Sono 50 anni che ascolto Francesco Guccini, cantando dentro di me le sue canzoni, e i suoi versi mi risuonano nel cuore. Raccontare il “mio” Guccini è come squadernare le pagine di un diario personale dove ricordi, emozioni, riflessioni si sono intrecciate ai versi del maestro pavanese. I dischi hanno date, hanno scandito frammenti di epoche, sono lenti con cui dare voce al vissuto, riattivano memoria.
Ero molto piccola quando suggestionata da canzoni subito diventate cult come Un vecchio e un bambino o La locomotiva cominciai ad ascoltare i suoi LP, intrisi di un intreccio di esistenzialismo forse troppo difficile per una dodicenne, ma che già parlava ai tormentati preludi dell’adolescenza, già sembrava rispondere alle domande e agli slanci di una generazione in cerca di qualcosa che restituisse senso al vivere “Ho visto la gente della mia età andare via/dietro le strade che non portano mai a niente” (Dio è morto).
In tanti abbiamo fatto esperienza di fronte ai grandi artisti di percepire una profondità di riflessioni che solo il tempo avrebbe sciolto a pieno, ma intanto le abbiamo fatte nostre, portate dentro. Così ricordo il mio tentativo di cogliere il composto dolore della vecchia amica di Incontro che narrava “tanti anni in poche frasi” o lo straziante dolore di una donna lasciata sola su un tavolo di marmo per abortire “davvero sola fra le mani altrui” (Piccola storia ignobile), cercavo di cogliere le allusioni, certamente chiare per una generazione precedente, al LSD portato da Gianni da Londra e la moquette in stile di Eskimo; ero colpita dalle parole “proibite” dell’Avvelenata che ci toccava cantare sottovoce.
Cosa ho amato in Francesco Guccini. Forse tutto, la simpatia umana, la voce e le parole. Parole che in gran parte conosco a memoria e che sono diventate un modo per dare voce alle domande della vita, a partire dall’inesausto interrogarsi sul tempo che passa e sul senso del vivere che percorre canzoni scritte da un allora Guccini poco più che trentenne:
Poi tutto è andato e diciamo siam vecchi, ma cosa siamo e che senso ha mai questo
nostro cammino di sogni fra specchi, tu che lavori quand’ io vado a letto.
Io dico sempre non voglio capire, ma è come un vizio sottile e più penso
più mi ritrovo questo vuoto immenso e per rimedio soltanto il dormire.
E poi ogni giorno mi torno a svegliare e resto incredulo, non vorrei alzarmi,
ma vivo ancora e son lì ad aspettarmi le mie domande, il mio niente, il mio male…
(Canzone per Piero, 1974)
domanda che, come un fiume carsico, percorre tantissime canzoni:
Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti,
l’ arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?
(Lettera, 1996)
E attraversa tutte le quattro Canzoni di notte:
ma tutto cambia attorno e già lo sai
ti gira dentro e fuori la tua età
e allora notte, che mi porterai?
rimpianto, quiete, noia o verità?
o indifferente a tutto te ne andrai senza pietà?
(Canzone di Notte 4, 2012)
Ho amato l’insofferenza verso un mondo costruito e finto, già immortalato in quella canzone straordinaria per ironia Il sociale e l’antisociale, denunciata nell’Avvelenata, e poi con drammatica serietà ripresa in Addio:
E dico addio al mondo inventato del villaggio globale,
alle diete per mantenersi in forma smagliante
a chi parla sempre di un futuro trionfale
e ad ogni impresa di questo secolo trionfante,
alle magie di moda delle religioni orientali
che da noi nascondono soltanto vuoti di pensiero,
ai personaggi cicaleggianti dei talk-show
che squittiscono ad ogni ora un nuovo “vero”
alle futilità pettegole sui calciatori miliardari,
alle loro modelle senza umanità
alle sempiterne belle in gara sui calendari,
a chi dimentica o ignora l’umiltà…
(Addio, 2000)
Ho amato le parole d’amore, spesso intrise della malinconia di un amore finito che pure si credeva eterno:
Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione,
e il peccato fu creder speciale una storia normale
(Farewell, 1993)
E ancora la capacità di accogliere la transitorietà di ciò che è sognato “per sempre”:
Ti sembrava durasse per sempre
quell’amore assoluto e violento
quando è stato che finito il niente
perché è stato che tutto si è spento
non ha visto nemmeno settembre
(L’ultima volta, 2012)
Ma pure con sprazzi di possibile luce perché, nonostante tutto, l’amore è una strada da percorrere e in cui credere:
Io tocco i miei nemici col naso e con la spada
Ma in questa vita oggi non trovo più la strada
Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo
Tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo
Dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto
Dove non soffriremo e tutto sarà giusto
Non ridere, ti prego, di queste mie parole
Io sono solo un’ombra e tu, Rossana, il sole
(Cirano, 1996)
Guccini ha attraversato la mia vita ed ha significato e risignificato in modo diverso a seconda delle diverse stagioni: penso alle canzoni per la figlia che, diventata madre, mi hanno restituito le parole per ritrovarmi in quel gesto affettivo di prendersi per mano, in quell’incanto di guardare il mondo con gli occhi spalancati di un bambino:
Dammi ancora la mano,
anche se quello stringerla è solo un pretesto
Per sentire quella tua fiducia totale
che nessuno mi ha dato o mi ha mai chiesto
Vola, vola tu, dov’io vorrei volare
verso un mondo dove è ancora tutto da fare
E dove è ancora tutto, o quasi tutto da sbagliare
(Culo dritto, 1987)
E poi ancora scorgere nei propri figli la fine dell’infanzia, quel salto necessario che ci costringe ad affidare alla vita la proprio creatura:
Poi un giorno in un libro o in un bar si farà tutto chiaro
Capirai che altra gente si è fatta le stesse domande
Che non c’è solo il dolce ad attenderti ma molto d’amaro
E non è senza un prezzo salato diventare grande
(E un giorno, 2000)
Forse però ciò che soprattutto ha accompagnato la mia vita è stato quello slancio verso il viaggio, il coraggio nonostante tutto di spiccare il volo:
Cinque anatre andavano a sud:
forse una soltanto vedremo arrivare,
ma quel suo volo certo vuole dire che bisognava volare,
che bisognava volare,
che bisognava volare,
che bisognava volare…
(Cinque anatre, 1978)
Il volo come grande metafora della vita che va amata e vissuta con passione al di là del destino, torna nella canzone cantata con Roberto Vecchioni, in omaggio ad Alex Zanardi. Così riecheggiando i versi di Costantinos Kavafis la voce di Guccini, resa più profonda dal tempo, canta:
Se partirai per Itaca
Ti aspetta un lungo viaggio
E un mare che ti spazza via
I remi del coraggio,
La vela che si strappa e il cielo
In tutto il suo furore,
Però per per navigare solo
Ragazzo, basta il cuore.
Qui si tratta di vivere,
Non di arrivare primo
E al diavolo il destino,
E se non potrai correre
E nemmeno camminare
Ti insegnerò a volare.
(Ti insegnerò a volare, 2018)
E ancora nel disco Ritratti del 2004, ecco il folle volo dell’Ulisse dantesco, ormai vecchio e stanco, ma pure ancora ansioso di sfidare i limiti umani:
Ma nel futuro trame di passato
si uniscono a brandelli di presente,
ti esalta l’acqua e al gusto del salato
brucia la mente
e ad ogni viaggio reinventarsi un mito
a ogni incontro ridisegnare il mondo
e perdersi nel gusto del proibito
(Odysseus, 2004)
Un’ansia di esplorare l’incognito che si rispecchia nel ritratto di Cristoforo Colombo, uomo capace di sfidare l’ignoto e l’incerto e di gettare lo sguardo verso una meta che è prima di tutto ricerca di sé:
È da un mese che naviga a vuoto quell’Atlantico amaro,
ma continua a puntare l’ignoto con lo sguardo corsaro;
sarà forse un’assurda battagli ma ignorare non puoi
che l’Assurdo ci sfida per spingerci ad essere fieri di noi
(Cristoforo Colombo, 2004)
E l’inesausta ricerca della meta sconosciuta chiude quello che doveva (poi non è andata così) essere l’ultimo disco di Francesco Guccini:
Ma ancora farò vela e partirò
Io da solo e anche se sfinito
La prua indirizzo verso l’infinito
Che prima o poi, lo so, raggiungerò
(L’ultima Thule 2012)
Ma no caro Francesco, non si perderà “in un’ultima canzone di te e della tua nave anche il ricordo”, anzi giovani e vecchi continueranno ad ascoltarti e a lasciarsi interpellare dalle tue parole in musica. Piuttosto mi piace chiudere pensando a quel piano che scherzosamente avevi tracciato immaginando un giorno la fine del tuo cammino:
Per quello che ci basta non c’è da andar lontano
e abbiamo fisso in testa un nostro piano:
se e quando moriremo, ma la cosa è insicura,
avremo un paradiso su misura,
in tutto somigliante al solito locale,
ma il bere non si paga e non fa male.
E ci andremo di forza, senza pagare il fìo
di coniugare troppo spesso in Dio:
non voglio mescolarmi in guai o problemi altrui,
ma questo mondo ce l’ha schiaffato Lui.
E quindi ci sopporti, ci lasci ai nostri giochi,
cosa che a questo mondo han fatto in pochi,
voglio veder chi sceglie, con tanti pretendenti,
tra santi tristi e noi più divertenti,
veder chi è assunto in cielo, pur con mille ragioni,
fra noi e la massa dei rompicoglioni….
(Gli amici, 1983)
L'autore
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Arianna Punzi è professoressa ordinaria di Filologia romanza alla "Sapienza'' Università di Roma. Si è occupata principalmente di romanzi tristaniani in antico francese, e della loro ricezione anche in altre aree linguistiche, con particolare attenzione ai volgarizzamenti di area italiana. Parallelamente ha dedicato diversi contributi al "Lancelot en prose" e alla formazione del ciclo del "Lancelot Graal". Ha studiato la trasmissione di letteratura classica nel Medioevo latino e romanzo, concentrandosi soprattutto sulla materia troiana con attenzione alla diffusione nell'intera area romanza. Ha dedicato alcuni lavori alla Commedia di Dante Alighieri compresa una riscrittura per ragazzi. E' Direttrice responsabile della Rivista "Critica del Testo" , Presidente della Società filologica romana. È attualmente Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, "Sapienza" Università di Roma.
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