessantemente dal dissidio, che guarda al corpo come «al più grande nemico dell’anima», ma che ne è anche «il più fedele compagno». Pur tormentato da violenti contrasti interni, giunge alla certezza di una verità: «Chi non soffre, non può amare davvero». Ed è proprio la sofferenza quella che si tramuta in gioia, si trasfigura, diventa Amore puro per il Demiurgo, lodato anche per tutte le sue creature – uomini, animali, piante, sole, luna, ecc. -, perfino per Sorella morte.
Kazantzakis confessa nel Prologo di aver tralasciato nella stesura di questo romanzo molte parole e azioni di Francesco, di aver modificato alcune vicende e di averne aggiunte altre che non sono accadute, ma che sarebbero potute accadere. Tuttavia, sostiene di non averlo fatto «per ignoranza, né per impudenza o mancanza di rispetto, bensì per la necessità di armonizzare, il più possibile in accordo con la sostanza, la vita e il mito del Santo».
Eppure, a suo avviso, l’arte ha questo diritto.
Dietro la figura di Francesco, simile agli altri eroi kazantziani che lottano incessantemente contro la materia per conquistare la spiritualità, si nasconde l’esempio vivo della visione dello scrittore greco, espressa con particolare lucidità nel suo testo filosofico – mistico Ascetica (Ασκητική, 1927), manifesto del suo pensiero. I due testi, benché diversi per forma e genere, esprimono la stessa idea di fondo: la libertà, massima aspirazione umana, non deriva dall’acquisizione di beni materiali, ma dal distacco da essi, non nasce dall’illusione di una ricompensa terrena o ultraterrena, quanto da una forza interna sempre in fieri, che lotta continuamente contro le proprie debolezze, pur essendo priva di garanzie e di approdi definitivi.
Per questo motivo, al termine del Prologo, Kazantzakis ci tiene a precisare il motivo per cui ha deciso di dare spazio nella sua produzione letteraria alla “sua personale” immagine di San Francesco
Per me San Francesco è il modello dell’uomo militante che con una lotta incessante e durissima riesce a compiere il dovere dell’uomo.
In conclusione, la “favola” di San Francesco che ci narra lo scrittore cretese diventa, come lui stesso afferma, «più vera perfino della verità». Il poverello di Dio si fa, in realtà, portatore di un messaggio, oggi più che mai attuale: solo se l’uomo moderno riuscirà a spezzare le sue catene, a liberarsi dalla vanagloria, dai fantasmi del benessere materiale, potrà trascendere la sua esperienza finita e, praticando le virtù dell’Umiltà e della Gratitudine e distribuendo Amore, riuscirà a ritrovare l’autentica Gioia di aver portato a compimento la propria missione terrena.
L'autore
- Maria Angela Cernigliaro, nata a Napoli, si è laureata in Lettere classiche e in Storia e Filosofia presso l'Università Federico II. In possesso di Master in Didattica della Lingua italiana a stranieri (LS e L2) e del Dottorato in Letteratura italiana, attualmente insegna ad Atene presso l'Istituto Italiano di Cultura. E' autrice di vari manuali sull'insegnamento/apprendimento della lingua italiana e neogreca, di articoli letterari e di didattica, di saggi e romanzi.
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