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10 agosto 1944: l’eccidio nazi-fascista di Piazzale Loreto

«E come potevamo noi cantare / con il piede straniero sopra il cuore, / fra i morti abbandonati nelle piazze»: così scriveva Salvatore Quasimodo nel 1944, inaugurando la stagione civile della sua poesia, dopo quella ermetica. Alle 6 del mattino, del 10 agosto del 1944, a Milano, in Piazzale Loreto, furono trucidati 15 partigiani, da parte della legione “E. Muti” della RSI, per ordine del comando nazista (in modo particolare, per ordine del capitano SS Theodor Saevecke), con il divieto di seppellirne i corpi, e negando pure, ai condannati a morte, l’assistenza religiosa (solo in un secondo momento, infatti, i cadaveri, lasciati per strada, furono benedetti, da parte del diacono Giovanni Barabreschi, autorizzato dall’allora arcivescovo di Milano, il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster). I 15 partigiani trucidati erano stati prelevati dal carcere San Vittore, con la falsa motivazione di “rappresaglia”, come ritorsione, cioè, per varie azioni di sabotaggio effettuate dai partigiani milanesi, e, in modo particolare, per quella avvenuta qualche giorno prima, l8 agosto, in via Abruzzi, come applicazione del bando del Maresciallo Kesselring, che prevedeva, infatti, che, per ogni tedesco ucciso dai partigiani, venissero fucilati 10 italiani. In realtà, in sede processuale, nel 1998, a Torino, sarebbe stato appurato che durante quell’azione di sabotaggio, dell’8 agosto 1944, in via Abruzzi a Milano, compiuta ai danni di una camionetta tedesca, che distribuiva viveri alla popolazione, non era rimasto ucciso nessn soldato nazista (in quell’azione, infatti, i morti furono 6, tutti tra i civili italiani, con 11 feriti, ma nessun soldato tedesco). Anzi, sempre in sede processuale, si giunse pure alla convinzione che quell’attentato, in via Abruzzi, fosse stata un’azione progettata e attuata da parte degli stessi tedeschi, delle gerarchie militari naziste, con l’intenzione di crearsi un alibi per una successiva strage, che fu attuata, appunto, due giorni dopo, il 10 agosto, con la brutale (e immotivata) fucilazione di 15 partigiani. L’eccidio di Piazzale Loreto, quindi, fu disposto dal comando tedesco, ma fu eseguito dai militi fascisti italiani della RSI. Tra i partigiani assassinati figuravano anche due pugliesi: Andrea Esposito (di Trani), ed Emidio Mastrodomenico (di San Ferdinando di Puglia). Andrea Esposito, originario di Trani, operaio e partigiano della Brigata Garibaldi, era stato arrestato la sera del 31 luglio del 1944 (con il figlio Eugenio, che, successivamente, sarà deportato in Germania, nel campo di concentramento di Dachau). Emidio Mastrodomenico, originario di San Ferdinando di Puglia, era agente di PS, in servizio presso il commissariato di Lambrate, ed era stato arrestato il 29 luglio 1944. I cadaveri dei 15 partigiani, con presidio armato tenuto dai militi fascisti, i quali issarono un cartello con la scritta «Assassini», furono lasciati per terra, in modo scomposto, così come erano stati fucilati, sotto il sole rovente di quella giornata estiva, con le mosche, e con il tanfo, fino alle 20 di sera, con l’obbligo per tutti gli occasionali passanti a fermarsi, e a osservare, a titolo di monito, l’orrendo mucchio di cadaveri abbandonati nella piazza.

La fucilazione dei 15 partigiani, e l’oltraggio dei cadaveri, impressionò la popolazione civile di Milano, per la brutalità e per l’efferatezza, fino al punto che lo stesso Prefetto di Milano, Piero Parini (già podestà della città, dal 1943 al 1944), scrisse a Mussolini, in un «Pro-memoria urgente», che quella fucilazione fosse stata «irregolare e contraria alle norme», denunciando che i disgraziati non avessero avuto «l’assistenza del sacerdote, che non si nega neppure al più abbietto assassino», e valutando, per parte sua, che proprio quella fucilazione stesse creando in città un clima crescente di «avversione da parte della popolazione verso la Repubblica». Questo pro-memoria del Prefetto determinò, nell’immediato, una nota formale di Benito Mussolini, indirizzata all’ambasciatore tedesco presso la RSI, per lamentare che i metodi utilizzati dai militari tedeschi fossero «contrari ai sentimenti degli italiani», e che, sempre a giudizio del duce, ne «offendessero la naturale mitezza». Sfuggiva, però, a Benito Mussolini, in questa circostanza, un dettaglio importantissimo, e non secondario, e cioè che a eseguire la fucilazione efferata (e immotivata) fossero stati gli italiani, fossero stati cioè i suoi militi fascisti della RSI, non i tedeschi, pur agendo in esecuzione di un ordine partito dai nazisti. Episodio, dunque, di guerra civile, di italiani contro altri italiani. Per anni, c’è stato pudore, anche a sinistra (specie, da parte di Palmiro Togliatti), nell’utilizzo di questo sintagma, «guerra civile», perché, al di là della collocazione, in una guerra fratricida, c’è poco da festeggiare, quando cioè gli avversari, gli “altri”, i “nemici”, quelli da far fuori, sono della tua stessa gente, sono italiani come te, preferendo, pertanto, espressioni più morbide, come, per esempio, «guerra di liberazione», o guerra di «resistenza». Fu il partigiano comunista (poi, padre Costituente) Emilio Sereni a utilizzare per primo, già nel 1944, l’espressione «guerra civile», per poi essere sdoganata del tutto, a livello storiografico, da Claudio Pavone, decenni dopo (nel 1991). Questo disagio, derivante dalla consapevolezza dello scontro fratricida, tra italiani partigiani e italiani repubblichini, è presente in molta letteratura resistenziale (da Fenoglio, a Calvino, da Pavese, allo stesso Giose Rimanelli, autore di un romanzo memoriale, Tiro al piccione, che narra le tormentate vicende di un giovane arruolatosi «dalla parte sbagliata», nelle fila della RSI, giusto per utilizzare le stesse parole di Italo Calvino, giovane redattore Einaudi, che, dopo aver letto il manoscritto, espresse il suo parere favorevole alla pubblicazione, in una lettera indirizzata a Pavese. Il romanzo di Rimanelli, per varie vicissitudini, sarebbe uscito, dapprima, per Mondadori, grazie all’intervento di Elio Vittorini, e, solo successivamente, per Einaudi, cui inizialmente era destinato).

Alberto Moravia, di certo, non è un autore al quale si pensa con immediatezza quando si parla (o si scrive) di letteratura partigiana, di scrittori della Resistenza. Egli, infatti, non prese parte attiva alla Resistenza, anche se subì la censura fascista, compreso il rischio concreto di essere arrestato (soprattutto, perché di origine ebrea, e perché cugino di Carlo e Nello Rosselli). In un’opera del 1947, rimasta sostanzialmente inedita fino al 2025, Questa è la nostra città, trattamento filmico in forma di racconto, che Moravia scrisse nei mesi di giugno-luglio 1947, su incarico di Roberto Rossellini e della Pirelli, per un film che, poi, non f più realizzato, uno dei personaggi, un giovane operaio e partigiano, Bruno Riva, secondo la fantasia di Moravia, risulta essere uno dei 15 partigiani trucidati in Piazzale Loreto il 10 agosto del 1944. Nel trattamento filmico, si legge, infatti, che Bruno Riva aveva guidato la resistenza contro i nazi-fascisti, dall’interno della fabbrica Pirelli «Bicocca», al tempo dell’occupazione tedesca della città di Milano, nascondendosi proprio nei sotterranei dello stabilimento «Bicocca», e restandovi fino a quando «un traditore non lo fece arrestare».

Sin dalle prime settimane dopo l’eccidio di Piazzale Loreto (10 agosto 1944), circolò quella che oggi avremmo definito senza tentennamenti come una vera e propria «fake news», precisamente, una frase che Benito Mussolini avrebbe pronunciato, in un colloquio privato, una volta venuto a conoscenza dei fatti accaduti a Milano: «Il sangue di Piazzale Loreto lo pagheremo molto caro» (citazione estratta da un colloquio tra il duce e il vice-capo della polizia della RSI, Eugenio Apollonio, colloquio del quale, però, non si hanno testimonianze né dirette, né scritte, ma soltanto di seconda mano). Il riferimento (profetico) che questa frase conterrebbe andrebbe messo in relazione con ciò che di lì a qualche mese, precisamente, il 29 aprile del 1945, sarebbe accaduto nello stesso Piazzale Loreto, e cioè, allorquando il cadavere di Benito Mussolini, e quello della sua amante Claretta Petacci, sarebbero stati esposti (a testa in giù), con altri cadaveri di gerarchi fascisti, proprio in quello stesso piazzale. La frase in oggetto, attribuita a Mussolini, in effetti, è stata spesso citata nelle rivocazioni storiche sugli ultimi mesi del fascismo, e sulla tragica fine di Mussolini, con valore di tragica profezia, e come conferma del fatto che Mussolini, all’altezza degli ultimi mesi del 1944, avesse già piena certezza (politica) che tutto fosse perduto, per il suo regime, e per sé stesso. In realtà, frasi simili, del tipo «questo sangue ci costerà molto», nel corso della storia recente, sono state variamente attestate. Una frase molto simile viene generalmente attribuita a Napoleone Bonaparte, con riferimento alle perdite e ai sacrifici umani delle sue campagne militari.

trifone.gargano@uniba.it

 

L'autore

Trifone Gargano
Trifone Gargano
Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.