Nel 1963, con la regia di Jean-Luc Godard, Brigitte Bardot interpretò, in coppia con Michel Piccoli, il film Il disprezzo, tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia (uscito nel 1954), che narrava la storia di Riccardo Molteni, scrittore in crisi, sposato con Emilia, e che, per poter acquistare casa, si dovette piegare a scrivere sceneggiature, visto che l’industria del cinema pagava bene (e pagava subito). Molteni, dunque, a malincuore, accettava l’incarico di scrivere la sceneggiatura per un film da realizzare sull’Odissea. Alberto Moravia, non nuovo, in quegli anni, a queste collaborazioni con registi e produttori, scrisse il «soggetto» del film di Godard (la cui sceneggiatura, però, fu firmata da Godard). Successivamente, Alberto Moravia dichiarò all’amico e scrittore Enzo Siciliano che per questo suo romanzo si era ispirato, come spunto occasionale, alla vicenda vera dello scrittore (e sceneggiatore) Vitaliano Brancati, che, anche lui, per poter acquistare una casa, aveva accettato di scrivere sceneggiature (impegnandosi con il regista Mario Camerini, per il film Ulisse, che uscì nel 1954), e che, paradossalmente, il giorno stesso dell’atto di compravendita dell’appartamento, fu lasciato dalla moglie, l’attrice Anna Proclemer, sposata nel 1946. Il film Il disprezzo ebbe due diverse versioni, una per il mercato italiano (con Carlo Ponti come produttore), e l’altra per il mercato francese e mondiale, con notevoli differenze tra loro (di tempi, di scene, di montaggio, di atmosfere, di erotismo, di colonna sonora, di nomi dei protagonisti, e altro). Godard rinnegò la paternità della versione italiana del film, tanto fosse diversa, a suo giudizio, dalla primitiva ispirazione. Resta iconica, per questo film, la scena del nudo di Brigitte (Emilia), che appare sdraiata sul letto, in una posa nient’affatto volgare, e che, alla domanda cosa gli piaccia del suo corpo, si sente rispondere dal marito (Michel Piccoli): «Ti amo totalmente, teneramente, tragicamente».

Questa scena fu tagliata nella versione distribuita in Italia. Brigitte Bardot, in quegli anni, era l’icona sexy del cinema mondiale, giovanissima e bellissima, e, in questo film, infatti, fu trattata da Jean-Luc Godard unicamente come “corpo”, quasi come una macchietta di sé stessa. Tra i due, per tutta la lavorazione del film (che fu stranamente “veloce”, in poco più di un solo mese di lavoro, tra aprile e luglio del 1963, considerati i tempi rilassati di altri suoi film) non scattò alcuna scintilla (professionale).
Nel romanzo Il disprezzo, Moravia, come ho già chiarito, raccontava l’alienazione di uno scrittore, che si adattava a lavorare per il cinema. Riccardo Molteni, dopo il matrimonio, per esigenze economiche, si vede costretto a lavorare come sceneggiatore (a un film su Ulisse), per tirare avanti, e per assicurare alla moglie Emilia una vita dignitosa. Il mondo del cinema, per Moravia, era un mondo poco (o nient’affatto) artistico, caratterizzato dallo strapotere decisionale del produttore, in quanto portatore delle istanze economiche e industriali del “prodotto” film, e questo finanche rispetto al regista, figuriamoci rispetto allo sceneggiatore. Il dibattito (e le polemiche) sul rapporto, sempre controverso, tra libro e film, oppure, intorno alla contrapposizione tra soggettisti / sceneggiatori di professione versus soggettisti / sceneggiatori letterati, è stato ampiamente documentato e analizzato (rinvio, pertanto, alla sterminata bibliografia di riferimento). Sul suo impegno come sceneggiatore, Moravia dichiarò ad Alain Elkan, suo intervistatore per la stesura di Vita di Moravia (1990), che, per lui, essere sceneggiatore era sempre stato: «…seccante per due ragioni. Prima di tutto perché era uno sfasciume di vita: stavi delle ore e delle ore con gli altri, fumando, bevendo caffè, ogni tanto raccontando barzellette scollacciate o antifasciste. E poi avevo sempre la sensazione di dare qualcosa di prezioso, per denaro, a qualcuno che se ne serviva per i suoi fini […]».
All’interno di questa marginalizzazione corporativa, per lo sceneggiatore, schiacciato tra produttore e regista, una ulteriore forma di marginalizzazione spettava allo sceneggiatore scrittore, quale Moravia era, avvertito come rivale, da parte degli sceneggiatori di professione, che, quindi, facevano di tutto per osteggiare questo rapporto tra letteratura e cinema. Moravia, in un intervento per «l’Espresso», già nel 1962, senza mezzi termini, aveva dichiarato: «Alcuni critici […] difendono il cosiddetto “soggetto originale” ossia le cinque dieci malvagie paginette semianalfabete stillate faticosamente dai cosiddetti “soggettisti” professionali. Diciamolo pure: il “soggetto originale” è il massimo responsabile del basso livello culturale ed estetico di gran parte della produzione cinematografica. Per me, il solo “soggetto originale” legittimo è quello scritto personalmente dal regista. Ma poiché i registi che scrivono i loro soggetti sono pochi, il romanzo è di gran lunga preferibile al “soggetto originale” e questo per i seguenti motivi: 1. Attraverso la riduzione cinematografica di romanzi s’ottiene la circolazione delle idee e della cultura nel cinema, altrimenti impossibile, dato il basso livello culturale dei “soggettisti”; 2. In un “soggetto originale” bisogna aggiungere, il che non è sempre possibile; in un romanzo basta togliere, operazione molto più agevole; 3. Il romanzo fino ad un certo punto serve da antidoto ad alcuni mali del cinema quale il divismo, il macchiettismo, l’intreccio meccanico, la pornografia delle “maggiorate fisiche” […]».
In una pagina del romanzo Il disprezzo, si legge: «Ora, sebbene la parte dello sceneggiatore nel film sia di prima importanza e venga immediatamente dopo quella del regista […], essa rimane sempre irrimediabilmente subordinata e oscura […]. Lo sceneggiatore, dunque, è l’uomo che rimane sempre nell’ombra; che si svena del suo miglior sangue per il successo di altri; e che, sebbene la fortuna del film dipenda per due terzi da lui, non vedrà mai il proprio nome sui cartelloni pubblicitari dove sono invece indicati quelli del regista, degli attori e del produttore […]. Lo sceneggiatore […] deve contentarsi di lavorare per il denaro che riceve, il quale, lo voglia o no, finisce per diventare il vero e solo scopo del suo lavoro».
Il cinema garantiva a uno scrittore la prospettiva di un forte guadagno, pur nella consapevolezza della sua subalternità, rispetto al produttore, e al regista. Esattamente come Riccardo Molteni de Il disprezzo, che di sé diceva: «[Lo sceneggiatore] deve contentarsi di lavorare per il denaro che riceve, il quale, lo voglia o no, finisce per diventare il vero e solo scopo del suo lavoro…».
Risale al 1940 il primo approccio certo di Alberto Moravia con il mondo del cinema, visto che, pur non comparendo il suo nome (per via della censura fascista nei suoi confronti), accanto a quello degli altri sceneggiatori del film Centomila dollari, diretto da Mario Camerini, regista tra i più rappresentativi del cinema dei «telefoni bianchi», egli partecipò alla stesura della sceneggiatura di questo film. Anche altre collaborazioni del 1940 e degli anni immediatamente successivi, fino a Ossessione, del 1943, restarono anonime. Per Ossessione, Moravia curò i dialoghi, e rivide tutta la sceneggiatura. Sempre nel 1943, apparve su «Tempo» (11.II.1943), firmandosi «Pseudo», un suo racconto intitolato La veranda, che, successivamente, sarebbe stato pubblicato con il titolo Colpa del sole sul «Tempo» di Milano (17.XI.1946), e che divenne, nel 1951, l’unica prova di regia di Alberto Moravia, con il cortometraggio intitolato Colpa del sole, prodotto da Marco Ferreri (con la differenza che, nel film, rispetto al racconto, ad assistere all’omicidio, da dietro una finestra, cioè, da dietro uno “schermo”, non sono più due amici, ma due amanti in crisi): «Una coppia (Sbragia e Scarpita) su un divano fronte finestra sono al termine della loro relazione. La donna appare indifferente agli approcci dell’uomo che alla fine chiede se è il caso di troncare andandosene. Un primo piano sull’uomo fa notare le lacrime sul suo volto quando nell’antistante area verde compare una giovane coppia. L’uomo commenta che loro sono innamorati quando l’uomo della giovane coppia spara alla compagna e scappa. L’uomo che sta guardando ha un moto per soccorrere la giovane donna che oramai giace a terra. La donna lo blocca e l’efferato episodio sembra riaccendere il loro amore; i due si baciano mentre la giovane donna oramai raggiunta da altra gente che la soccorre giace esanime. Infine la donna consiglia di non dire nulla di ciò che hanno visto con la scusa che il sole li ha accecati e come epilogo le tende della finestra chiudono l’episodio a mo’ di sipario».
Un uomo e una donna, dunque, sono seduti in salotto, quasi non si parlano, anzi, si disprezzano. Attraverso la finestra, i due vedono in giardino una coppia, che sembra essere una coppia di amanti felici, quando, invece, improvvisamente, l’uomo estrae una pistola e uccide la ragazza. I due (involontari) spettatori dell’omicidio non fanno niente. Non reagiscono, non intervengono. L’uomo vorrebbe fare qualcosa, ma la donna lo blocca. La visione del femminicidio, addirittura, ha riacceso in lei il desiderio passionale, spingendola a baciare il suo amante, con il quale, poco prima, voleva troncare la relazione. Lo stile di quest’unico film da regista di Moravia è sorprendentemente sicuro, specie nel ritmo del montaggio, e nell’uso delle inquadrature, finalizzate a sottolineare l’inquietudine di un evento, e, anche, il cinismo dei due amanti, testimoni involontari del femminicidio.
Ecco il cortometraggio Colpa del sole (1951), di Albero Moravia:
L'autore

- Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.
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