C’è un modo di scrivere di Giotto che pretende rigore, e un altro che pretende incanto. Alessandro Masi, con L’artista dell’anima. Giotto e il suo mondo, sceglie consapevolmente una terza via: non il trattato per specialisti, né il romanzo storico in senso pieno, ma un racconto documentato che fa della leggibilità la sua strategia principale. È un libro che non mette in mostra la propria erudizione: la mette al lavoro. E prova, con una certa audacia, a restituire Giotto non come “capitolo” della storia dell’arte, ma come presenza narrativa, come figura viva dentro un’epoca che sembra già preparare il Rinascimento.
Masi costruisce una biografia dal passo rapido, organizzata con ordine cronologico e attraversata da un’ambizione chiara: portare il lettore dentro il mondo di Giotto senza chiedergli un vocabolario tecnico in ingresso. L’apertura del libro non a caso è affidata a un episodio che appartiene al repertorio mitografico: Cimabue che scopre il giovane Giotto nei campi del Mugello, mentre disegna una pecora su una pietra. L’autore segnala subito la natura leggendaria dell’aneddoto, ma non lo scarta: lo usa come soglia. Perché la leggenda, quando è governata con intelligenza, non è un errore: è una forma di memoria. E attorno a Giotto, come pochi altri, la memoria si è sempre costruita anche così: per immagini, frasi, scene, racconti tramandati.
Da qui il libro procede come un affresco itinerante. Firenze, Assisi, Padova, Roma, Napoli, e ancora Firenze: Giotto si muove lungo l’Italia dei cantieri e delle committenze, in un tempo in cui l’arte non è soltanto bellezza, ma anche potere, prestigio, teologia, propaganda. Masi segue questa traiettoria sottolineando l’elemento che rende Giotto decisivo: non soltanto la bravura, ma la rottura. La sua pittura abbandona progressivamente la fissità del modello bizantino per portare il sacro dentro un’esperienza più corporea, più prossima, più umana. Emblematico, in questo senso, è il Crocifisso di Santa Maria Novella: il corpo di Cristo non è più figura astratta e lontana, ma peso, carne, dolore. È un passaggio che l’autore racconta con un linguaggio “visivo”, in cui la comprensione non avviene tramite definizioni, ma tramite immagini.
Dentro questa visione narrativa, Masi propone anche un parallelo che regge e affascina: la rivoluzione di Giotto come fratello ideale della rivoluzione di Dante. Come Dante porta la letteratura nel volgare, Giotto porta l’immagine fuori dall’iconostasi e dentro la vita. È un’interpretazione che non pretende di risolvere la storiografia, ma sa dare al lettore una bussola culturale: Giotto non è soltanto un pittore geniale, è un segno di trasformazione, uno spartiacque.
Una parte significativa del libro risiede nella capacità di far avvertire il lavoro dell’arte: i ponteggi, i colori, i gesti, i tempi, la pressione della committenza, la tensione tra invenzione e necessità. Masi accompagna il lettore dentro le opere e insieme dentro la loro fabbrica, con un ritmo narrativo che evita la didattica schematica. Non si tratta di una sequenza di “schede”, ma di episodi collegati: il lettore avanza più come in un racconto che come in un manuale, e questo è uno dei motivi per cui il volume funziona.
L’uomo dietro il mito
Ma L’artista dell’anima non costruisce un Giotto solo eroico. Al contrario, uno dei suoi aspetti più riusciti sta nel tentativo di restituire un artista non privo di ombre: segnato dalla paura della povertà, attaccato al denaro, pienamente immerso nelle contraddizioni del proprio tempo. Masi lascia emergere un profilo umano che sfugge all’agiografia: Giotto non è “puro”, e proprio per questo appare credibile.
Accanto ai dati storici, entrano in scena gli aneddoti: la mosca dipinta per ingannare Cimabue, la celebre prova della O perfetta tracciata a mano libera, i motti e i racconti tramandati dalla tradizione. Questi episodi non funzionano solo come colore: indicano la costruzione di una fama, cioè il modo in cui un artista diventa personaggio, proverbio, mito. Ed è qui che la scelta di Masi si fa più netta: il libro non separa rigidamente storia e leggenda, ma prova a farle coabitare mantenendo un equilibrio di fondo.
La scommessa del linguaggio: non specialistico, ma non superficiale
Ed eccoci al punto decisivo: il linguaggio non specifico. In un libro divulgativo su Giotto, questa non è una semplice opzione stilistica: è una scelta di progetto, che determina la natura dell’opera.
Masi evita in modo sistematico il linguaggio della disciplina. Non entra nei dibattiti attributivi con minuzia filologica, non costruisce l’argomentazione su categorie tecniche, non trasforma la lettura in una prova per addetti ai lavori. La sua prosa rimane colta, spesso elegante, talvolta lirica nella descrizione, ma è una lingua che si muove per narrazione, per impressione, per scena. L’effetto è chiaro: Giotto diventa accessibile senza diventare “facile”. La divulgazione non appare qui come semplificazione, ma come trasposizione: un’operazione di traduzione culturale.
Questo è un punto di forza. Perché un libro come questo, se scritto in modo pienamente specialistico, rischierebbe di chiudere ciò che Giotto ha aperto: lo sguardo. Masi punta invece a fare l’opposto: spalancare l’interesse, provocare curiosità, spingere il lettore a cercare le opere, a guardarle davvero. Ed è una qualità rara: non limitarsi a raccontare un artista, ma invogliare il lettore a diventare spettatore.
Il rovescio della medaglia è inevitabile. Laddove la scrittura colma i vuoti con dialoghi, scene, interiorità, entra in una zona che appartiene più alla verosimiglianza che alla verificabilità. Non è un difetto “morale”, è il prezzo del racconto: la fluidità narrativa confonde talvolta i confini tra ciò che è documentato e ciò che è ricostruito. In assenza di apparati e note, la pagina richiede un patto di fiducia: accettare che la biografia sia anche una forma di messa in scena.
A questa componente si lega un espediente stilistico che caratterizza il testo: l’inserimento di dialoghi in un toscano popolare ricreato. È un artificio efficace perché aggiunge calore e voce, ma comporta anche un rischio: l’anacronismo, o almeno la percezione di una lingua “rifatta”. Tuttavia, è evidente che Masi non cerca la filologia perfetta: cerca l’atmosfera. E questo, nel suo progetto, vale più della precisione linguistica assoluta.
Un libro che invita a guardare
L’artista dell’anima non è un contributo tecnico alla storia dell’arte nel senso accademico del termine, né pretende di esserlo. È un testo che ambisce a fare un’altra cosa: restituire Giotto come figura cardinale attraverso una scrittura di mediazione. Il suo valore sta nell’equilibrio, tra il peso storico e la leggerezza narrativa, tra la documentazione e l’invenzione controllata, tra la biografia e il mito.
E questa scelta, oggi, non è secondaria. In tempi in cui la divulgazione spesso scade nella banalizzazione o nell’intrattenimento facile, Masi compie un’operazione più ambiziosa: prova a essere divulgativo senza rinunciare alla densità. E in questo, forse, intercetta davvero qualcosa di giottesco: la capacità di portare in terra ciò che sembrava lontano.
Perché Giotto non ha bisogno di essere spiegato fino in fondo. Ha bisogno di essere visto. E quando lo si vede davvero, ricomincia a parlare.
L'autore
- Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.
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