Yorgos Lanthimos, uno degli autori più riconoscibili del cinema contemporaneo, ha costruito negli anni un universo visivo inconfondibile, fatto di mondi stranianti e di relazioni umane portate al limite. Con la mostra “Yorgos Lanthimos: Photographs”, ospitata nello spazio espositivo -1 della Fondazione Onassis di Atene (15.03 – 10.05.2026), questo universo si sposta dalla narrazione cinematografica all’immagine fissa, senza perdere la sua forza straniante.
Non si tratta, però, di una semplice estensione del suo cinema. La mostra rivela qualcosa di più profondo: anche quando si allontana dal set, lo sguardo di Lanthimos continua a costruire realtà ambigue, sospese tra controllo e fragilità.
Le prime tre serie fotografiche nascono infatti durante le riprese dei suoi film, tra New Orleans, Atlanta e gli studi di Budapest. Ma queste immagini non funzionano come “dietro le quinte”. Al contrario, sembrano appartenere a un mondo già trasformato dalla finzione: non documentano, ma trattengono un residuo, un’eco visiva di ciò che il cinema ha appena prodotto e abbandonato.
Il percorso espositivo cambia tono con il quarto nucleo, presentato per la prima volta a livello mondiale: fotografie realizzate in Grecia, tra Atene e le isole dell’Egeo. Qui lo sguardo si fa più intimo, apparentemente più vicino alla realtà quotidiana, strade, paesaggi, dettagli urbani. Eppure, anche in questi contesti, nulla è davvero familiare. Ogni immagine sembra sul punto di incrinarsi, come se bastasse una minima deviazione per trasformare il noto in qualcosa di inquieto.
È proprio in questa attenzione al quotidiano che emerge la cifra più interessante della fotografia di Lanthimos. Non cerca il colpo d’effetto, non spettacolarizza. Al contrario, osserva con precisione quasi chirurgica, lasciando che siano i dettagli a destabilizzare la scena. Il risultato è un’immagine pulita, essenziale, ma attraversata da una tensione sotterranea.
Ritroviamo tutti gli elementi tipici del suo stile: composizioni rigorose, figure frontali, geometrie nette. E insieme, quella sottile dissonanza che rende ogni scena leggermente “fuori asse”. Tuttavia, ciò che rende davvero significativa questa mostra è il modo in cui la fotografia lavora sul tempo.
Qui l’immagine non racconta una storia, ma la sospende. Ogni scatto sembra tratto da una narrazione che non vedremo mai: suggerisce un prima e un dopo, ma li lascia fuori campo. Lo spettatore non è chiamato a capire, ma a restare, a confrontarsi con una sensazione di lieve inquietudine.
In questo senso, il lavoro di Lanthimos dialoga implicitamente con l’idea di punctum di Roland Barthes: quel dettaglio minimo che rompe l’equilibrio dell’immagine e colpisce lo sguardo in modo inatteso. Nei momenti migliori della mostra, questo accade senza effetti spettacolari, ma attraverso piccole fratture, un gesto, una postura, un elemento fuori posto, punti che trasformano la fotografia in esperienza.
Molte di queste immagini sono già confluite nei suoi libri fotografici, confermando che la fotografia non è un’attività secondaria, ma una vera e propria seconda scrittura. Un linguaggio più silenzioso rispetto al cinema, ma altrettanto rigoroso.
Certo, in alcuni passaggi il rischio della ripetizione stilistica è presente. Ma basta una lieve imperfezione, una deviazione minima, perché il sistema si incrini e lasci emergere una forza poetica autentica.
È qui che la mostra trova il suo senso più profondo: non tanto nel confermare il talento di un autore già affermato, quanto nel rimettere al centro l’immagine stessa. Immagini che non si offrono immediatamente, che resistono, che chiedono tempo.
E forse è proprio questo il gesto più radicale di Lanthimos: costringerci a guardare come se fosse la prima volta, proprio quando crediamo di sapere già cosa stiamo vedendo.
L'autore
- Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.
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