«Vite vagabonde al sole», «stoviglie color nostalgia». Nessuno, prima di lui, aveva saputo dar senso a quello che provavo dentro. Delusione, estraniamento, malinconia. Ribellione, rabbia estrema, sgomento e commozione.
Ma c’è forse un momento preciso, nella vita di ognuno di noi, in cui la voce di Francesco Guccini smette di essere soltanto musica e diviene bussola, misura del proprio mondo interiore.
Oggi che ci ha lasciato a 86 anni nella sua casa di Pavana, un senso di smarrimento coglie alla gola chi da questo «artigiano della parola» come usava definirsi, ha imparato a leggere la vita, la politica, il tempo che passa e persino le proprie fragilità.
Il “mio” Guccini è arrivato in una sera qualunque, magari tra il fumo di una stanza, il profumo d’un bicchiere di vino rosso a buon mercato – prima di divenire astemia, ironia della sorte! – e le prime discussioni con il mondo. Aveva quella poeticità diretta e sanguigna di chi è «cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia…». Nessuno come lui ha saputo coniugare – con la genuinità tipica dei senza vezzo – la storia privata e il racconto di una generazione, i temi più intimistici e l’eredità della canzone politica – sempre con l’impegno che muta, si trasforma, ma resta un magma in costante ebollizione.
Modenese d’origine, con quell’infanzia sull’Appennino tosco-emiliano che è ricorsa per decenni nei suoi versi e nelle sue storie senza tempo: un tempo «troppo veloce», come amava ripetere, ma eternamente proteso verso il domani, per «scoprire quello che intorno c’è da scoprire».
Il suo viaggio discografico era iniziato nel 1967 con Folkbeat n. 1. Un esordio che conteneva già in nuce tutti i temi cari al suo sguardo: dalla morte al riscatto degli ultimi, passando per la tragedia della guerra e dell’Olocausto. In quel disco c’era la prima versione di Auschwitz (La canzone del bambino nel vento), composta per l’Equipe 84. È il periodo in cui scrive per Caterina Caselli e regala ai Nomadi uno dei brani più iconici dell’intera musica italiana: Dio è morto. Una canzone talmente intensa e fuori-canone da superare ogni steccato ideologico.
Oggi, nel rileggerla e cantarla, quelle parole suonano come un testamento di speranza che ci lascia in eredità:
È un Dio che è morto
Nei campi di sterminio, Dio è morto
Coi miti della razza, Dio è morto
Con gli odi di partito, Dio è morto
Ma penso
Che questa mia generazione è preparata
A un mondo nuovo e a una speranza appena nata,
Ad un futuro che ha già in mano,
A una rivolta senza armi,
Perché noi tutti ormai sappiamo
Che se Dio muore è per tre giorni
E poi risorge
Nel mondo che faremo Dio è risorto.
Poi venne il 1970 con Due anni dopo (registrato nell’autunno del 1969), un disco segnato da toni inquieti ed esistenziali, all’apparenza distante dalla protesta pura eccezion fatta per Primavera di Praga — dolente e obbligata riflessione sui «carri appostati» come «falchi», sulla fine di un’utopia soffocata dal fumo e dalla «fiamma violenta ed atroce». In quell’album, accostato per tematiche alla levità leopardiana, il fulcro è il tempo che scorre e l’ipocrisia della vita borghese. Ma è anche il disco che segna l’inizio della collaborazione con Deborah Kooperman, la cui chitarra fingerpicking diede un colore folk americano del tutto nuovo alla canzone d’autore nostrana.
E come dimenticare il 1972 di Radici e la sua canzone-manifesto, La locomotiva, nata per celebrare il macchinista Pietro Rigosi che, dopo aver rubato un treno a vapore, si scagliò contro i ricchi borghesi. Chiunque sia stato a un suo concerto ricorda il rito liberatorio, il pugno alzato, il coro collettivo su quei versi anarchici e leggendari: «E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano / che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano…».
Ma Guccini non si è lasciato ingabbiare dal suo stesso mito. Nel 1974, con Stanze di vita quotidiana, la sua poetica sbanda verso una dimensione intima e sofferta. La Canzone per Piero diventa il bilancio di una giovinezza che «sembrava non dovesse finire / ma ad ogni autunno finiva l’estate…». Fu l’album della crisi intellettuale, quello stroncato da Riccardo Bertoncelli che lo definì un «artista finito». A quella critica, Guccini rispose nel 1976 da Via Paolo Fabbri 43 con la sua consueta e sanguigna ironia, regalandoci L’Avvelenata: l’inno di chiunque non abbia mai voluto vendersi («Credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni»). Tra quelle note c’era però anche il crepuscolarismo colto di chi sapeva narrare la solitudine di un pensionato alla luce fioca d’una lampadina da trenta candele o il tedio di una vita passata a fingere.
Negli anni a seguire, Guccini ci ha accompagnati attraverso le sue stazioni americane ed emiliane: Amerigo e il ritorno a Pavana; l’amarezza di Eskimo, «storia di una sconfitta, tanto più dolorosa quanto ancora non risolta»; le sonorità mature di Fra la via Emilia e il West (1984) e Signorina Bovary (1987), con la splendida Keaton regalatagli da Claudio Lolli. Fino alle sperimentazioni quasi jazz e metafisiche di Quello che non… (1990), con la grazia notturna de Le ragazze della notte.
Nei suoi ultimi lavori discografici, come Ritratti (2004), il suo sguardo si era fatto dialogo ideale con i grandi e con i vinti della storia: Ulisse, Che Guevara, Carlo Giuliani in Piazza Alimonda. Poi, la scelta di ritirarsi dalla musica cantata per affidare la sua voce solo ai libri e alle parole scritte. Ma il Maestrone è sempre stato totale, un «baccelliere» che della parola e del verso sa cogliere l’essenza, il potere generativo
Oggi che ci lascia, è come se – incredibilmente – fossimo davanti a un film che non finisce mai. Ogni verso un fotogramma, la lunga colonna sonora di una vita alla radice.
Ci resta il ricordo delle sue serate, dell’odore dell’Appennino, delle sue risate burbere e di quella capacità unica di raccontare chi siamo stati e chi non siamo riusciti a essere.
E in questo giorno di dolore, mentre mandiamo giù l’ultimo sorso alla sua salute, torna in mente proprio il finale di Eskimo, che pare scritto apposta per oggi: «Io come sempre, faccio quel che posso. Domani poi ci penserò, se mai».
A Francesco Guccini ho dedicato una puntata del podcast Il fascino degli intellettuali, a cui questo ricordo si lega.
L'autore
- Ginevra Amadio si è laureata con lode in Scienze Umanistiche presso l’Università Lumsa di Roma con tesi in letteratura italiana contemporanea dal titolo Raccontare il terrorismo: “Il mannello di Natascia” di Vasco Pratolini. Interessata al rapporto tra letteratura, movimenti sociali e violenza politica degli anni Settanta, ha proseguito i suoi studi laureandosi con lode in Filologia Moderna presso l’Università di Roma La Sapienza con tesi magistrale dal titolo Da piazza Fontana al caso Moro: gli intellettuali e gli “anni di piombo”. È giornalista pubblicista e collabora con webzine e riviste culturali occupandosi prevalentemente di cinema e letteratura otto-novecentesca. Sue recensioni sono apparse in O.B.L.I.O. – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca. Collabora stabilmente con Treccani.it, con il blog del Premio Letterario Giovanni Comisso e con le riviste Frammenti, Npc Magazine, Sapereambiente, Cronache Letterarie. Nel luglio 2021 ha fatto parte della giuria di Cinelido – Festival del Cinema Italiano dedicato al cortometraggio.
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