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Elogio dell’attesa nel libro di Pia Pera

Quella di Pia Pera è un’esistenza quasi votata al contatto con la natura e questo suo Orto di un perdigiorno riassume con grazia poetica le fasi che l’hanno condotta a scegliere un modo di vita scandito dalle stagioni, dalla possibilità di tradurre nero su bianco – grazie alla scrittura che è, a sua volta, qualcosa di ancestrale e naturale – le sensazioni scaturite dal “mettere a raccolto”.

L’acquisto di un vecchio podere di famiglia in Lucchesia la porta a sperimentare, come una specie di ri-passo dell’infanzia, tutte quelle idee, quelle suggestioni, quei tentativi e sperimentazioni che caratterizzano le prime volte, in una sorta di apprendistato alla (nuova) vita. Il racconto di Pera comincia in autunno, con la preparazione del terreno e l’impianto dei bulbi autunnali. I mesi più freddi, con l’inverno notoriamente imprevedibile, sono per lei momenti di riflessione e ridefinizione del suo ‘io’, delle sue capacità, mentre attorno si muovono immagini di indescrivibile bellezza, prima che la primavera consenta le semine, i primi frutti di un grande sforzo in solitaria.

L’intero testo, sebbene contraddistinto da un lessico specialistico a volte arduo e “respingente”, è però pervaso di grande poesia, là dove l’orto diventa la sua dimensione, il ritmo delle sue giornate, la sua vita.

«Uno dei piaceri dell’orto, la mattina presto, quando vado a innaffiare è sorprendere il fiore dello zucchino prima che si afflosci stremato dal sole», scrive Pera, è quell’immagine del fiore un attimo prima, colto in potenza nel suo essere, è quanto di più commovente la terra possa offrire, mostrando la bellezza di un ritmo lento, di un ritorno alla vita che passa dai piccoli piaceri, dalle minime speranze: «L’aria è ancora fresca e il ruscellare dell’acqua della pompa lava via il sonno e i brutti pensieri: è bello vedere la terra annerirsi mentre si inzuppa d’acqua, rallegrarsi insieme alle foglie».

È una dimensione cosmica quella in cui l’autrice si/ci immerge, dove sperimentare i precetti del maestro giapponese Fukuoka significa adattarsi ai principi della non azione, capire che ogni cosa ha il suo tempo e la sua forza, e anche quando tutto sembra fermo la terra lavora, la vita continua: «In inverno nulla è urgente, scrive Pia; sembra che non ci sia nulla da fare ma è tutta apparenza. E la stagione dei lavori lungimiranti, ci vuole fiuto per indovinare cosa va fatto e finirlo in tempo».

Così Pia Pera, prima impaziente e testarda, ora entusiasta e meditabonda, scopre la necessità del limite, l’importanza – e in fondo la bellezza autentica, perché non vorace né instabile – dell’attesa: «L’orto mi sta insegnando a riconoscere i confini, mi fa sbattere la testa contro la realtà concreta del limite. Mi sta dicendo: a te piacerebbe vangare adesso, ma adesso non si può perché la terra è dura e impenetrabile; a spaccarla adesso, se anche ti riuscisse la danneggeresti».

ginevraamadio@yahoo.it

 

 

 

L'autore

Ginevra Amadio
Ginevra Amadio si è laureata con lode in Scienze Umanistiche presso l’Università Lumsa di Roma con tesi in letteratura italiana contemporanea dal titolo Raccontare il terrorismo: “Il mannello di Natascia” di Vasco Pratolini. Interessata al rapporto tra letteratura, movimenti sociali e violenza politica degli anni Settanta, ha proseguito i suoi studi laureandosi con lode in Filologia Moderna presso l’Università di Roma La Sapienza con tesi magistrale dal titolo Da piazza Fontana al caso Moro: gli intellettuali e gli “anni di piombo”. È giornalista pubblicista e collabora con webzine e riviste culturali occupandosi prevalentemente di cinema e letteratura otto-novecentesca. Sue recensioni sono apparse in O.B.L.I.O. – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca. Collabora stabilmente con Treccani.it, con il blog del Premio Letterario Giovanni Comisso e con le riviste Frammenti, Npc Magazine, Sapereambiente, Cronache Letterarie. Nel luglio 2021 ha fatto parte della giuria di Cinelido – Festival del Cinema Italiano dedicato al cortometraggio.