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Hass – Odio – Ură

In copertina
23.01.26, Jena: Probe für das Schauspiel »Hass« (Hass / Μίσος / Ură)
nach dem Film von Mathieu Kassovitz am Theaterhaus Jena.
Regie führt Daniele Szeredy. Foto: Candy Welz

Lo spettacolo Hass / Odio / Ură, produzione del Theaterhaus Jena in collaborazione con il Teatro d’Arte Karolos Koun e il gruppo Spectrum, è stato presentato ad Atene in tre repliche dal 28 al 30 maggio 2026 presso la storica scena della via Frinichou. Nato come progetto internazionale tra Germania e Grecia e andato in scena in prima assoluta a Jena il 29 gennaio 2026, il lavoro tenta qualcosa di particolarmente ambizioso: trasferire l’universo dell’iconico film La Haine nella realtà europea contemporanea, spostando lo sguardo dalle banlieue francesi alla periferia di Jena e, per estensione, a ogni geografia dell’esclusione sociale.

L’intenzione dello spettacolo è chiaramente politica. Non mira a una semplice trasposizione teatrale del film, bensì a una sua riscrittura contemporanea. I nuovi testi, nati all’interno del programma di Scrittura Creativa dell’Università Friedrich Schiller di Jena, ricercano le forme attuali dell’odio, dell’invisibilità sociale, della frustrazione collettiva e della deriva autoritaria che attraversa gran parte della società europea.

23.01.26, Jena: Probe für das Schauspiel »Hass« (Hass / Μίσος / Ură) nach dem Film von Mathieu Kassovitz am Theaterhaus Jena. Regie führt Daniele Szeredy. Foto: Candy Welz

Tuttavia, proprio qui emerge anche la principale debolezza della produzione. La drammaturgia sembra muoversi costantemente tra due direzioni differenti senza riuscire a conciliarle pienamente. Da un lato cerca di conservare il peso simbolico di La Haine; dall’altro punta a generare un’opera nuova e autonoma, capace di dialogare con il presente. Il risultato è spesso una sensazione di mancata armonizzazione. Le scene funzionano più come commenti sociopolitici o dichiarazioni tematiche che come situazioni teatrali organicamente sviluppate.

Mentre il film di Mathieu Kassovitz costruiva con precisione quasi matematica la psicologia dei personaggi e l’escalation della violenza, qui i protagonisti finiscono spesso per trasformarsi in portatori di idee. Il malcontento sociale, il fascismo, l’alienazione, l’esperienza migratoria, la perdita delle radici e l’era digitale convivono nello stesso campo drammaturgico senza acquisire sempre la necessaria profondità. In alcuni momenti si ha così l’impressione che lo spettacolo elenchi problemi invece di drammatizzarli.

Il plurilinguismo (tedesco, greco e romeno) funziona spesso come efficace metafora di un’identità europea frammentata. Parallelamente, però, in diversi punti rafforza la sensazione di dispersione, poiché il passaggio da un codice linguistico all’altro non risponde sempre a una precisa necessità drammaturgica, ma sembra obbedire soprattutto alla logica della coproduzione internazionale.

Particolarmente interessante è la musica di Sorbas, che si collega direttamente al substrato hip-hop di La Haine. Essa rappresenta forse l’elemento che mantiene più vivo il rapporto con l’opera originaria, riproponendo la cultura rap come linguaggio di resistenza e di espressione sociale. In alcuni momenti, la musica riesce persino a trasmettere quell’intensità che il testo non sempre riesce a costruire.

L’approccio registico di Daniele Szeredy manifesta una chiara volontà di evitare il realismo e di orientarsi verso una forma ibrida nella quale convivono teatro, esperienza concertistica, performance e discorso politico. Tuttavia, la forma finisce spesso per prevalere sul contenuto. Vi sono scene di forte impatto visivo che però non trovano un adeguato sostegno in una corrispondente coerenza drammaturgica.

La domanda più importante posta dallo spettacolo — che cosa significa oggi l’odio? — rimane alla fine più formulata che realmente esplorata. La produzione possiede sensibilità politica, vocazione internazionale e un sincero desiderio di intervenire nel dibattito pubblico. Ciò che fatica a realizzare è la trasformazione di questa intenzione in un’esperienza teatrale coerente.

Nonostante i suoi limiti, la produzione presenta indubbi motivi di interesse come esempio di collaborazione artistica transnazionale e come tentativo di portare in scena le impasse di un’Europa che continua a generare periferie, esclusioni e corpi socialmente invisibili. Tuttavia, l’impressione finale è che l’opera si affidi maggiormente all’attualità dei suoi temi che alla solidità della sua costruzione drammaturgica. Ed è proprio per questo che, pur volendo parlare dell’odio del nostro tempo, finisce spesso per descriverlo anziché rivelarlo.

In questo senso, Hass – Odio – Ură si configura più come un laboratorio europeo di riflessione politica che come un’opera compiutamente risolta sul piano teatrale. Un progetto coraggioso, necessario per le questioni che pone, ma non sempre altrettanto convincente nelle forme attraverso cui sceglie di rappresentarle.

 

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.