avvenimenti · In primo piano

La poesia di Mario Luzi nel racconto di Leone Piccioni

“Ho sempre amato la poesia di Luzi, e, quel che più conta, l’ho amata quando certamente non ero in grado di recepirne esattamente il senso letterale; fedele, inconsciamente, a quanto più tardi Ungaretti mi avrebbe chiarito (…) che si può profondamente ‘sentire’ la poesia, prima ancora di intenderla nel suo senso preciso per un ‘quid’ tra musica e fantastico che ti prende e ti scuote.” Verrebbe da aggiungere, non avviene lo stesso anche nell’incontro con la persona amata?

L’intima confessione di cui Leone Piccioni (1925 – 2018) rende partecipi i suoi lettori in uno testo del 1978, è ora disponibile in una raccolta di scritti luziani del grande critico a cospicuo riscontro di quella che usando una nota locuzione continiana si può senz’altro definire “una lunga fedeltà” (La conoscenza concentrica. Scritti su Mario Luzi 1949 – 2001 a cura di Gloria Manghetti, prefazione di Roberto Mussapi, postfazione di Alfiero Petreni, Succedeoggi Libri, Roma 2026, pp. 203).

Attenzione alle date. Ha ventiquattro anni Leone Piccioni quando licenzia per le colonne de “Il Popolo” uno scritto su un volume di saggi di Mario Luzi (L’inferno e il limbo, 1949). Il poeta ne ha solo nove di più, ma è già alla quarta raccolta di versi, e quel che più conta è riconosciuto da tempo come l’esponente maggiore dell’ermetismo fiorentino, la cultura poetica tardo simbolista più innovativa ed elitaria nell’Italia entre-deux-guerres, che incanta i giovani più inquieti e dialoga senza soggezione con i Maestri della generazione precedente (su tutti Montale e Ungaretti). Ma è una cultura destinata a subire i contraccolpi della Storia, in un paese distrutto dall’ultimo conflitto che pone ad ogni scrivente il non semplice e non rinviabile tema dell’impegno. Su queste coordinate storico critiche avviene l’incontro del giovanissimo allievo di Giuseppe De Robertis con la poesia di Mario Luzi, un luogo che non tarda a diventare comprensione profonda e amicizia, e sarà un’amicizia per la vita. Colpisce fin dal ricordato primo scritto la sicurezza con cui Piccioni coglie la statura del suo poeta e ciò non solo in base ai notevoli risultati da questi raggiunti – si pensi solamente a un libro come Avvento notturno (1940) – ma conseguendo in nuce quella che sarà l’evoluzione e dunque il passo di una delle più alte avventure poetiche del nostro Novecento. E qui naturalmente il discorso critico entra nel vivo, non fosse altro perché un grande poeta, quale Mario Luzi sicuramente è stato, si presta con facilità a più interpretazioni e letture. E per Luzi si è parlato spesso di fasi, talora forse accentuandone troppo il profilo… tre fasi, quattro addirittura; la prima certamente entro la temperie ermetica, la seconda presa nell’avvicinamento alla Storia – alla “figurazione”, ha scritto suggestivamente Raboni in contrapposizione al precedente “astrattismo” ermetico – a far data da un testo fondativo come Primizie del deserto (1952) per giungere alle ampiezze, anche metriche quali con forza e potenza immaginativa e drammatiche lacerazioni si manifestano Nel magma (1963), così ad ipotizzare una fase terza … Ma sappiamo come il discorso luziano evolva in termini poetici spirituali (importante la sua lettura di Teilhard de Chardin), rigermogli in continue metamorfosi per giungere ai vertici di Per il battesimo dei nostri frammenti (1985), di Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994)… Ora, e qui è la bellissima intuizione di Leone Piccioni, – il critico consentaneo ma possiamo anche dire innamorato – il percorso del poeta fiorentino viene con sicurezza prospettica considerato in una dimensione unitaria di continuo allargamento della visuale ad integrare, unificandole, le stazioni precedenti; dal cristallo segreto dell’esordio fino alle più ampie, dolorose, ma efficacissime compromissioni: non altrimenti i cerchi concentrici che si disegnano sulla superfice ferma di uno stagno una volta che un ciottolo vi venga gettato. Ma, avverte il critico, il centro, il primo cerchio – La barca, 1935 – conserva tutta la sua forza irradiante, il valore di radice che non sarà mai smentita. Non verrà a dire forse la stessa cosa l’ideologicamente lontano ma sempre acutissimo Fortini, leggendo integralmente il tragitto di Luzi alla luce di una continua, cristianamente inquieta, quête dell’essenza spirituale dell’universo? Ma questo al giovane Piccioni risultava chiaro fin dal primo aprire di libro, fin dalla sua giovanile “impazienza”, possiamo dire, nell’attendere le rivelazioni che si sarebbero verificate e che quasi invocava. E a conferma di ciò andava osservando come a un esame attento di un nodo decisivo come Primizie del deserto nuova luce, prima non còlta, riverberasse dalle prime prove del poeta. Di qui anche un accostamento di Luzi all’amato Morandi (visto quest’ultimo versus Bartolini) in pagine che si leggono come un’avventura dell’intelligenza, per proseguire poi nell’analisi delle affinità con il conterraneo e notevolissimo Bilenchi e naturalmente con Carlo Betocchi a proposito del quale è bello leggere “Due poeti di fronte al mistero” alle pagine 153 – 158 di questo libro.

Sono solo alcuni dei non pochi spunti di lettura che rendono preziosa questa raccolta di scritti, dove altrettanto importante appare, nel suo non episodico prendere posizione nel dibattito letterario e civile e soprattutto nel porsi con umiltà al servizio della poesia, la profonda umanità e serietà del critico. Non comune, come attesta a sua volta lo stesso Luzi in un articolo utilmente riportato in appendice e come pure documenta una scelta di lettere del poeta a Piccioni, così come ugualmente raro, nello scorrere le pagine, si delinea un dialogo la cui altezza di temi e di motivazioni interiori ci sembra oggi purtroppo così lontana.

marcovitale58@gmail.com

L'autore

Marco Vitale
Marco Vitale
Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano dove al lavoro in biblioteca unisce la traduzione letteraria e le collaborazioni editoriali. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011. Il suo ultimo libro di poesia è La strada di Morandi (Passigli 2024) mentre la poesia precedente è raccolta nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore 2018, premio Luciana Notari e premio Dino Campana 2019, premio internazionale Gradiva 2020) che comprende cinque volumi di versi. È stato tradotto in tedesco da Maja Pflug (Ein Winter, Josef Weiss Editore, Mendrisio 2008) e in inglese da Barbara Carle (Emblems of Sleep, Gradiva, New York 2020). Collabora a “Cenobio” e a “Succedeoggi” e fa parte della redazione delle Edizioni di poesia Il Labirinto.

(foto di Dino Ignani)