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d’Annunzio «costituente»?

Ero ancora un ragazzino, decenni (e decenni) fa, studente universitario di Lettere, a Bari, allorquando, durante le lezioni di un corso monografico (come si diceva allora) sul d’Annunzio del Poema paradisiaco (interpretato in dialogo con Giovanni Pascoli, il poeta amico/nemico di d’Annunzio), tenuto dall’indimenticato professor Nicola Valerio, tra i «maestri» dell’Ateneo barese, ci venne suggerito, metodologicamente, di adottare, nel caso di d’Annunzio, un particolare atteggiamento critico, per non cedere alla facile scorciatoia del rifiuto, e della condanna di d’Annunzio, di tutto d’Annunzio, sotto il peso schiacciante dei tanti (troppi) pregiudizi che s’addensavano (e ancor s’addensano) sul suo nome. Tale metodologia critica, suggeriva Nicola Valerio, consisteva nell’isolare i «momenti» della poesia dannunziana (e del pensiero dannunziano), poiché, a suo giudizio, soltanto isolandoli (il momento «francese», da quello «russo», o da quello «tedesco», e così via), sarebbe stato possibile coglierli nella loro, rispettiva, intima, autenticità e sincerità (da accettare e/o da rifiutare che fossero). Con grande rigore scientifico, Nicola Valerio suggeriva un approccio critico a d’Annunzio che tenesse conto delle «stagioni» della sua multiforme produzione (sia poetica, che romanzesca, come pure politica). Al contrario, un approccio, come dire, integrale dell’opera di d’Annunzio, si sarebbe rivelato decisamente sterile (e di sicura condanna).

Ebbene, dinanzi al bel libro di Luigi Mastrangelo, d’Annunzio pensatore politico, Guida editore, Napoli 2026, credo che questo suggerimento metodologico di Nicola Valerio possa valere anche come atteggiamento critico proficuo per la dimensione più squisitamente politica dell’intellettuale Gabriele d’Annunzio, onde evitare, anche qui, la scorciatoia del rifiuto e della condanna. E, dunque, quale sarebbe, in politica, il «momento» da isolare? Quale sarebbe, cioè, il momento del d’Annunzio pensatore politico, teorico della politica, da isolare, in modo da poter seguire, di pagina in pagina, le tante e sorprendenti provocazioni critiche di Luigi Mastrangelo? Tale momento coincide con l’esperienza di Fiume (1919-1920), e, in modo particolare, con la «Costituzione del Carnaro», la così detta «Carta del Carnaro», scritta da Gabriele d’Annunzio e dal sindacalista (rivoluzionario) Alceste de Ambris (morto, poi, in esilio, in Francia, da anti-fascista), per la quale, Luigi Mastrangelo, raffinato studioso del pensiero politico italiano, e docente presso l’Università degli Studi di Teramo, ipotizza, finanche, un ruolo “profetico” di quella «Carta del Carnaro» (giungendo a definire d’Annunzio come l’«Elia della futura Costituzione repubblicana» italiana). L’esperienza di Fiume andrebbe, dunque, letta e interpretata come momento a sé stante, e non in rapporto al «dopo». Esattamente come nel caso del Poema paradisiaco, che segnò, nella storia della poesia dannunziana, il momento dei buoni propositi e dei buoni sentimenti, ma che fu seguita, però, dal momento superomistico, nient’affatto caratterizzato dai buoni sentimenti, e dall’ingenuità dei buoni propositi «paradisiaci», del tornare bambino (e buono). Se non la si isolasse, come momento a sé stante, quella poesia, per davvero, rischierebbe di apparire insincera, e di mera imitazione (russa). Allora, adottando lo stesso criterio interpretativo, la «Carta del Carnaro» va letta come frutto dell’esperienza fiumana, e, come suggerisce Mastrangelo, come evocazione profetico-poetica della futura Costituzione repubblicana italiana, pur precisando che non si tratti di una evocazione (anticipazione) di natura giuridico-normativa, per via di alcuni suoi elementi di indubbia e fortissima innovazione ideologica (sociale e politica), ch’essa conteneva (dalla parità assoluta tra uomo e donna, al sistema democratico, al suffragio universale, etc. etc.). La «Carta del Carnaro» fu promulgata da d’Annunzio l’8 settembre del 1920 (il destino, a volte, si diverte con le date: anche qui, c’è un «8 settembre» come data significativa, simbolica), a Fiume, con un memorabile discorso tenuto da d’Annunzio (grandissimo comunicatore) dal balcone del palazzo del Governo (anche in questo caso, compare un «balcone», come poi avverrà per il balcone di piazza Venezia, a Roma, con Mussolini), durante le ultime settimane (mesi) dell’impresa fiumana (del resto, giocando ancora un po’ sulle coincidenze della storia, il Governo presieduto da F. S. Nitti affrontò con grande circospezione e moderazione la crisi di Fiume, inviando il generale Pietro Badoglio, con l’incarico di porre fine alla ribellione dannunziana, destinato, quello stesso ufficiale, di lì a qualche decennio, a svolgere altri ruoli di “pompiere”, per conto della monarchia Savoia, nell’Italia del dopo 25 luglio 1943, e del dopo 8 settembre 1943).

Alcune delle novità giuridiche e sociali della «Carta del Carnaro», per quegli anni, per davvero, sorprendenti, erano le seguenti:

– il lavoro come pilastro del nuovo Stato (repubblicano):

«Art. 2 – La Repubblica del Carnaro è una democrazia diretta, che ha per base il lavoro produttivo e come criterio organico le più larghe autonomie funzionali e locali.

Essa conferma perciò la sovranità collettiva di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione; ma riconosce maggiori diritti ai produttori e decentra, per quanto è possibile, i poteri dello Stato, onde assicurare l’armonica convivenza degli elementi che la compongono.»

– l’assoluta parità dei cittadini, senza alcuna distinzione di sesso, o altro:

Art. 4 – Tutti i cittadini della Repubblica senza distinzione di sesso sono uguali davanti alla legge. Nessuno può essere menomato o privato dell’esercizio dei diritti riconosciuti dalla Costituzione se non dietro regolare giudizio e sentenza di condanna.

La Costituzione garantisce a tutti i cittadini l’esercizio delle fondamentali libertà di pensiero, di parola, di stampa, di riunione e di associazione. Tutti i culti religiosi sono ammessi; ma le opinioni religiose non possono essere invocate per sottrarsi all’adempimento dei doveri prescritti dalla legge.

L’abuso delle libertà costituzionali per scopi illeciti e contrari alla convivenza civile può essere punito in base a leggi apposite, le quali però non potranno mai ledere il principio essenziale delle libertà stesse.

– il diritto all’istruzione:

«Art. 5 – La Costituzione garantisce inoltre a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, l’istruzione primaria, il lavoro compensato con un minimo di salario sufficiente alla vita, l’assistenza in caso di malattia o d’involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia, l’uso dei beni legittimamente acquistati, l’inviolabilità del domicilio, l’habeas corpus, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere.»

e anche:

Art. 37 – La Repubblica considera come il più alto dei suoi doveri l’istruzione e l’educazione del popolo, non soltanto per quel che riguarda la scuola primaria o professionale, ma anche per le manifestazioni superiori della scienza e dell’arte, che devono essere rese accessibili a tutti coloro che dimostrano capacità d’intenderle.

Le scuole superiori esistenti verranno perciò riunite in un’Università libera e completate con nuovi corsi e facoltà, in base ad una apposita legge la quale dovrà contemplare puranche la istituzione di una scuola di Belle Arti e di un Conservatorio Musicale.

– il diritto di voto (attivo e passivo), per entrambi i sessi, a partire dai 20 anni:

Art. 12 – I cittadini della Repubblica entrano nel pieno possesso di tutti i diritti civili e politici non appena compiuto il ventesimo anno di età, diventando perciò elettori ed eleggibili per tutte le cariche pubbliche senza distinzione di sesso. Saranno tuttavia privati dei diritti politici, con regolare sentenza, tutti quei cittadini:

  1. a) che risultano condannati a pene infamanti;
  2. b) che rifiutano di prestare il servizio militare per la difesa del paese o di pagare le tasse;
  3. c) che vivono parassitariamente a carico della collettività, salvo casi d’incapacità fisica al lavoro dovuta a malattia od a vecchiaia.

– la funzione sociale della proprietà privata e il ruolo delle corporazioni:

«Art. 6 – La Repubblica considera la proprietà come una funzione sociale, non come un assoluto diritto o privilegio individuale. Perciò il solo titolo legittimo di proprietà su qualsiasi mezzo di produzione e di scambio è il lavoro che rende la proprietà stessa fruttifera a beneficio dell’economia generale.»

Luigi Mastrangelo ha pure dimostrato, nel suo saggio, che nel lavoro di co-scrittura della «Carta del Carnaro», tra d’Annunzio e de Ambris, il ruolo di d’Annunzio, contrariamente a quanto si è sempre pensato e scritto fino ad oggi, rispetto a quello di Alceste de Ambris, che materialmente scrisse gli articoli, non si sia affatto limitato alla sola (e semplice) revisione stilistica (al conferimento della patina poetica alla lingua di quella «Carta»). No. Mastrangelo chiarisce, infatti, che d’Annunzio ispirò i principi della «Carta», all’amico e co-legionario Alceste de Ambris, il quale s’incaricò di dar loro veste giuridica, come egli stesso scrive, in una lettera di accompagnamento al documento, ma che la paternità della «Carta del Carnaro» restasse, dunque, in capo a Gabriele d’Annunzio.

Antonio Gramsci vide nell’impresa di Fiume un sintomo della più vasta crisi dello Stato liberale, di quella incapacità, cioè, da parte delle istituzioni liberali, a gestire il (nuovo) ruolo politico delle masse. Gramsci, cioè, pur respingendo il nazionalismo reazionario di d’Annunzio, colse il grande potenziale dirompente di un movimento, quello fiumano, in grado di mobilitare le masse, e, quindi, di accelerare la decomposizione dello Stato borghese (con le sue istituzioni oramai inadatte), compresa la monarchia italiana. Ancora una volta, Gramsci, a sinistra, era stato l’unico a cogliere nel profondo l’autentica natura dell’impresa di Fiume, e a non liquidarla, semplicisticamente come una «pagliacciata borghese», come altri pur fecero (Pier Paoo Pasolini, tempo dopo, la liquidò con l’espressione «pagliacciata narcisistica»). Per Gramsci, invece, d’Annunzio era stato capace di intercettare il bisogno popolare di partecipazione e di riscatto, tant’è che nell’aprile del 1921 cercò un contatto con d’Annunzio, al fine di sondare la possibilità di unire l’esperienza dei legionari di Fiume alla lotta rivoluzionaria proletaria (torinese), contro il comune nemico liberale. Mossa politica audace, questa, di Gramsci, con il tentativo di agganciare d’Annunzio, unendo le forze “rivoluzionarie”, e, di fatto, provando a sbarrare la strada al fascismo. Sotto questo profilo, infatti, appare di indubbio interesse un confronto, un parallelo, tra la «Carta del Carnaro» e i «Consigli di fabbrica» torinesi dell’Ordine nuovo, guidati da Gramsci, per il periodo del così detto biennio rosso (1919-1920). Pur partendo da motivazioni e da storie diverse, il comunismo sovietista torinese e il sindacalismo anarco-rivoluzionario-nazionalista di Fiume, in comune, avevano l’obiettivo politico di andare oltre lo Stato liberale, come risposta a quella crisi oramai irreversibile (e di portata europea), ponendo al centro il lavoro (operaio e produttivo), in quanto fondamento della sovranità popolare. Le distanze, comunque, tra le due esperienze erano altrettanto enormi (per Gramsci, il consiglio di fabbrica era lo strumento della dittatura del proletariato; per d’Annunzio e de Ambris, invece, le corporazioni produttive dovevano armonizzare le diverse classi sociali). Resta il fatto che Gramsci ebbe l’intuizione di cogliere nella «Carta del Carnaro», e nell’avventura fiumana, i segni della stessa frustrazione antiborghese che vivevano gli operai torinesi. L’incontro a Gardone Riviera, dove si era recato personalmente Antonio Gramsci, con l’intento di essere ricevuto a colloquio da d’Annunzio, saltò, per ragioni politiche (le rispettive difficoltà interne, dei due leader, a far accettare una simile convergenza, tra operai e legionari), e anche per ragioni futili (d’Annunzio, cioè, narcisisticamente, amava scegliere lui i suoi interlocutori, e, invece, lasciarsi scegliere da loro, visto che l’iniziativa, piuttosto ardita, era partita, appunto, da Gramsci, e non da lui). Pochi giorni dopo il mancato incontro tra Gramsci e d’Annunzio, la notte tra il 25 e il 26 aprile 1921, a Torino, le squadracce fasciste assaltarono e distrussero la Camera del Lavoro, e la redazione de «L’Ordine Nuovo». Gramsci, che visse in prima persona questo clima di violenza e di intimidazione, denunciò in alcuni suoi articoli tali azioni. D’Annunzio non visse la tragedia della seconda guerra mondiale, poiché morì nel 1938, e, soprattutto, non visse la temperie degli anni dell’immediato dopo-guerra, dal 1945 al 1948, cioè, non partecipò al referendum del 1946, con la scelta della forma istituzionale repubblicana, né alla contestuale elezione dell’Assemblea Costituente (effettuata sempre il 2 giugno 1946), né assistette all’approvazione (nel dicembre del 1947) della nuova Costituzione repubblicana, e alla sua promulgazione, l’1 gennaio del 1948. La nuova Italia anti-fascista e democratica nasceva grazie alla sintesi “alta” tra le tre grandi culture politiche che animarono l’Assemblea Costituente: quella cattolico-democratica, quella socialista e comunista, e quella laico-liberale.

Mantenendo fede al suggerimento critico del mio maestro Nicola Valerio, in favore di un approccio a d’Annunzio isolando i diversi (e, a volte, contrastanti) momenti della sua attività intellettuale, credo di poter affermare che, per la stagione di Fiume, la «Carta del Carnaro», del 1920, non possa essere letta e interpretata se non in rapporto a sé stessa e a quella singolarissima esperienza che fu l’occupazione di Fiume, e non, invece, in rapporto né al ventennio fascista immediatamente successivo (durante il quale, infatti, la «Carta del Carnaro» fu “utilizzata” da Giuseppe Bottai, come fonte da saccheggiare per la «Carta del Lavoro» del 1927); né, tanto meno, in rapporto alla Costituzione repubblicana del 1947-1948 (stagione che d’Annunzio non poté vivere, per ragioni oggettive). La «Carta del Carnaro», dunque, resta sullo sfondo, lontanissima, rispetto a ciò che accadde in Italia dopo il 1920, pur manifestando elementi di forte innovazione sociale, economica e politica, sia per il “dopo” molto vicino (e cioè l’avvento del fascismo e il lungo ventennio della dittatura), sia per il “dopo” più remoto (la nascita dell’Italia repubblicana). Essa, credo, vada letta e interpretata per sé stessa, come il frutto di quel momento, e nulla più. Quella di Fiume fu una stagione molto effervescente, per d’Annunzio, che anche in altri campi, ebbe intuizioni geniali e destinate a durare (come, per esempio, per lo Sport, l’ideazione e la realizzazione di un Ispettorato dello Sport; o come l’ideazione e la realizzazione di uno “scudetto” tricolore, da cucire addosso alla maglia della rappresentativa nazionale di calcio; e altro ancora). A ben guardare, dunque, questo atteggiamento critico, di leggere e interpretare cioè d’Annunzio in base alle sue stagioni, consente di preservare la «Carta del Carnaro» anche da stravolgimenti, come dire, fascisti, che, come ho scritto, pur giunsero, durante il ventennio, senza renderle veramente onore (e merito). Del resto, non soltanto la «Carta del Carnaro» fu strumentalizzata e usata dai fascisti, ma lo stesso d’Annunzio fu usato (e sfruttato), dal regime fascista (e da Benito Mussolini in modo particolare, che in lui aveva sempre visto un rivale, da tenere confinato nella prigione dorata di Gardone Riviera). Il merito, allora, di questo bel saggio di Luigi Mastrangelo sta nell’aver acceso il dibattito critico, intorno alla dimensione politica del pensiero di Gabriele d’Annunzio, intorno al suo mazzinianesimo, intorno alla sua grande capacità di elaborare “miti” e “liturgie”, nello sforzo, che il vero studioso deve avere (e Luigi Mastrangelo ha), di andare oltre gli stereotipi, oltre i pregiudizi.

trifone.gargano@uniba.it

 

L'autore

Trifone Gargano
Trifone Gargano
Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.