Non ti so dire l’anno, caro Carlo, in cui questo piccolo episodio su cui mi chiedi lumi avvenne. Fu sullo scorcio degli anni cinquanta, o più probabilmente all’inizio del decennio successivo… comunque non prima del 1958 e non dopo il 1967. Le persone che potrebbero darmene riscontro tuttavia non ci sono più.
Pound dopo la fine dell’internamento al St. Elisabeth Hospital aveva lasciato gli Stati Uniti ed era spesso a Venezia, città da lui profondamente amata e penso fosse inevitabile che un giorno si risolvesse a bussare alla porta dell’Archivio di Stato, dove si conserva lo straordinario patrimonio documentale dell’antica Repubblica. E dove mio padre lavorò se non sbaglio dal ’55 (non dal ’58 come sicuramente sbaglia AI Mode) fino al 1967, anno in cui si trasferì a Roma.
Come vedi non ci sono molte certezze, a parte quella che toccò proprio a lui, per incarico del direttore, di condurre Ezra Pound in una visita guidata per l’immenso borgesiano libro che l’insieme delle carte dell’Archivio di Stato di Venezia idealmente costituisce, e si articola per sale e depositi, corridoi e scaffalature, armaria. Una visita penso durata per diverse ore. Quante? Non lo so. Il racconto di mio padre su questo punto era lacunoso. La cosa che soprattutto riferiva è che mentre lui parlava e raccontava attraverso le carte la storia della Serenissima, Pound non diceva neanche una parola, non un commento, una domanda; si limitava ogni tanto ad annuire con la testa, come la statua del Commendatore. In quel silenzio c’era molto del suo terribile dramma, la sua distanza, le profonde ferite, le incomprensioni. Insomma tutto quello su cui molto, e a volte verrebbe da dire forse perfino troppo, è stato detto, magari a scapito della comprensione della sua luminosa e difficilissima poesia.
Ma c’è dell’altro. Ed è il motivo che muove il breve componimento che ti ho mandato e di cui le parole che ti sto scrivendo valgono se vuoi come una piccola razo. In un mondo – parlo di quei lontani anni – in cui le “ideologie”, qualunque cosa per esse si intenda, erano vive e operanti, mio padre per quelle avventurosamente propugnate da Pound non aveva nessuna simpatia e questo era noto tanto ai suoi colleghi quanto al direttore. Il fatto che proprio lui venisse incaricato di quella visita – incarico a prima vista obbligante – se non era una punizione si avvicinava a qualcosa come a una messa alla prova. L’intento era sicuramente meschino, ma lui ne uscì benissimo. Non so in che modo Pound riuscì a far capire che la visita lo aveva soddisfatto.
Per me era bello ricordare come le proprie convinzioni, che non abbandonò mai, non tolsero a mio padre, allora poco più che un ragazzo, il sincero rispetto e l’attenzione per quella grande e drammatica sconcertante figura di poeta, e lo posero all’ascolto che si deve all’altro da sé, anche quando non parla.
La visita di E. P.
Non so in quale mattino – forse in uno
di quelli in cui una spessa
bruma ogni cosa occlude e le calli
risuonano dei passi? – un giovane
funzionario d’archivio ebbe per compito
di condurre il poeta fino al cuore
dell’antica Repubblica. Le carte
delle magistrature, gli ambasciatori
le navi e quel respiro d’Oriente che il poeta
da sempre vagheggiava. Sala per sala, deposito
dopo deposito diplomi e ceralacche
carte nautiche in un asciutto
racconto narrò il funzionario e il poeta
ieratico assentiva. Non disse
neanche una parola. Fresco
era il ricordo della guerra, definitivo
il risentito silenzio e le parole del giovane
– era mio padre – in che distanza
accadevano ma pure in quanta
misura nel distinguere il poeta
come un giorno mi disse
dalle sue orribili idee
L'autore

-
Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano dove al lavoro in biblioteca unisce la traduzione letteraria e le collaborazioni editoriali. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011. Il suo ultimo libro di poesia è La strada di Morandi (Passigli 2024) mentre la poesia precedente è raccolta nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore 2018, premio Luciana Notari e premio Dino Campana 2019, premio internazionale Gradiva 2020) che comprende cinque volumi di versi. È stato tradotto in tedesco da Maja Pflug (Ein Winter, Josef Weiss Editore, Mendrisio 2008) e in inglese da Barbara Carle (Emblems of Sleep, Gradiva, New York 2020). Collabora a “Cenobio” e a “Succedeoggi” e fa parte della redazione delle Edizioni di poesia Il Labirinto.
(foto di Dino Ignani)
Ultimi articoli
In primo piano7 Settembre 2026La visita di Ezra Pound
avvenimenti31 Maggio 2026La poesia di Mario Luzi nel racconto di Leone Piccioni
avvenimenti6 Aprile 2026Una poesia per i colori e la polvere del sud del mondo
avvenimenti15 Marzo 2026La stagione di Pietro De Marchi e le sue allegorie
