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La stagione di Pietro De Marchi e le sue allegorie

La foto di copertina è di Claudia Dillier

Con un bel titolo, confidente e esatto (Alla giusta stagione, Casagrande, Bellinzona 2026, 102 pp. 20 Euro) ci viene incontro il nuovo libro di poesia di Pietro De Marchi, che esce a dieci anni dal precedente; un lasso spezzato dall’uscita di un importante volume di prose, sempre per il medesimo editore (Con il foglio sulle ginocchia, 2020). La giusta stagione è indubbiamente quella in cui le cose giungono a maturazione, in un tempo che è solo quello e non altro, e questo sia nella vita che sulla pagina, e il nuovo libro di De Marchi parla molto della scrittura, della poesia, del loro ineffabile venire al giorno come del definirsi volta per volta. Ma la giusta stagione fa pensare anche a una giusta illuminazione, nel suo offrire una luce che rende le cose onestamente percepibili nei loro contorni quanto nella loro fisica consistenza, nel loro porsi entro un sistema di relazioni in cui esse rivelano o nascondono. È una luce meridiana, distante da declinazioni occidue o crepuscolari, tale da agevolare una relazione con il lettore fondata su reciproco rispetto e dunque rifuggente da oscurità “esornative” o malintese come all’inverso da qualsivoglia captatio benevolentiae. Lo stile che il libro veicola riesce ad essere infatti piano e alto a un tempo, nei modi di una costruzione lessicalmente, sintatticamente, metricamente e, vorrei aggiungere, anche eticamente motivata. Si tratta di uno stile di notevole raffinatezza, a cui è orizzonte un’idea di poesia che fa della morale concretezza uno dei suoi tratti forti e distintivi. E i nomi ai quali tale idea è legata sono, non penso di sbagliarmi, quelli di Vittorio Sereni, di Luciano Erba con la sua inconfondibile ironia, ma direi soprattutto di Giorgio Orelli che per più di un motivo può essere considerato di De Marchi un maestro. Al pari del grande poeta ticinese De Marchi vede infatti il manifestarsi della poesia connesso in primo luogo a una scrupolosa attenzione agli accadimenti della vita, all’occasione da cogliere per quanto essa ci può dire a più momenti di approssimazione. E a Orelli lo accomuna certamente il gusto per il taglio esatto del verso, per la sua lessicata qualità musicale anche, ma direi forse soprattutto, quando il verso inclina alla prosa senza venire meno al suo nitore, alla sua interna tramatura.

Di vera importanza in questo libro è una messa a punto di poetica che ne investe l’intera prima sezione, forte di una riflessione svolta in termini prevalentemente allegorici. Cos’altro sono infatti le Istruzioni per l’uso di una stufa, esercizio di amorosa attenzione che porta ad “aggiungere altra esca, altra legna, gioire / vedendo che da sotto [il fuoco] riacquista il suo vigore”? Chi è mai Il souffleur, il suggeritore che nascosto in una buca – lo spettatore non lo deve vedere – sopperisce alla memoria del cantante o dell’attore o – possiamo interpretare – del poeta che riannoda un filo ancora segreto, principalmente a se stesso? E cosa dire di quella catasta “da sistemare in luogo riparato, / contro il muro di casa che guarda a occidente / dove il sole d’estate dura a lungo / e la legna più verde / ha il tempo d’asciugare / mentre la poca resina rimasta sulla scorza / profuma l’aria di bosco”? Poche citazioni per capire come il lettore venga condotto per exempla a riflettere sul misterioso venire in luce della poesia, sui suoi tempi di maturazione in lunghe ore soleggiate, e sulle cure che richiederà il suo prendere forma, talquale un fuoco coscienziosamente accudito. Le citazioni potrebbero continuare, la sezione iniziale è di una compattezza notevole e funziona come premessa a quanto la segue, nei termini più variati, a costituirne una riprova. Così avremo nel successivo Fermo immagine una teoria di scansioni di forte impatto visivo tra le quali trasceglierei senz’altro quella di una cerva, apparizione numinosa e ironicamente ariostesca (“scartò di lato, corse via sfrascando”), laddove la descrizione di quanto interessa il suo manifestarsi – una manciata di secondi – va insieme a una miracolosa restituzione fonica di una sequenza in tre tempi. Se Fermo immagine è ancora una sezione compatta (ne ricordo almeno Come la pantera di Rilke e Leda senza Giove), le successive cinque si aprono invece a un gioco tematicamente più vario a dar riscontro in re dell’orelliana poetica delle occasioni cui si faceva cenno. Le epifanie convivono allora con la tessitura memoriale, la riflessione storica con il libero gioco delle amicizie, la tensione civile nuovamente con gli snodi della poetica.

La qualità sempre alta di questo libro di lungo e accorto iter compositivo rende davvero difficile la scelta, ma non vorrei chiudere la mia nota senza avere almeno ricordato la bellissima poesia dedicata al padre e quella infine con cui il libro si chiude (Nei terrestri confini). La prima si intitola Il faggio di mio padre, un faggio che richiama in citazione il primo esametro delle Bucoliche ed è emblema dell’amore per le lingue classiche e lo studio, doni preziosi trasmessi dal padre al figlio poeta, che ne discorre in più punti della sua opera. Qui, a seguito di un ordito di assonanze e di rime, abbiamo un’immagine che tutto condensa, nel suo restituire un ethos virgiliano che si vena di sorvegliata nostalgia: “Veniva qui a leggere, sub tegmine fagi. / Non aveva bisogno d’altro, / aveva i suoi libri e l’ombra del faggio.” Nei terrestri confini, titolo anche eponimo dell’ultima sezione del libro, presenta invece uno sguardo che progressivamente si allarga, come in un disegno di Saul Steinberg, “zoomando e speculando”, dal “paese con le case e le strade” fino alla “corona dei monti ancora orlati di neve”, per poi raggiungere “spazi interstellari”, “galassie remotissime” a ricordarci, come nella Ginestra, la nostra reale consistenza di “minuscola materia pensante”. È dunque parlando del nostro comune destino che Pietro De Marchi si congeda in conclusione del suo viaggio di poesia e il suo sorriso oraziano ce lo rende fraterno giacché entro tali confini “siamo tutti poco più di niente / e non c’è altro da dire / e va bene così.”

marcovitale58@gmail.com

 

L'autore

Marco Vitale
Marco Vitale
Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano dove al lavoro in biblioteca unisce la traduzione letteraria e le collaborazioni editoriali. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011. Il suo ultimo libro di poesia è La strada di Morandi (Passigli 2024) mentre la poesia precedente è raccolta nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore 2018, premio Luciana Notari e premio Dino Campana 2019, premio internazionale Gradiva 2020) che comprende cinque volumi di versi. È stato tradotto in tedesco da Maja Pflug (Ein Winter, Josef Weiss Editore, Mendrisio 2008) e in inglese da Barbara Carle (Emblems of Sleep, Gradiva, New York 2020). Collabora a “Cenobio” e a “Succedeoggi” e fa parte della redazione delle Edizioni di poesia Il Labirinto.

(foto di Dino Ignani)