L’immagine di copertina è di Enrico Pulsoni
[Il presente articolo è frutto della collaborazione tra Francesco Calemi e Luigi Cimmino]
Francesco Calemi, Il tempo è contraddittorio? Riflessioni sul tempo a partire da McTaggart
Che il tempo ci sia sembra una delle cose più ovvie del mondo. Viviamo immersi in esso, ne facciamo continuamente esperienza, lo presupponiamo in ogni nostra azione e in ogni nostro discorso. Il presente è ciò che accade ora, il passato è ciò che non è più, il futuro è ciò che non è ancora. Eppure, non appena proviamo a trasformare queste intuizioni in una teoria filosofica, l’evidenza vacilla. Ci accorgiamo allora che il tempo, proprio mentre pare la più familiare tra le dimensioni, è forse anche una delle più enigmatiche.
Una delle formulazioni più radicali di questo enigma si trova nel celebre argomento di J. E. McTaggart, filosofo idealista del primo Novecento, secondo il quale il tempo non sarebbe semplicemente difficile da descrivere, ma addirittura irreale. La tesi è volutamente paradossale. E tuttavia il suo interesse non sta tanto nella conclusione nichilistica cui approda, quanto nel fatto che costringe a mettere a nudo alcune tensioni profonde insite nel nostro modo di pensare la temporalità. Il punto, in altre parole, non è soltanto domandarsi se McTaggart abbia ragione, ma capire perché il tempo, una volta analizzato concettualmente, sembri sfuggire a ogni tentativo di definizione pienamente coerente.
Per ricostruire il problema, McTaggart nel suo celebre saggio The Unreality of Time (Mind, vol. 17, n. 68, 1908, pp. 457–74; L’irrealtà del tempo, tr. it. a cura di Luigi Cimmino, BUR, Milano 2006) distingue anzitutto due maniere fondamentali di ordinare gli eventi. La prima è quella che egli chiama serie B. In essa gli eventi sono disposti secondo relazioni come prima di, dopo di e simultaneo a. La battaglia di Salamina è prima della caduta del muro di Berlino; due lampi possono essere simultanei; un evento può essere successivo a un altro. Questa rete di relazioni introduce senza dubbio una struttura ordinata, e una struttura che ha manifestamente a che fare con il tempo. Ma, osserva McTaggart, essa non sembra ancora sufficiente a restituire ciò che, nel senso comune, rende il tempo davvero tempo: il suo carattere dinamico, il suo scorrere, il suo incessante trapassare.
Qui entra in scena la seconda forma di ordinamento, la serie A. In questo caso gli eventi non sono più soltanto prima, dopo o simultanei rispetto ad altri eventi: essi sono futuri, presenti o passati. Ed è precisamente questa articolazione che sembra dare voce alla nostra esperienza più viva del tempo. Non ci limitiamo infatti a collocare gli eventi in una struttura di successione: li avvertiamo come non ancora accaduti, come in atto, o come già trascorsi. Per noi il presente non è un semplice punto neutro in una serie ordinata, è piuttosto una soglia mobile, rispetto alla quale il futuro si avvicina e il passato si ritrae. In questo senso, la serie A sembra esprimere il cuore fenomenologico della temporalità.
Il problema, però, è che nessuna delle due serie, presa isolatamente, sembra soddisfacente. La serie B, secondo McTaggart, è troppo povera: ordina, ma non fa scorrere. Le sue relazioni sono fisse. Se un evento è prima di un altro, lo è da sempre e per sempre. La relazione non cambia, non si trasforma, non diviene. Ma se il tempo implica autentico mutamento, allora non basta dire che gli eventi sono collocati l’uno prima o dopo l’altro. Occorre anche che qualcosa, davvero, passi, che qualcosa diventi presente, e poi non lo sia più. La serie B, insomma, restituisce una mappa dell’ordine temporale, ma non sembra restituire il divenire.
Si potrebbe rispondere che il mutamento è comunque perfettamente intelligibile nella serie B. In fondo, dire che un individuo è barbuto il 25 febbraio e sbarbato il 26 febbraio sembra già sufficiente a descrivere ciò che è accaduto. Eppure McTaggart insiste: una tale descrizione registra una distribuzione di proprietà lungo una serie ordinata, ma non cattura ancora ciò che ordinariamente intendiamo con “cambiamento”. Dire che Marco è barbuto-in- e sbarbato-in- significa forse descrivere due stati differenti, ma non ancora che il primo sia cessato e il secondo sia sopraggiunto. La differenza può sembrare sottile, ma è filosoficamente decisiva: una cosa è la mera non simultaneità di due stati, altra cosa è il loro autentico trapasso.
La medesima difficoltà emerge se pensiamo agli eventi. Il bruciare della legna e il suo essere ridotta in cenere possono essere disposti in una serie ordinata: il primo è prima del secondo. Ma dire questo equivale davvero a dire che la legna ha smesso di bruciare e che ora vi è solo cenere? Oppure ci limitiamo a registrare una relazione tra due eventi che, in qualche senso, coesistono entro la struttura complessiva del tempo? Qui si innesta una delle implicazioni più profonde della teoria B: gli eventi, entro questa prospettiva, sembrano esistere tutti simpliciter, vale a dire in senso assoluto, non nel modo mobile e privilegiato in cui il senso comune attribuisce esistenza al solo presente. Il problema diventa allora chiaro: se tutti gli eventi sono ugualmente reali, in che senso qualcosa comincia a esistere o cessa di esistere? In che senso il mondo muta davvero?
Ecco perché, per McTaggart, il mutamento autentico richiede la serie A. Solo se gli eventi possono essere futuri, poi presenti, poi passati, sembra possibile restituire il senso del tempo che fugge. Ma è proprio qui che, secondo lui, la teoria precipita nella contraddizione. Un evento, infatti, per essere temporale, deve passare attraverso tutte e tre le determinazioni: deve essere futuro, poi presente, poi passato. Tuttavia queste determinazioni sono incompatibili tra loro. Nulla può essere, nello stesso rispetto, futuro, presente e passato. La tensione è evidente: il tempo sembra richiedere che ogni evento possieda tutte e tre le A-proprietà, ma la logica impone che esse si escludano a vicenda.
L’obiezione più spontanea è nota: non vi è contraddizione, perché un evento non è futuro, presente e passato nello stesso tempo. È futuro in un momento, presente in un altro, passato in un altro ancora. Ma McTaggart ritiene che questa replica non risolva il problema ma lo sposta soltanto. Per dire che un evento sarà passato, ad esempio, non basta collocarlo in una relazione con un altro tempo. Occorre spiegare come questo altro tempo sia esso stesso temporalmente determinato. E così, nel tentativo di chiarire perché un evento sia passato in un tempo futuro o futuro in un tempo passato, siamo costretti a reintrodurre le stesse A-proprietà a un livello ulteriore. Ne nasce una spirale teorica che non dissolve la contraddizione, ma la rilancia. Il risultato, per McTaggart, è che la serie A, lungi dal salvare il tempo, si rivela internamente incoerente.
L’argomento è celebre anche per la sua oscurità. Non sempre i passaggi sono perspicui, e non pochi interpreti hanno sottolineato la difficoltà di attribuirgli una forma univoca. Ma la sua fecondità è fuori discussione. Quasi tutta la metafisica contemporanea del tempo si sviluppa infatti come tentativo di spezzare l’argomento in uno dei suoi snodi decisivi. Da qui nascono, in forma schematica, le due grandi famiglie teoriche ancora oggi al centro del dibattito: eternismo e presentismo.
L’eternismo accetta in sostanza la critica alla serie A, ma nega che da ciò segua l’irrealtà del tempo. Il tempo, per l’eternista, è reale proprio come struttura B. Passato, presente e futuro sono tutti ugualmente reali. Nessun istante gode di un privilegio ontologico assoluto. Il presente non è una regione metafisicamente speciale del mondo, ma solo il punto in cui ci troviamo, così come “qui” designa il luogo in cui siamo senza per questo conferire ad esso una superiorità ontologica rispetto a tutti gli altri luoghi. In questa prospettiva il tempo non scorre in senso robusto: vi è piuttosto una totalità ordinata di eventi, tutti egualmente collocati nello spazio-tempo.
Da questo punto di vista, la sfida non è tanto salvare il mutamento temporale nel senso forte della serie A, quanto mostrare che il mutamento qualitativo resta perfettamente intelligibile anche senza di essa. Un individuo può possedere proprietà diverse in tempi diversi senza che ciò comporti contraddizione. Marco non è insieme, simpliciter, barbuto e sbarbato. Più precisamente, è barbuto-a- e sbarbato-a-. Oppure, secondo altre formulazioni, non sono le proprietà a essere temporalizzate, ma il nesso della loro istanziazione, o perfino le parti temporali dell’individuo stesso. In molte versioni dell’eternismo, infatti, gli oggetti sono pensati come entità quadridimensionali, estese nel tempo non meno che nello spazio. Non soltanto hanno parti spaziali, hanno anche parti temporali. L’individuo-che-era-barbuto e l’individuo-che-è-sbarbato non sono allora due stati misteriosamente incompatibili del medesimo ente assolutamente identico, ma due segmenti temporali di un’unica totalità estesa spazio-temporalmente.
Il vantaggio di questa teoria è la sua potenza sistematica: evita la contraddizione della serie A e si accorda bene con una concezione fisica del mondo ispirata alla relatività einsteiniana. Ma il prezzo è anch’esso evidente. L’eternismo sembra neutralizzare proprio ciò che, per l’esperienza ordinaria, fa del tempo qualcosa di più di una semplice serie ordinata. Il presente perde centralità, il futuro cessa di essere apertura autentica, il passato smette di essere ciò che non è più. Il tempo, in un certo senso, si spazializza. Non fluisce: semplicemente è.
All’opposto si colloca il presentismo, che cerca di salvare precisamente il privilegio dell’ora. Per il presentista esiste solo ciò che è presente. Il passato non esiste più, il futuro non esiste ancora. Questa posizione ha dalla sua il senso comune e una forte immediatezza intuitiva. Quando diciamo che Socrate non esiste più, o che la prossima estate non esiste ancora, parliamo esattamente come un presentista. E tuttavia questa teoria, proprio perché vuole prendere sul serio il divenire, deve affrontare difficoltà non meno severe.
La prima riguarda la verità degli enunciati sul passato. Se Socrate non esiste più, in che cosa consiste la verità della frase “Socrate fu un filosofo”? Se il passato è ontologicamente nulla, che cosa rende vero il nostro parlare di esso? La seconda difficoltà, ancora più insidiosa, proviene dalla relatività einsteiniana. Se non esiste una simultaneità assoluta, allora non esiste neppure un unico presente oggettivo valido per tutti gli osservatori. Ma se il presente dipende dal sistema di riferimento, quale presente è quello cui il presentista attribuisce il monopolio dell’esistenza? Se esiste solo ciò che è presente per me, l’esistenza sembra dipendere dall’osservatore: se esiste ciò che è presente per un altro osservatore, l’ontologia diventa arbitraria; se esistono tutti i presenti relativi, il presentismo rischia di collassare in una forma mascherata di eternismo.
Il dibattito contemporaneo sul tempo si muove in larga parte entro questa alternativa. Da una parte vi è chi preferisce sacrificare il fluire per salvare la coerenza ontologica, dall’altra chi difende la realtà del divenire, pur al prezzo di impegnarsi in una metafisica assai più esposta a tensioni teoriche. McTaggart, in questo senso, continua a esercitare la sua influenza non perché abbia chiuso la questione, ma perché l’ha aperta nel modo più radicale possibile. Ci ha costretti a vedere che il tempo non è un dato trasparente, bensì un problema.
E forse è proprio questo il punto filosoficamente più rilevante. Il tempo è ciò che crediamo di conoscere meglio, perché niente ci è più prossimo del succedersi delle ore, dell’attesa, del ricordo, dell’urgenza del presente. Ma è anche ciò che, appena proviamo a pensare con rigore, si lascia meno facilmente afferrare. O il mondo temporale è una totalità già data, ordinata e immobile nel suo insieme, e allora diventa arduo spiegare il genuino divenire, oppure il presente gode di un privilegio ontologico reale, e allora diventa arduo rendere coerente questa pretesa. In entrambi i casi, il tempo smette di essere una semplice cornice neutra dell’esperienza e si rivela per ciò che forse è sempre stato: uno dei nomi più profondi della difficoltà del reale.
Luigi Cimmino, Presentismo e movimento
Come ha ben argomentato Francesco Calemi partendo da MacTaggart quella del tempo, della dimensione che abitiamo almeno in questa esistenza, è questione difficile e spinosa, semplice da vivere (non possiamo fare altrimenti!) eppure ostica da comprendere appena cominciamo a pensarci sopra. Bertrand Russell affermava che in filosofia si parte spesso da premesse che solo un folle potrebbe mettere in discussione per arrivare a conclusioni che solo un folle potrebbe accettare. Il tempo (che anche Russell cerca di addomesticare) esemplifica al meglio una considerazione del genere: anche quando gli argomenti si sviluppano dando l’impressione di arrivare ad una accettabile soluzione, c’è sempre qualcosa che rimane oscuro; vien quasi da dire, visto che il divenire (pace Emanuele Severino) ci dà forma, che al fondo della questione permane un quid che continua a imbarazzare, come una sorta di minaccia! In quanto segue cerco di spiegare perché a mio avviso la posizione eternista è insostenibile, (mi permetto di rinviare ad un mio testo per maggiori chiarimenti: Tempo ed esistenza. Intenzionalità, azione, filosofie del tempo, Aguaplano, Perugia 2020) sposando il presentismo, per poi passare alla tematica del movimento e concludere con una questione che rimane, anche accettando il resto, decisamente problematica.
Secondo l’eternismo esiste propriamente tutto. Assai lontano dal senso comune l’eternismo afferma che possedere una posizione temporale equivale ad affermare che l’evento che possiede tale posizione è “prima di” un certo evento e “dopo di” un altro evento, come il 2026 è dopo del 2025 e prima del 2027. Ma “prima di” e “dopo di” – questo il cosiddetto argomento logico dell’eternista – sono relazioni e come non posso essere “di fronte” a Francesco e affermare l’inesistenza di quest’ultimo, così il 2026 non può essere prima del 2027 senza che questo ancora non esista. All’argomento logico, per l’eternista si aggiunge l’argomento scientifico: la relatività ristretta einsteiniana implicherebbe l’impossibilità di affermare l’esistenza volta a volta del solo presente. Sulla relatività torno dopo mentre l’argomento logico sembra basarsi su una confusione. A divenire, a prima essere e poi non essere, nel presentismo è appunto l’esistenza, e l’esistenza non è, qui Kant docet, un “predicato”, non è una proprietà che qualcosa, un soggetto, una sostanza, possieda, ma appunto l’esistenza di una proprietà, o di un soggetto, o di quel soggetto con quella proprietà. Non essendo una proprietà, l’esistenza non può avere a sua volta la proprietà (del secondo ordine) di essere “prima di” e “dopo di”: ma non essendo una proprietà la contraddizione scompare e qualcosa può tranquillamente (o inquietamente) prima esistere e poi non esistere.
In una lettera ad un amico che aveva perso il figlio Albert Einstein scrive (mi scuso ma non trovo più il riferimento) che “per noi fisici la morte non esiste”. Evidentemente il grande scienziato si era fatto convincere dagli eternisti, probabilmente quelli del Circolo di Vienna, che la sua stessa teoria confermava l’idea dell’irrealtà del divenire dell’esistenza. Ebbene, proprio partendo da Einstein e dalla sua forse non troppo delicata affermazione, possiamo chiederci? Ma quale Einstein e quale figlio sono sottratti all’annullamento? Poniamo sia vera la posizione eternista. Tutto esiste in posizioni temporali differenti. Così, se io sono prima in piedi e poi seduto, nel panorama temporale che abbraccia il tutto esistono prima “Luigi in piedi” e poi “Luigi seduto”. Un primo problema è quello per cui ahimè a non esistere sembra essere proprio il povero Luigi. Noi ci pensiamo come sostanze che permangono, anche se con proprietà differenti, in tempi differenti. Luigi è la stessa persona o sostanza di Luigino che giocava in cortile, ma nell’eternismo, per ripeterlo, esiste tutto, Luigi in piedi e Luigi seduto, Luigino piccolo in cortile e Luigi vecchiotto che si affanna a scrivere. In questi tanti Luigi dov’è finito il Luigi presente interamente in ogni momento della sua esistenza? Si potrebbe affermare che il Luigi che permane è una sorta di essenza presente in tutte le posizioni. Ma oltre ad essere assai bislacca una concezione del genere corre anche il rischio di diventare contraddittoria: certo Luigi seduto e Luigi in piedi sono tali in due momenti differenti, e qui non c’è contraddizione, ma Luigi, oltre ad avere le proprietà di essere in piedi e seduto in tempi differenti possiede anche le proprietà di essere “prima di” e “dopo di”, possiede cioè i “tempi differenti”, e queste tempi differenti li ha simpliciter, non può averli in tempi differenti (“prima di” e “dopo di” indicano appunto i tempi differenti), quindi, se è una sostanza interamente presente in tutti i tempi, il povero Luigi possiede come tale proprietà contraddittorie. Questo è ad ogni modo il male minore, anche un po’ arzigogolato. Se l’eternismo è vero abbiamo comunque tanti Luigi differenti quante sono le sue (?) posizioni nel tempo. Poniamo ora che Luigi. salutando alcuni studenti, dica loro “buongiorno ragazzi!”. Come le lettere che occupano posizioni spaziali differenti, così le parole verranno dette in successione, in tempi differenti. Così il Luigi che pronuncia “b..” all’inizio di “buongiorno”, nella dimensione eternista è un Luigi differente (ricordiamolo esistono tutti!) da quello che pronuncia “ ..u…” e così via. Ciascun Luigi pronuncia un suono, ma non c’è un Luigi che pronunzia l’intera frase: l’attività fonetica del parlare e quella psichica del pensare si frammentano in un numero indefinito di Luigi senza che ce ne sia uno solo che pronuncia e pensa la benedetta frase. La dimensione psichica, nell’eternismo, data la proliferazione di soggetti, non è perciò possibile, visto che non c’è un unico soggetto che dice e pensa l’intera frase. Ma se parola e pensiero svaniscono nella loro continuità e unità, qual è il soggetto che cogitando e riflettendo si convince della verità dell’eternismo? Se l’attività psichica esiste, se non si annulla in una serie di frammenti temporali, dato che il pensiero e il linguaggio possiedono necessariamente una estensione temporale, l’idea eternista non funziona. Solo così, per tornare ad Einstein, Albert, il suo amico e suo figlio non si frammentano in un mare indefinito di schegge. Aveva allora ragione Wittgenstein? «Solo nello scorrere la parola ha significato» [Osservazioni sulla filosofia della psicologia, Adelphi, Milano 1990, I, §240)] le parole hanno significato «solo nel flusso della vita» [Ricerche filosofiche, ibid, II, § 687]?
Si pensi poi alla musica, l’analogia fra linguaggio e musica è sempre di Wittgenstein. Oltre a quello verbale gli umani possiedono anche il linguaggio musicale, cosa che, non possedendo il primo, gli animali non possiedono (i cobra che oscillano elegantemente al suono del pifferaio sono sordi, seguono i movimenti non i suoni). Poniamo ora una serie di accordi in successione che formano, appunto in tale successione, una bella melodia. Gli accordi sono appunto sentiti in successione. Se isolo uno degli accordi da quelli che vengono prima e quelli che vengono dopo, ho un suono, non il suono di una melodia, la melodia è appunto colta nella sequenza dei suoni. Ma nella sequenza mentre sento uno di questi accordi non sento ovviamente i precedenti o i successivi. Se distinguiamo, come si fa in psicologia, la memoria semantica da quella episodica, terminato il brano, posso essere certamente in grado di ricordare e ripetere la successione (memoria semantica), ma non è che, nel sentire ad esempio il terzo accordo, la memoria presenta alla mia mente il ricordo dell’accordo passato mentre lo sentivo (memoria episodica), fosse così al posto di una melodia avrei in testa e nell’orecchio un coacervo di rumori: così ogni accordo vive e deve la sua qualità musicale al momento in cui è inserito nel divenire dei suoni, in questa successione prende forma la qualità dei suoni e la loro possibile bellezza.
Tenendo presenti tali considerazioni domandiamoci ora come possiamo vedere il movimento. Un uomo che procede a passo spedito mi passa di fronte; ovviamente, vien da dire, vedo il movimento delle sue gambe; mi accorgo che quest’ultime si muovono. Mio nipote a un mese non seguiva con gli occhi il cambiamento di posizione delle cose nel mondo, ora a 5 mesi, interessato, vede le cose muoversi e le segue spostando occhi e testa, soprattutto se si tratta di pappa. Sembra non ci sia niente di più ovvio del vedere oggetti che si muovono. Eppure, dando ragione a Russell sulle follie che produce la riflessione, non è possibile che un singolo, istantaneo stato di coscienza colga il movimento. Gli stati di coscienza, quelli visivi in tal caso, si succedono temporalmente. Se non vogliamo che ogni stato di coscienza si divida in una indefinita successione di stati dobbiamo ammettere stati istantanei. Ma in ciascuno di questi stati il movimento non può manifestarsi, non possiamo assistere al prima e al dopo del movimento in ogni visione attuale. Se in ogni singolo stato vedessi le gambe in due posizioni distinte dovrei ammettere di vedere due paia di gambe, non le stesse gambe nelle differenti posizioni spaziali s e s1; così, in ogni singola visione non posso vedere le cose muoversi, eppure sembra innegabile assistere al movimento.
L’eternismo se la cava assai male con il movimento, questa è una delle sue molte défaillance; nel mondo-blocco della sua concezione tutto è spettralmente fissato in fatti immobili che si susseguono. Nel presentismo possiamo invece ripetere la considerazione fatta con il linguaggio: in ciascun singolo stato di coscienza, in ogni istantanea visione, non vedo le cose muoversi, ma ogni visione si presenta, è percepita, come immediatamente successiva a quella precedente; la visione presente la aggancio solo come qualcosa che segue quanto accade prima; la visione della gamba in una posizione successiva si presenta perciò come passaggio da quella precedente. Il presentismo permette quindi gli eventi, complessi unitari dotati di estensione temporale e li permette perché implica l’esistenza di un soggetto che permane nel suo divenire. Quasi vien da dire, ripetendo una poesia di Jorge Luis Borges che non a caso ha come titolo “Il tempo”: «il tempo è un fiume che mi trascina/ma io sono quel fiume/è un fuoco che mi consuma/ma io sono quel fuoco»: l’io permane, ma permane nel suo divenire; possiede una sua identità, ma la sua identità è tutt’uno con la sua temporalità.
Tutto chiaro? Certamente no. Crono continua a divorare i figli nascondendo molte delle sue ragioni. Tanto per cominciare c’è l’imbarazzo della relatività speciale, teoria, almeno sinora, ampiamente confermata. Da tener presente, fra l’altro, che la relatività mette anche in questione la natura dell’esistenza che appunto sembra tornare ad essere un predicato. Se in un sistema di riferimento O due eventi sono simultanei, so che in un sistema di riferimento O1 i due possono essere in successione; il che significa che in O so che l’evento che in O1 è successivo e in quest’ultimo esiste, anche se in O ancora non esiste: come dire che in O riesco a riferirmi a un evento a prescindere dalla sua esistenza.
Riesco a determinarlo in O anche se in O1 non esiste.
Quali che siano ad ogni modo le novità che la fisica ci promette l’eternismo non spiega affatto la relatività speciale. Nell’eternismo, per ripeterlo ancora una volta, esiste tutto. Ma allora l’evento che in un sistema è simultaneo mentre in un altro è in successione non può essere lo stesso evento. Potrà somigliare all’evento da cui parto ma appartiene ad una diversa totalità, mentre nella relatività l’evento che in O è simultaneo e in O1 successivo dev’essere il medesimo. L’eternismo non si adatta quindi, come a volte si ritiene, alla relatività speciale.
Concludo con un ulteriore imbarazzo dal quale mi riesce difficile uscire. Poniamo, come credo, che l’attività mentale intenzionale non sia riducibile a successione di fatti fisici causalmente connessi, come avviene nell’intelligenza artificiale. Troppi argomenti giocano a favore dell’impossibilità della riduzione. Nella nostra attività psichica si distinguono credenze e intenzioni, dove è inoltre facilmente dimostrabile che non potremmo avere le prime se non avessimo le seconde, mentre fatti fisici causalmente connessi non ammettono la distinzione; le credenze sono vere, false, probabili, mentre un fatto fisico è semplicemente quello che è; l’attività mentale è intenzionale, costitutivamente rivolta non solo al mondo ma a condizioni oggettive che non sono esistenti, si pensi all’affermazione che “i marziani (fino a prova contraria) non esistono”, transazioni causali con entità “inesistenti” sono invece impossibili…e la litania potrebbe continuare.
Abbandoniamo quindi il riduzionismo, atteggiamento sicuramente di moda e poniamo che io mi trovi in un certo stato mentale intenzionale e che questo – abbiamo detto che dobbiamo ammetterlo – sia istantaneo. Sarà istantaneo ma, per quanto tale, posso ammettere che a livello microfisico abbiano luogo successioni (salti d’orbita di elettroni o diavolerie del genere) di milionesimi o miliardesimi di secondo. Così il mio stato è certamente istantaneo ma al di sotto di una certa estensione cronologica non potrei averlo: non possono esserci stati mentali di miliardesimi di secondo! Ma se è istantaneo, chiamiamolo A, privo di fasi temporali e simultaneo a B e a C, ne dovrebbe derivare anche che B e C sono simultanei fra loro. Eppure abbiamo ammesso che al di sotto di una certa soglia cronologica non possiamo avere stati mentali, che ciascuno di questi non può presentarsi in un miliardesimo di secondo. Così A è istantaneo (non è costituito da ulteriori fasi temporali!) e simultaneo a B, A è istantaneo (non è costituito da ulteriori fasi temporali!) e simultaneo a C, ma B e C non sono simultanei fra loro. Ma è mai possibile che in questo caso non valga la proprietà transitiva? Che una cosa sia simultanea a due cose che non sono simultanee fra loro? Crono si vendica e ripropone la sua natura misteriosa?
Certo, può anche essere che abbia già perso troppo tempo, anziché quietamente viverlo, e che sia ora di smettere di arzigogolare sulla sua natura.
L'autore

- Luigi Cimmino ha insegnato Gnoseologia e Filosofia della mente e insegna Paradigmi etici all'università di Perugia. Monografie recenti: Tempo ed esperienza. Intenzionalità, azione, filosofie del tempo, Aguaplano, Perugia 2020; Introduzione all'epistemologia della mente, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012; Narciso in frantumi: l'umano e il suo bisogno di una seconda identità, Rubbettino 2023.
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