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Filosofeggiando sul diritto internazionale

Leggendo un bell’articolo di Sergio Belardinelli su “Il Foglio” (9 gennaio 2026) mi veniva in mente, davvero strano a dirsi, un passo di Kafka. Berlardinelli sottolinea come, di fronte alla situazione internazionale e alla possibilità o meno che questa venga discussa razionalmente, ci si possa affidare solo a “buone ragioni” e, in ultima analisi, alla “speranza”. Più che d’accordo che in ogni difficile circostanza non si debba abbandonare la “Spes”, ma anche più che d’accordo nel non poter rinunciare alla discussione di buone ragioni in un momento in cui queste, da molti, vengono trascurate. Ma che c’entra con tutto questo Kafka? Ebbene, in uno dei brani che chiudono Il processo (come tutti i suoi romanzi opera non conclusa) i “signori” che portano via K per poi piantargli il coltello nel cuore formano assieme al protagonista un’unità in cui non è affatto chiaro chi conduce. Sono i signori, quindi la legge, a condurre, o è K che conduce la legge? «[…] formavano tutti e tre un’unità tale che se si fosse voluto farne a pezzi uno, bisognava farli a pezzi tutti»; «Era un’unità – si conclude – come può essere formata solo da ciò che è senza vita» [Il processo, Feltrinelli, Milano 2015, p. 202]. Sembra la metafora dell’attuale “diritto internazionale”: sussiste, c’è una legge razionalmente discutibile che permetta di giudicare la ragione o il torto dei contendenti, oppure sono i contendenti a imporre quanto vale come legge? Se la prima si fonde con la seconda sembra risulti, come voleva Kafka, una unità amorfa e ingiustificata, un coacervo privo di vita.

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Alle spalle dell’enigma lanciato da Kafka c’è un problema che caratterizza l’intera storia della riflessione sulla morale, quindi sul “dovere” rispetto ai diritti, una questione che permette di distinguere vari paradigmi etici a seconda della risposta data. È perciò opportuno mettere prima in evidenza il problema, per poi tornare al tema specifico.

L’attività mentale umana è costituita da “credenze” e da “intenzioni”. La distinzione, anche se non indicata da questa terminologia, è già presente in Aristotele, ed è John Searle (cfr. ad esempio La mente, Cortina, Milano 2005), fra gli altri, a tornare sull’argomento nel pensiero contemporaneo. Le “credenze” sono costituite da giudizi sul mondo, giudizi che come tali possono essere veri o falsi. Searle parla di “direzione di adattamento mente-mondo”, volendo specificare che nelle credenze l’attività mentale cerca di conformarsi a “come stanno le cose” (forse sarebbe meglio parlare di mente-oggettività visto che nel giudizio vero “i marziani non esistono” non mi adatto a nessun mondo); mentre nelle intenzioni la direzione d’adattamento è al contrario mondo-mente: agendo, operando causalmente sul mondo, cerco di far si che quest’ultimo si adatti al contenuto intenzionale, all’idea che guida la mia azione (anche qui qualche eccezione c’è, se mi astengo dal far qualcosa agisco, ma non adatto il mondo alla mente). Ebbene, come detto le credenze, i giudizi dati sul mondo, sono veri o falsi, e in quanto veri o falsi devono essere giustificati. Poniamo che io dica “domani piove!” e che qualcuno mi chieda “come fai a saperlo?”. Se replico “ma che domande sono queste!” il mio comportamento non è semplicemente sgarbato, bensì irrazionale: intanto posso sensatamente avere una qualsiasi credenza, un’opinione sul mondo, in quanto giustifico in qualche modo la credenza in questione. La giustificazione potrà essere falsa, inadeguata, del tutto irragionevole e stramba, ma se non la fornisco non posso sensatamente possedere una credenza. Così, se al “come fai a saperlo?” rispondo che me lo ha detto la “maga di Mezzavia”, potrò certamente essere considerato, ingenuo, credulone e sprovveduto, ma non infrangerò i limiti della ragione.

Ma come va la cosa con le intenzioni, con i fini dell’agire che volta a volta ci proponiamo? Se mi si chiede perché intendo prendere il treno per andare a Milano, posso rispondere e giustificarmi dicendo ad esempio che il treno è il mezzo di trasporto più sicuro e veloce (facciamo finta!) per raggiungere Milano. Ma in questo caso l’intenzione è un’intenzione strumentale, il modo in cui cerco di realizzare un ulteriore fine, quello di andare a Milano, e come intenzione strumentale (credo sia il mezzo più veloce) essa è associata appunto a una credenza, nuovamente vera o falsa e quindi necessariamente più o meno giustificata. Ma come vanno le cose, questo il punto, se il fine è un fine ultimo, non strumentale per la realizzazione di un ulteriore fine? In tal caso, trattandosi di una intenzione non accompagnata da una credenza, può essere che di giustificazione non ce ne possa essere alcuna? Ebbene, quella etica è appunto la riflessione che accompagna la giustificazione dei fini ultimi; da qui il problema etico come tale e lo svilupparsi storico dei vari paradigmi (realista, prescrittivista, emotivista) che cercano di rispondere alla domanda. Di solito, in generale, si cerca di mostrare come tutti gli esseri umani aspirino necessariamente a un fine, per Aristotele, ad esempio, padre del paradigma realista, alla felicità, e che il comportamento etico è strumentale per il raggiungimento di tale felicità. Tutti gli esseri umani sono felici se attuano pienamente l’essenza che li caratterizza; l’essenza che li caratterizza e li distingue dagli altri esseri animali è la razionalità; questa può essere esercitata al meglio in una società perfettamente funzionante in cui ci sia sufficiente tempo libero per dedicarsi al sapere e attuare la forma umana; è quindi razionalmente etica un’azione che sia funzionale alla creazione di una società del genere: questa, in estrema sintesi, ad esempio, la proposta aristotelica.

Qui, in realtà, non intendo affrontare la discussione dei vari paradigmi etici, sposandone uno e giustificando il perché dell’opzione. La problematica mi è venuta in mente – chiedo venia per lo spunto – ascoltando Donald Trump che sosteneva il carattere soggettivo del diritto internazionale: a chi gli chiedeva come intende agire in base al diritto internazionale Donald ha risposto, grosso modo, che questo coincide con la sua opinione di cosa sia il diritto e la sua morale che lo giustifica.  Certo, il passaggio da Kafka e la giustificazione del diritto a Trump è vertiginoso; più che probabile che l’omino della Stanza Ovale non sappia neppure di cosa si stia parlando, ma quanto volevo chiedere è se la necessità di giustificare quello che volta a volta intendiamo fare non si manifesti anche quando esprimiamo intenzioni che vorremmo imporre per la (apparente) mera volontà di farlo, come appunto fa Donald.

Poniamo che chieda ad un generico X perché intende compiere una determinata azione e che X mi risponda “perché lo voglio!”. Beh, si potrebbe replicare che X in realtà ancora non ha detto nulla; anche San Francesco (o, all’opposto, Hitler!) faceva quel che faceva perché voleva, intendeva farlo. X può rispondere che fa qualcosa che non vuole fare, se non è cosciente di farlo, se la sua mente è in balia di alieni che lo muovono  indipendentemente dalle sue intenzioni, se agiva costretto dal sonnambulismo di cui soffre oppure, ammettiamo anche questo, se replica che i suoi impulsi inconsci lo spingono a compiere A nonostante voglia fare B. Rispondere soltanto che si fa A perché si vuole fare A, questo il punto, è una sorta di tautologia che ancora non dice nulla sulle ragioni del contenuto dell’intenzione da attuare, quale che sia appunto il contenuto dell’intenzione. Poniamo allora che X risponda che fa A “perché desidera farlo”. Purtroppo, anche in tal caso, non sembra ci si sia allontanati dalla risposta precedente: “desiderare” può infatti essere considerato un sinonimo di “volere”, la tautologia perciò si ripresenta. X – che inizia a spazientirsi – cerca allora di formulare i motivi del suo desiderare, le conseguenze che l’attuazione della sua voglia o del suo desiderio, o come si voglia chiamare lo scopo che persegue, possiede. “faccio A – precisa – perché mi procura un intenso piacere”. Questa è certamente e finalmente una risposta, X è uscito dalla tautologia! Solo che la volontà di imporre i suoi desiderata senza discuterli lo ha involontariamente abbandonato. Fornito infatti il motivo del suo agire, la temuta discussione ha inizio. X aspira al mero piacere, magari di un momento, o persegue la felicità? E come è giusto, razionale e conveniente concepirla? Quale atarassia, una sorta di mancanza di turbamento, come voleva Epicuro? Come esplosione di ogni brama (“sesso, droga e rock and roll”) come suggerivano i cirenaici? O accontentandosi di aponia, della mera assenza di dolore fisico? Oppure, ben diversamente, la felicità, l’autentica chiave di un’esistenza serena, comincia nel momento in cui ogni essere umano diventa un compagno o una compagna con cui dare senso assieme, nel reciproco rispetto, alla vita? Ciascuna delle opzioni, limitandoci a quelle menzionate, deve essere giustificata, non per nulla ciascuna ha dato luogo a ben distinte correnti di pensiero.

Il fatto è che l’essere umano come tale, oltre che soggetto a leggi fisiologiche, è un essere normativo: persegue regole ed è chiamato a giustificarle, tanto è vero che, rispetto a queste, commette spesso errori (la questione interessa anche il dibattito sull’intelligenza artificiale). Come non ha senso, si diceva, avere un’opinione senza poter fornire alcuna giustificazione, così non ha senso perseguire un fine senza poterne dare alcuna ragione. Certamente, le difficoltà dell’esistenza, la mutevolezza dei desideri, i piaceri del momento, rendono estremamente difficile la coerenza rispetto a fini che pensiamo abbiano valore, che crediamo valgano oggettivamente e che solo per questo debbano essere perseguiti. Gli umani negano comunque de facto la vuota tautologia del “volere per il volere” ogniqualvolta si chiede loro il “perché” abbiano agito in un certo modo. Non a caso, quando diventa difficile sostenere la coerenza rispetto a principi ritenuti validi ma non perseguiti, ci si identifica con le opinioni di una qualche maggioranza, si affida ad altro e ad altri una giustificazione che non sappiamo difendere; evidentemente il bisogno di giustificazione e la coerenza rispetto a questa riguardano l’identità nel tempo dell’essere umano, la vaga percezione che alla perdita di integrità e coerenza si accompagni, fra l’altro, una qualche perdita della propria identità nel tempo.

Ciò detto e tornando quindi al signore dello Studio Ovale, al Presidente degli Stati Uniti d’America, perché, possiamo chiederci, di là dall’atteggiamento smargiasso, ha risposto come ha risposto, identificando il diritto con il suo arbitrio? Evidentemente perché pronunciandosi rispondeva all’esigenza ineludibile di giustificare in qualche modo come agisce. Questo, anche se il contenuto di quanto ha detto l’hanno riportato al circolo vizioso di una tautologia priva di senso che gira su sé stessa. Parlando si giustificava, pensando quello che ha detto ha smentito la sua giustificazione. Ha creduto di sottolineare il suo potere imponendo la sua opinione, il tentativo di imporre la sua opinione senza alcuna aggiunta ha reso però quest’ultima del tutto impotente.

La speranza, ultima a morire, come giustamente sottolinea Belardinelli, è che prima o poi si affacci alla mente di Donald – non dico riflettendo su Kafka! – una scintilla di semplice buon senso razionale.

luigi.cimmino@unipg.it

 

 

L'autore

Luigi Cimmino
Luigi Cimmino
Luigi Cimmino ha insegnato Gnoseologia e Filosofia della mente e insegna Paradigmi etici all'università di Perugia. Monografie recenti: Tempo ed esperienza. Intenzionalità, azione, filosofie del tempo, Aguaplano, Perugia 2020; Introduzione all'epistemologia della mente, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012; Narciso in frantumi: l'umano e il suo bisogno di una seconda identità, Rubbettino 2023.